Archivio dell'autore

Fratelli d’Italia?

maggio 7, 2010

Questo articolo è uscito per la rivista pugliese La voce del popolo.

di Alessandro Leogrande

Negli ultimi mesi del 2009 il sito affaritaliani.it ha pubblicato a puntate un romanzo di fantapolitica: Fratelli d’Italia?. L’autore è tuttora anonimo, anche se dimostra di essere ben informato sui meccanismi del Palazzo. Il libro ha suscitato un certo interesse perché prevede (è scritto in forma di romanzo) che nel 2013 la Lega realizzerà la secessione del Nord, a partire dalla secessione del Veneto. Molto prima delle elezioni regionali di marzo, Fratelli d’Italia? aveva previsto che Zaia avrebbe stravinto le elezioni in Veneto, e che – da questa posizione – avrebbe creato le basi per una crescente autonomia.
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Pavolini nonno e nipote

aprile 26, 2010

Questo articolo è apparso sullo Straniero di aprile

di Alessandro Leogrande

Per chi ne scrive oggi, a oltre sessant’anni di distanza, è difficile non associare il nome di Alessandro Pavolini ai corpi dei partigiani impiccati o infilzati a ganci da macello e lasciati lì a decomporsi in strada. Pavolini è il fondatore delle Brigate nere, il più fanatico dei seguaci di Mussolini nell’esperienza tragica di Salò, il teorico del ritorno al fascismo delle origini e della necessità dello squadrismo, l’unico tra i gera rchi che poi verranno fucilati a Dongo, e appesi a testa in giù in Piazzale Loreto, a morire con un fucile in mano, nell’estrema volontà di riaccendere un ultimo fuoco fascista in Valtellina. Per questo gesto, forse soprattutto per questo gesto, nella galassia post-fascista e neofascista che si è ritrovata, dopo il 25 aprile, fuori dall’arco costituzionale Pavolini è stato un «mito assoluto», secondo solo al Duce. Ancora oggi, nel XXI secolo, tra i soliti nostalgici e soprattutto tra gli esponenti di quel composito post-neofascismo finito sotto il nome di Casa Pound rimane un nome da scrivere sui muri, o da stampare sui manifesti.
Ma chi era davvero Alessandro Pavolini? La domanda oggi non avrebbe forse molta importanza, a patto che si consideri non importante interrogarsi sulla biografia di una di quelle tante figure che hanno vissuto un passaggio storico fatto di sangue, potere, ideologia e violenza, stando a pochi metri dal Principe. Ma ne ha invece molta se a porsi quella domanda è suo nipote, il figlio del figlio, Lorenzo Pavolini. Uno scrittore, redattore di Nuovi Argomenti, curatore di programmi per Radiotre, che oggi ha quarantacinque anni e che non solo non ha mai conosciuto quel nonno per oggettive ragioni anagrafiche, ma è cresciuto circondato da una forte ritrosia famigliare a parlarne, tanto da venire a sapere casualmente che il suo avo era quel Pavolini solo sui banchi di scuola.
Al tentativo di stabilire una qualche forma di rapporto con la memoria del nonno gerarca, seguendo strade che – moralmente, politicamente, storicamente, familiarmente, umanamente – si fanno via via più sdrucciolevoli, Lorenzo ha dedicato un libro cui ha lavorato per molti anni, Accanto alla tigre, edito ora da Fandango. Ed è un libro importante perché, nel tentativo di capire quel «gorgo di cultura e violenza, rivoluzione e potere» che ha spinto Alessandro Pavolini a fare alcune cose e a non farne delle altre, nel tentativo di decifrare quella brama di azione, piena di ebbrezza e alle volte tragicomica, che porta a cavalcare la tigre delle dittature, o della Storia sotto le sembianze della violenza politica, fino a non poterne più scendere, se non davanti a un plotone di esecuzione, l’autore ci restituisce i brandelli di una «autobiografia della nazione» novecentesca che ancora ci inquieta. Non solo: ci dice anche qualcosa sul modo di entrare in contatto con tutto questo, avvicinandosi alla tigre, ma restandone solo accanto, non cedendo alle sue lusinghe, alle sue ipocrisie, al suo mantra ideologico.
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Il fantasma di Aldo Moro

aprile 9, 2010

Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno
di Alessandro Leogrande

Un fantasma si aggira nel mondo dell’editoria. Il fantasma di Aldo Moro. A oltre trent’anni dal sequestro e l’uccisione del leader democristiano, ogni anno spuntano in libreria quattro, cinque volumi dedicati direttamente o indirettamente al più tragico «affaire» della storia repubblicana, ai suoi protagonisti, ai suoi enigmi. Saggi, ricostruzioni, testimonianze, romanzi. Alcuni «dietrologici», tesi a dimostrare qualsiasi complotto possibile e immaginabile, altri tesi a inquadrare l’oggetto della narrazione da un nuovo punto di vista. Tra questi titoli, la parte più insopportabile e trascurabile è costituita dai memoriali degli ex brigatisti, pieni di autoindulgenza.
La prima causa del successo di questo singolare filone editoriale che ha attraversato il passaggio dalla prima alla seconda repubblica è nel trauma irrisolto che la morte di Moro ancora costituisce. La seconda risiede nelle zone d’ombra della vicenda e della strategia dei terroristi, nei tanti perché che non hanno ancora trovato sufficienti risposte, nonostante i processi e le migliaia di pagine di carte giudiziarie. La terza è nel continuo rinnovarsi, anche a trent’anni di distanza, del dibattito sulla fermezza e sulla trattativa (strettamente legato a quello sulla «pazzia», o più semplicemente sull’autonomia di pensiero e azione, dell’autore delle lettere nella prigione dei brigatisti).
In un modo o nell’altro, colui che in vita è stato uno dei massimi simboli del linguaggio e della mediazione democristiani, in morte ha finito per incarnare (quasi metastoricamente) la critica più profonda dello sfaldamento della prima repubblica e del suo stesso partito. Del resto, è proprio Moro a scrivere in una delle sue lettere: «non creda la Dc di aver chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi».
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L’ultima intervista

marzo 5, 2010

Questo articolo è uscito sul Riformista

di Alessandro Leogrande

«Siamo tutti in pericolo», disse Pier Paolo Pasolini a Furio Colombo, nell’intervista che gli concesse poche ore prima di essere ammazzato all’Idroscalo di Ostia la notte del 2 novembre 1975 e che poi venne pubblicata su La Stampa-Tuttolibri. «Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi». C’è chi ha visto in queste frasi una prefigurazione della propria morte, una lucida accettazione dei rischi delle proprie notturne discese negli inferi dei suburbi romani. Ma in fondo è un’interpretazione forzata, priva di fondamenti reali. Al di là di come sono andate le cose o Ostia (e lo stesso Pelosi ha contribuito a ingarbugliare le ricostruzioni), Pasolini è stato ammazzato barbaramente, non si è suicidato. Né è andato incontro a qualche surrogato del destino.
Rimane il fatto che queste siano effettivamente le ultime parole dette o scritte pubblicamente da Pasolini. Un discorso «finale», successivo all’intervento scritto per il congresso dei radicali che sarà letto pochi giorni dopo (e che si conclude con la celebre esortazione a «continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare»). Successivo persino alla lavorazione di Salò o le 120 giornate di Sodoma, proiettato in anteprima a Parigi tre settimane dopo la sua morte (in cui il fascista interpretato da Paolo Bonacelli a un certo punto dice una frase grandiosa, rivelatrice delle mille facce dei poteri italici, vecchi e nuovi: «Noi fascisti siamo i soli veri anarchici, naturalmente una volta che ci siamo impadroniti dello Stato. Infatti, la sola vera anarchia è quella del potere».)
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Morire, vivere

febbraio 8, 2010

Sempre a proposito di carcerati e carcerieri, eccovi una breve e sensata riflessione di Alessandro Leogrande già apparsa su Innocenti evasioni.

di Alessandro Leogrande

Come in molti, in queste settimane, mi sono trovato a confrontare la morte di Stefano Cucchi con quella di Federico Aldrovandi. Non solo perché erano entrambi giovani, e in fondo a essere stata uccisa è stata innanzitutto la loro giovinezza. Non solo perché sono morti allo stesso modo, e al modo di Franco Serantini, pestati a sangue, massacrati, da uomini in divisa che in quel preciso momento incarnavano e rappresentavano lo Stato. Non solo perché identico è stato, in entrambi i casi, il tentativo di calunniare la vittima dopo l’omicidio, e quello speculare di erigere una coltre di nebbia intorno alla vicenda.
I due casi sono stranamente simili soprattutto per un altro particolare. Entrambe le volte, l’unico testimone che ha ammesso di aver assistito al pestaggio, l’unica persona che ha avuto il coraggio (o la profonda dignità) di dire chiaramente ciò che i suoi occhi avevano visto, non era nata in Italia. In entrambi i casi, erano immigrati. Nel caso di Aldrovandi, ucciso a Ferrara nel 2005, si tratta di Anna Marie Tsangue, una donna camerunese di 35 anni. «Anne Marie Tsague», ha scritto in uno dei suoi articoli dedicati al caso Cinzia Gubbini, «quella mattina alle sei era sul balcone del suo appartamento al primo piano di via dell’Ippodromo. Era stata svegliata da strani rumori, e dai lampeggianti delle volanti. Si è affacciata alla finestra e, sconvolta, ha assistito all’ultima parte di una strana “colluttazione” in cui un ragazzo solo viene manganellato da quattro poliziotti, che lo atterrano con facilità e continuano a prenderlo a calci anche quando ormai è completamente immobilizzato». (Su questa infame pagina della nostra storia recente è importante leggere il graphic novel Zona di silenzio di Checchino Antonini e Alessio Spataro, edito da minimum fax).
Nel caso di Cucchi, quattro anni dopo, si tratta invece di un ragazzo gambiano. Ha udito le urla e poi, dallo spioncino della sua cella, avrebbe assistito al pestaggio di Stefano negli interrati del tribunale. Ora vive sotto protezione, in luogo segreto, perché si teme fortemente che venga costretto a ritrattare. Il suo nome non è stato reso noto. Si sanno solo le iniziali: S.Y.
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Il “classico” oggi

gennaio 29, 2010

Questo articolo è uscito ieri sul Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Gli Anni Zero si sono conclusi e siamo già entrati in un nuovo decennio. Passato un intermezzo congestionato da guerre e crisi mondiali, ci siamo ritrovati pienamente inseriti nel ventunesimo secolo. Il Novecento, con tutto il suo bagaglio culturale e politico, è ormai definitivamente percepito come un’era passata, con cui – certo – continuare a interagire criticamente, ma ormai nella distanza.
Siamo entrati dunque negli Anni Dieci (…). Gli Anni Dieci del secolo scorso sono stati anni tremendi (la Grande Guerra, la rivoluzione bolscevica, la pace di Versailles, il ’19…), ma anche anni culturalmente turbolenti. E i nostri Anni Dieci, come saranno?
A organizzare una prima mappatura del nuovo tempo ci pensa una monumentale opera della Treccani: XXI secolo. Sei volumi, 80-85 autori per tomo, 4.200 pagine. Il primo volume, Norme e idee, intende studiare «lo stato di incertezza e di crisi che sembra caratterizzare il mondo dei valori tradizionali, delle istituzioni e della società civile». Così si legge nella presentazione del piano dell’opera, che poi continua in tal modo: «Sotto l’impeto dirompente dei processi di globalizzazione e delle tecnologie sono messi in discussione i fondamenti del diritto, le strutture della società civile, il concetto stesso di persona».
Di questo primo volume segnaliamo un saggio in particolare, che appare oltremodo illuminante: Il “classico” oggi di Luciano Canfora.
Con la sua consueta lucidità, Canfora coglie un passaggio determinante del nuovo tempo, una costante sotto traccia che prova a disvelare: il ritorno dei modelli e degli archetipi classici lasciati in ombra nel ventesimo secolo. Dopo il declino delle «rivoluzioni culturali» degli anni sessanta e settanta, dopo il crollo delle ideologie che avevano retto il dibattito pubblico a lungo, e soprattutto dopo il collasso del socialismo reale, sono oggi potentemente ritornate alla ribalta «forme di pensiero, concetti e questioni che il ‘moderno’ conflitto novecentesco sembrava aver archiviato».
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Ahmand e i suoi fratelli indiani ridotti a schiavi per trenta euro al mese

gennaio 4, 2010

Vi riproponiamo un’inchiesta di Alessandro Leogrande uscita sull’Unità; sembra incredibile che queste cose accadano nel nostro paese e per mano di nostri connazionali brava gente. Leggete dunque per credere.

di Alessandro Leogrande

Il grave sfruttamento lavorativo lambisce sempre più marcatamente il lavoro migrante in Italia, come denuncia l’associazione «On the Road» (una delle organizzazioni del Cnca, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) che tra Marche, Abruzzo e Molise ha seguito i casi di 37 uomini e 4 donne cui è stata concessa la protezione sociale garantita dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione.

Oggi, come segnalato dal capo della squadra mobile di Roma Vittorio Rizzi, i programmi di protezione sociale che hanno permesso di liberare migliaia di vittime di tratta a fine sessuale o lavorativa, sono in vertiginoso calo. Eppure storie come quelle intercettate ogni giorno da decine di associazioni simili a «On the Road» suggeriscono che quei programmi andrebbero capillarmente estesi. Includendo, appunto, una vasta gamma di casi che vanno dall’ ipersfruttamento delle braccia alla riduzione in schiavitù vera e propria.
Per capire di cosa stiamo parlando, raccontiamo una storia accaduta a Carsoli, un paesino in provincia di L’Aquila. Nell’aprile del 2007 Ahmad e altri 15 operai indiani iniziano a lavorare presso una ditta di gessi e stucchi. Vengono dalle province di Calcutta, Kanpur e da altre regioni dell’India. Non conoscono una sola parola d’italiano. Ahmad, che ha 25 anni e per tutta la vita ha fatto il contadino, è stato contattato nel suo villaggio da un intermediario che gli ha promesso un lavoro da mille euro al mese in Europa. Così, fa una colletta tra i conoscenti, ipoteca il terreno della sua famiglia e dà al «caporale» 6.000 euro per coprire le spese del viaggio, il rilascio del visto e la ricerca del «posto di lavoro». Formalmente tutti e 16 vengono assunti comelavoratori distaccati da un ditta con sede a Dubai, che si scoprirà essere intestata a un parente del loro datore di lavoro. Ma nel paese arabo non metteranno mai piede.
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Non sparate sul Sud (e sul Risorgimento)

dicembre 14, 2009

Questo articolo è apparso nella rivista pugliese La voce del Popolo.

di Alessandro Leogrande

Proprio nel momento in cui ci avviciniamo ai 150 anni dalla Spedizione dei Mille, tutti sparano sul Risorgimento. Il governo Berlusconi celebrerà l’anniversario dell’Unità d’Italia in tono minore e a patto che (cosa inaudita fino a pochi anni fa) si celebrino anche le ragioni del fronte anti-risorgimentale, i motivi che spinsero la Reazione ad assumere vesti ora clericali, ora oscurantiste, assolutiste, neoborboniche, brigantesche, papaline…
D’altra parte, come in tutti i momenti di crisi economica e politica, il paese pare essere profondamente diviso. Il divario tra Nord e Sud torna ad allargarsi, e il Sud viene sistematicamente visto come una palla al piede, per il quale – dalle colonne del Corriere della Sera – si invocano leggi speciali, quasi l’istituzione di un governatorato dall’alto. Niente di nuovo, diranno alcuni. Quando sale l’odio antisociale, e antiunitario, il Sud finisce sistematicamente per essere inteso come una enorme questione criminale, senza lasciare il minimo spazio ad altre osservazioni economiche, politiche, sociali, culturali. Viene fotografato un enorme deserto da cui scompaiono le aree virtuose, le oasi dissidenti, i centri di produzione, che pure esistono e tengono botta, come se i Savonarola di turno perdessero ogni interesse al dettaglio, alla differenza, alle infinite lotte interne al Mezzogiorno contro le camorre.
Niente di nuovo, diranno alcuni. E invece qualcosa di nuovo c’è. Perché mai come ora il paese appare slabbrato in piccole patrie non comunicanti tra loro, che riscoprono tutte a proprio modo l’amore regressivo per il campanile (e i propri dialetti) e esacerbano l’odio per ogni forma di interesse generale, di idea allargata di giustizia e di coesione sociale. Mai come ora il fronte anti-risorgimentale ha fatto breccia nel governo del paese, è rappresentato direttamente da una forza politica che occupa la macchina statale, facendo passare la disunità attraverso un’idea distorta di federalismo.
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Un onorevole siciliano

novembre 20, 2009

Questo articolo è apprso sul Riformista.
di Alessandro Leogrande

Nell’arco dei quattro anni in cui fu deputato radicale, dal 1979 fino al 1983, Leonardo Sciascia tenne in aula, tra interrogazioni e interpellanze, undici interventi. I testi erano stati già raccolti, insieme alla trascrizione di alcune interviste concesse a Radio radicale e ad altri scritti, in un libro curato da Lanfranco Palazzolo per le edizioni Kaos: Leonardo Sciascia deputato radicale. I soli testi «parlamentari», insieme alla relazione di minoranza redatta per la Commissione d’inchiesta sul caso Moro, vengono ora riproposti in un agile volumetto Bompiani, Un onorevole siciliano, con introduzione e commento di Andrea Camilleri.
Nel ventennale della morte, questi interventi tenuti a Montecitorio offrono più di uno spunto di riflessione sul confine «civile» dell’attività più strettamente letteraria del grande scrittore siciliano. Come scrive Camilleri, Sciascia è stato sempre stato «un politico», sia quando ha scritto romanzi e racconti, sia quando ha scritto articoli che hanno fatto infuriare il dibattito pubblico, sia quando è stato consigliere comunale a Palermo, come indipendente nel Pci, o appunto parlamentare radicale. E da letterato che scruta la società siciliana e italiana (o da intellettuale «illuminista» che utilizza l’arma letteraria) si è sempre prodigato, come scrisse su Tuttolibri nel ’79, per realizzare una «salutare confusione» tra etica e politica.
Perché Sciascia andò in Parlamento? Secondo Camilleri per prendere parte dall’interno alla Commissione di inchiesta parlamentare sul sequestro e l’assassinio di Moro, dopo aver scritto pochi mesi prima L’affaire Moro. Ma forse c’era anche una motivazione più profonda, come dirà egli stesso in un’intervista concessa a Marcelle Padovani: contribuire nel proprio piccolo a «rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà». E farlo nelle file dell’unico partito che al momento lo consentiva, il partito radicale.
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Il male minore

ottobre 28, 2009

Questo articolo di Alessandro Leogrande è apparso sul Riformista. Lo scrittore israeliano Eyal Weizman affronta la questione dei conflitti giusti e ingiusti: come porre fine ai massacri di massa. La sua è una prospettiva radicale: che ogni aut aut nasconda in realtà una soluzione debole a tal punto da essere un viatico per la leggittimazione di qualsiasi aggressione.

di Alessandro Leogrande

Walzer_blogFino a che punto è lecito un intervento militare che ponga fine a un’atrocità ancora più grande? È questa una delle domande chiave che attraversa la filosofia politica contemporanea, o meglio quel sottile diaframma dato dall’intersezione tra questa e il dibattito sulle «questioni pubbliche» e internazionali cruciali. È possibile formulare una risposta, o una serie di risposte, non in termini di «economia della violenza» bensì di filosofia morale?
Una trentina di anni fa, il filosofo ebreo-americano Michael Walzer ha dedicato al tema un libro importante, Guerre giuste e in giuste (pubblicato da Liguori nel 1990, ora da Laterza), in cui provava a sciogliere la matassa, ripercorrendo il pensiero politico occidentale, da due punti di vista: la legittimazione morale di un intervento armato e – una volta che il conflitto è iniziato – le leggi scritte e non scritte che dovrebbero catalogare una sua condotta il più possibile «etica».
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