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Andava tutto al macero

novembre 30, 2011

di Marco Mantello

A proposito della discussione sulla pseudoeditoria, ripubblichiamo per gentile concessione di autore e editore un brano del romanzo di Marco Mantello, La rabbia, pubblicato quest’anno da Transeuropa. Nella Rabbia il padre, Leandro Van Sandt, è un affermato e anziano scrittore italiano, in preda a un esaurimento nervoso dopo la separazione dalla moglie, politica in carriera ascesa al rango di ministra con portafogli in un governo di fine anni ottanta.  Il figlio, Filippo Van Sandt, è un quarantenne insicuro e autodistruttivo, emigrato all’estero come un fuggitivo dopo la rinuncia ai concorsi universitari che avrebbero fatto di lui uno stimato professore di diritto….
Nella scena che riportiamo, Filippo viene spedito dal padre, oramai caduto in rovina presso il mondo letterario dopo lo scandalo del canicidio dei volpini della sua ex moglie, a una decisiva riunione della casa editrice Guermonti, con l’incarico di esporre agli amici di una vita un nuovo, mirabolante progetto editoriale, con il quale Leo intende rientrare nel giro che conta, dopo le ultime vicende della sua vita affettiva. Alcune settimane prima della riunione in Guermonti, ormai al culmine di una parabola di follia ambivalenza morale e rabbia, Leandro Van Sandt aveva spedito una lettera alla redazione tutta, anticipando i dettagli della sua proposta…

Era vero, Leo Van Sandt, a parte il cane, viveva per due sole cose: a. Sistemare Filippo in casa editrice come alternativa credibile «a quel fognaio di legulei dove si era ficcato». b. Far uscire per fine anno, nella prestigiosa collana dei «Paralleli», tre volumi tematici di rifiuti editoriali. Il suo «credito» e il suo «lascito» come diceva lui.
Così l’indomani, martedì, porse a Filippo un voluminoso plico, pregandolo di portarlo a quella benedetta «riunione» romana.
«Devono leggere tutti!» ripeteva sull’uscio in vestaglia e pipa, «E farmi le relazioni! Hai capito? E chiama Artusi su a Milano, per cortesia. Sa già tutto…»
Su via del Sorriso, entrando al palazzo Guermonti, Filippo ebbe una fastidiosa sensazione di déjà-vu. (more…)

Se i Coen avessero preso le distanze dai Coen

maggio 8, 2010

di Giuseppe Zucco

Alla letteratura secca e tagliente di Cormac McCarthy, una tra le migliori penne americane, i fratelli Coen hanno sostituito un cinema altrettanto misurato e levigato. Al posto di frasi chirurgiche, di un altissimo senso del ritmo, di un uso della punteggiatura che corteggia le pause di respiro del lettore, di un linguaggio che rasenta l’oralità e la nitidezza delle descrizioni – una scrittura così raffinata che si fa immagine e apre alla visione della storia e alla comprensione dei motivi che la fondano – ora si trovano delle immagini nette ma non ugualmente necessarie.

L’operazione dei fratelli Coen è stata semplice, apparentemente. Libro alla mano, lo hanno letto da cima a fondo, ne hanno selezionato le parti adatte per una trasposizione cinematografica, e infine hanno sfilato via lo scheletro narrativo dalla carne viva del romanzo. Inseguimenti, sparatorie e fiumi di sangue: quella era la cosa più facile da mettere in scena. Molto più complesso tratteggiare i personaggi, scolpire con la luce i protagonisti, mettergli tra le pieghe del viso un’espressione esatta che raccontasse un passato, un futuro, il guado del proprio presente.

E ci sono riusciti con Llewelyn Moss, l’uomo che trova una valigia ripiena di dollari e fugge via. Ci sono riusciti con Anton Chigurh, rendendo quasi umana l’incarnazione paranoica del Male, che non ha storia né tempo, che sparisce così come arriva, che ritornerà di sicuro – un Javier Bardem senza eguali, perfettamente in parte, spietato sotto un caschetto buffissimo, talmente buffo da restituire il Male per quello che è: ridicolo e noioso, ripetitivo nella morte che si trascina dietro.
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Da Verne all’Islanda cristiana. Il fascino dei vulcani è per sempre

maggio 3, 2010

Questo pezzo è uscito il 25 aprile sul Riformista

di Francesco Longo

Gli ebrei furono liberati dalla schiavitù egiziana perché il Signore mandò una nube che li condusse dritti fino al Mar Rosso. La colonna di fumo aveva questa caratteristica: «la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte». Sull’attuale nube vulcanica islandese è facile trarre suggestive interpretazioni circa arcani moniti divini o moniti di Madre Natura, ma due cose sono certe. Primo: i vulcani hanno spesso attirato l’attenzione degli scrittori. Secondo: certe volte la religione e la letteratura si incontrano: sui vulcani. E si potrebbe anche aggiungere che la letteratura a volte si avvera, proprio come le preghiere o gli scongiuri.
Un vulcano islandese alzò la voce nell’anno mille, quando non esistevano ancora i processi mediatici, ma il cristianesimo se la passava lo stesso maluccio. Nei giorni in cui l’immagine della chiesa è ai minimi storici, nell’alto dei cieli si è alzata una nube che ha fatto strisciare a terra gli aerei. Una leggenda vuole che nell’anno mille, in Islanda, un vulcano fu determinante per il futuro della religione cristiana. All’epoca, il parlamento si riunì a Thingvellir, sopra una vecchissima distesa di lava, per prendere una decisione cruciale per il futuro della nazione. Era infatti arrivato il momento di decidere se adottare la religione cristiana o se proseguire ad adorare i loro antichi dei. Il parlamento riunito si spaccò in due fazioni. Ogni ala denunciava l’altra sostenendo che gli avversari erano fuori legge. Mentre la discussione era ancora accesa, irruppe un messaggero che sconvolse la disputa. Avvertì che la lava del vulcano aveva iniziato a sgorgare e che presto il villaggio del capo della comunità cristiana sarebbe stato spazzato via. Per i pagani era la prova dell’esistenza dei loro dei che non volevano essere cacciati. I loro discepoli tirarono queste conclusioni: «Cristiani: i nostri dei sono irritati dalla vostra proposta». Era possibile però leggere il fenomeno anche in un altro modo. Per il capo dei cristiani infatti c’era qualcosa che non tornava. La riunione avveniva su una colata di lava precedente. E il cristiano concluse così la sua arringa: «per quale motivo al tempo di quella antica eruzione i vostri dei sarebbero stati irritati? Forse proprio perché non esisteva ancora il cristianesimo sull’isola!». Si passò alla votazione. Il capo cristiano era stato più convincente. I voti dissero chiaramente che l’Islanda doveva voltare le spalle ai vecchi idoli e convertirsi al cristianesimo. Insomma il vulcano avrebbe portato la chiesa cristiana sull’isola.
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Ricci vs Lagioia

aprile 21, 2010

A proposito dell’argomento: qual è oggi il linguaggio del potere?, si è consumato di recente, sulle colonne de Il Fatto Quotidiano, uno scontro tra Nicola Lagioia e Antonio Ricci. Aveva iniziato Lagioia scrivendo in un suo articolo:

Credo che un buon libro sia sempre di per sé contro il potere, visto che parla, per sua intima natura, una lingua antitetica rispetto a quella dominante, che oggi per intenderci è la lingua pubblicitaria, intesa ovviamente in senso lato (il linguaggio della politica è quasi sempre pubblicitario). È per questo che ritengo che l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia ad esempio una fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio. E chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui.

Antonio Ricci ha risposto sullo stesso giornale.
È seguita la replica – sempre sul
Fatto – di Lagioia.

La risposta di Antonio Ricci

Caro Nicola Lagioia,
Fascista sei tu! Con tracotanza e violenza, mi accusi di essere una «fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi», perché uso il loro stesso linguaggio.
Le prove di quello che scrivi non esistono, naturalmente, per la tua esecuzione sommaria bastano i pregiudizi razzisti di cui grondi. Mi spiace che tu non capisca che quello che si propone Striscia è un lavoro di smontaggio, di messa a nudo di quei meccanismi che sono in grado di rivelare al telespettatore la natura di finzione della Tv. Se la televisione è l’oggetto da decostruire, la scelta più efficace è cercare di demolire il genere televisivo che più di tutti gli altri chiede, ottiene credibilità, e si propone come contrario della finzione, come “finestra sul mondo”: l’informazione.
Il dubbio è il padre di Striscia. Il linguaggio usato è quello dell’ironia. Nessuno al mondo ha mai conosciuto un fascista dubbioso e ironico. Te lo dico dalla mia continua e consapevole esperienza di antifascista (pensa che, ironia della sorte, l’ANPI mi dà la tessera onoraria).
Striscia da sempre ha dato voce ai consumatori, ai più deboli, agli handicappati. Tu senz’altro dirai «me ne frego», come hai scritto «me ne frego se Striscia critica Berlusconi». «Me ne frego», te lo voglio ricordare, è lo slogan del tipico fascista.
Molto «arcitaliano» è il tuo tentativo (come questo per altro) di cercare espedienti per avere «un posto al sole», una qualunque visibilità per promuovere il tuo successino librario, peraltro basato su analisi sociologiche farlocche. I tuoi contorcimenti pseudo-intellettuali per giustificare la tua appartenenza editoriale ti rappresentano più come una rampante ballerina del ventre che come un giovin scrittore coraggioso e impegnato come vuoi martellantemente far credere.
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Svendita sulla collezione Alitalia

aprile 17, 2010

Questo pezzo è uscito sulla rubrica curata da Stefano Catucci per il settimanale Romac’è.

di Stefano Catucci

I lavori per «Italia 90» hanno modificato le vie d’accesso all’aeroporto di Fiumicino e nascosto tra gli svincoli la statua di Leonardo da Vinci che prima troneggiava solitaria e imponente. Di Leonardo l’aeroporto esibisce però una citazione collocata nella sala delle partenze internazionali: una grande scultura in legno di Mario Ceroli del 1967, Squilibrio, che riproduce al suo interno l’immagine dell’uomo vitruviano così com’è stata disegnata dal Leonardo e che i viaggiatori conoscono bene come riferimento per gli appuntamenti. Qualche settimana fa Alitalia ha venduto la scultura per 120.000 euro ma si può star tranquilli: Squilibrio resterà dov’è, visto che ad acquistarla è stata la società Aeroporti di Roma.
Chi pensasse a una vendita incestuosa o a una semplice alchimia finanziaria dovrebbe tener conto che Aeroporti di Roma non aveva molta scelta, giacché Alitalia avrebbe venduto – o tentato di vendere – comunque. Da un anno, infatti, è iniziata la dismissione del patrimonio artistico accumulato da Alitalia negli anni del boom economico e di cui Finarte ha curato la vendita all’asta l’8 dicembre scorso. Collezionare arte italiana era un modo di costruire l’immagine di una compagnia e di un paese. I quadri erano esposti nelle sedi internazionali, nelle sale d’aspetto Vip, decoravano l’interno dei DC8 per farne «una galleria di via del Babuino», come diceva un cinegiornale d’epoca. Per ironia della sorte la vendita si è consumata nei paraggi, a via Margutta, ma per chiunque sappia cosa significa, anche in termini di valore, l’unità di una collezione d’arte, saperla frantumata è imperdonabile. Se Alitalia doveva o si era impegnata a vendere, il Ministero dei Beni Culturali o una Regione, un Comune, avrebbero potuto acquistare dando un aiuto non a fondo perduto. Più di 180 tele e incisioni con tutti i nomi più importanti del dopoguerra, sono state vendute per 811.000 euro, una goccia nel mare del deficit dell’Alitalia e più o meno il minimo preventivato. Fra i pochissimi invenduti c’è l’opera più pregiata, Zeus partorito dal sole di Gino Severini, quadro di 3 metri per 4 commissionato negli anni Cinquanta per la sede di Parigi. Verrà messo di nuovo all’asta in aprile con il prezzo base di 350.000 euro, non raggiunto a dicembre.
Non è un buon periodo per le vendite d’arte. La crisi si ripercuote molto sul settore, banche e fondazioni in difficoltà vendono e inflazionano l’offerta. Sarebbe stato un buon momento per comprare, tanto più che le amministrazioni pubbliche soffrono da tempo di una pulsione museale che resta spesso priva di contenuti. Sul sito web della Finarte la collezione Alitalia si può ancora vedere. Ma sarebbe bene che il catalogo dell’asta diventasse una pubblicazione a tutti gli effetti, prima che l’ultima testimonianza sparisca.

Omaggio a Giuseppe Genna

aprile 12, 2010

Durante la presentazione di Assalto a un tempo devatato e vile. versione 3.0 a Libri Come, domenica 28 marzo a Roma, Tommaso Pincio è intervenuto all’incontro leggendo questo “Omaggio a Giuseppe Genna”, in cui racconta il suo rapporto con il libro e con l’autore. Buona lettura e buon inizio di settimana.

di Tommaso Pincio

È da diverso tempo ormai che Giuseppe Genna perturba le nostre lettere. In rete e sulla carta stampata. E dico perturba non perché sia per vocazione un agitatore. È il suo semplice esistere che scuote. Solitamente, con uno scrittore, la partita si risolve con un «mi piace» o il suo contrario. Talvolta, tanto il «mi piace» che il suo contrario si amplificano in forme di adorazione incondizionata o rifiuto assoluto ma soltanto in rari giungono a toccare lo scrittore al di là di quel che egli scrive. La persona, solitamente e per quanto possibile, viene lasciata al riparo, risparmiata.
Il caso di Giuseppe è diverso. Certo, c’è chi lo ama e molto per quello che scrive e altri che, per la stessa ragione, lo amano meno. A un certo punto del suo percorso Giuseppe ha iniziato a usare per sé una strana definizione: il Miserabile scrittore. Era qualcosa di più di un comune epiteto, un nomignolo, un nick di battaglia affibbiatosi da sé. Giuseppe non si era semplicemente autobattezzato Miserabile né si limitava a palesare una discendenza adottiva da un assai noto maestro dei tempi andati. Giuseppe, quando si presentava al mondo in questa maniera — un mondo che era perlopiù quello della rete di cui egli un profondissimo conoscitore — parlava di sé in terza persona. Definirsi il Miserabile scrittore non era per lui un’obliterazione momentanea del nome, era un modo per parlarsi in terza persona, considerasi altro da sé, guardarsi da fuori.
Di più: era un modo di espellersi.
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Morire di stato

aprile 8, 2010

04/08/2009 Decesso di Francesco Mastrogiovanni

di Gianluca Cataldo

Francesco Mastrogiovanni è morto, secondo quanto riportato nella cartella clinica, alle 7.20 del 4 agosto 2009 all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania durante l’esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O. come da legge Basaglia).
Il caso Mastrogiovanni ha portato alla luce come all’interno dell’ospedale di Vallo della Lucania vigesse un sistema para-detentivo, dove l’aspetto contenitivo della malattia psichiatrica è preminente su quello della cura.
La storia del maestro anarchico la si può leggere sui quotidiani (pochi: Liberazione, Il Fatto Quotidiano e Il Cilento) che si sono occupati della vicenda. Ottanta ore di agonia, «durante le quali i suoi polsi e le sue caviglie sono rimasti costantemente legati, l’alimentazione resa possibile solo attraverso le flebo. Tutto registrato da nastri delle telecamere interne dell’ospedale. […]. Il maestro è morto per edema polmonare».[1]
Nonostante i filmati e l’enorme lasso di tempo contenuto con legacci e malnutrito con la flebo, nessuno tra personale medico, infermieristico né tantomeno il direttore sanitario è intervenuto. L’edema polmonare è conseguenza logica della prolungata e coatta posizione, quasi cristologica, cui Mastrogiovanni è stato costretto per ottanta ore.
I sette medici e i dodici infermieri indagati per omicidio colposo sono lì a testimoniarlo, così come la sospensione del direttore del dipartimento.
Invece che addentrarsi in dettagli di ordine tecnico-legislativi, è bene riportare alla memoria il processo intellettuale che, a partire dal 1961, ha suscitato in Franco Basaglia l’esigenza di un rovesciamento, prima, e una negazione, poi, di quella particolare istituzione totale definita manicomio (legge Giolitti, istitutiva dei manicomi).
Il termine ultimo della negazione dell’Istituzione sarà la chiusura degli ospedali psichiatrici (già sostituitisi ai manicomi). Il punto di partenza si basa su una duplice consapevolezza: della condizione dell’internato e della condizione dello psichiatra.
Il primo, in un manicomio, è posto in una situazione di totale spoliazione di sé in un contesto di violenza ed esclusione, determinate l’una da presunte finalità rieducative, l’altra giustificata sul piano della necessità come conseguenza della malattia. Una malattia che, a ben guardare, sembra elevarsi a passaggio burocratico, un’etichetta che codifica una passività data come irreversibile.
L’approccio esclusivamente organicista alla malattia la identifica in un’alterazione biologica da accettare e arginare in considerazione dell’assenza di una cura effettiva. Il corto circuito è rappresentato dell’oggetto d’indagine medica: un corpo che si presume malato e che in tal modo viene visto da chi quel corpo lo vive.
Paradossalmente finiscono per coincidere le visioni dello psichiatra, dell’istituzione e dell’internato, cosicché l’oggettivazione travalica il corpo per assorbire l’intera persona. La violenza trasla, per così dire, dal corpo-oggetto alla persona-oggetto. E non può essere diversamente dato che il rapporto medico-paziente-istituzione si basa su un’etichetta che definisce il malato come portatore di malattia.
Inoltre, in un’istituzione totale, la malattia sembra guidare qualsiasi atto dell’internato che vive, agli occhi dello psichiatra, sotto la sua continua deviazione.
«[…] C’era una paziente un giorno che era allegra perché le avevano detto che entro poco tempo sarebbe uscita dal manicomio. Quando lo seppe si mise a cantare a squarciagola dalla gioia. La caposala la vide e secondo lei non poteva cantare dalla gioia, poteva cantare solo perché era pazza. Così ci obbligò a prenderla con la forza e a rinchiuderla in un camerino […]».[2]
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Il concerto è interrotto

aprile 7, 2010

Questo pezzo è uscito sulla rubrica curata da Stefano Catucci per il settimanale Romac’è.

di Stefano Catucci

Spopolano su youtube le immagini del concerto interrotto al Pantheon domenica 28 febbraio: 10.000 visioni al giorno, links dai maggiori quotidiani on-line. Se uno spettatore non avesse postato il video l’episodio non sarebbe mai diventato una notizia. Ora, invece, le autorità sono state costrette a reagire. Il Ministro Bondi ha scritto una lettera ai vocalisti russi del Bach Consort scusandosi «per l’inqualificabile comportamento di alcuni custodi del Pantheon che hanno interrotto platealmente un concerto a motivo della chiusura del monumento» (alle 18 la domenica). Il sottosegretario Giro si è scusato con il sindaco, il Direttore Generale Roberto Cecchi ha annunciato un’ispezione ma ha anche preso atto del mea culpa degli organizzatori (Iter Percorsi Culturali): autorizzato per le ore 16, il concerto è stato pubblicizzato per le 18 ed è iniziato intorno alle 17. Nel video (c’è anche una versione lunga), sugli applausi che chiudono un brano una custode si avvicina al palco con passo deciso e annuncia al microfono la fine del concerto, invitando i presenti a uscire. Di fronte alle furiose proteste del pubblico la donna si sbraccia come un direttore d’orchestra per far sgombrare il palco e un suo collega cerca di placare i tumulti con un’involontaria allusione musicale: il suo «siamo in una chiesa signori» ricorda Scarpia nella Tosca («un tal baccano in chiesa»). La scena è brutta, il modo atrocetemente romano, ma la vicenda è anche sufficientemente confusa da richiedere un giudizio meno viscerale. La diffusione di iniziative musicali in luoghi monumentali della città sta generando un fenomeno culturale interessante che non può trascurare, però, condizioni concrete come gli orari di apertura e la disponibilità del personale a compiti nuovi, non regolamentati. D’altra parte leggendo i resoconti è impossibile capire quale concerto sia stato interrotto. Per il Tgcom mancavano «4 minuti della sinfonia», per il Corriere della Sera si trattava di un «quintetto d’archi russo» che eseguiva Vivaldi, per altri restava in programma «l’ultimo movimento di Vivaldi». Su youtube si vede un quartetto vocale con basso continuo realizzato da archi e clavicembalo che esegue un mottetto di Bach (Lobet den Herrn) e a cui (forse) mancava di eseguirne uno di Vivaldi, In exitu Israel, in effetti molto breve. Finché però la musica resta fuori dalla notizia, finché si parla a vanvera di sinfonia o di quintetto d’archi, come stupirsi che qualcuno possa concepire l’idea di interrompere un concerto? Bisognerebbe ringraziarli, i custodi del Pantheon, per aver atteso la fine del mottetto di Bach prima di cacciare il pubblico. Nessun rispetto culturale li obbligava a tanto.

La solitudine di Busi

aprile 6, 2010

Cari amici di minima&moralia, oggi, in assenza della rubrica di Francesco Pacifico (che riprenderà dal prossimo martedì), torniamo a parlare di Aldo Busi; non tanto della sua breve esperienza di naufrago del tubo catodico, quanto del suo stile appassionato, della sua forma scandalosa, della sua lingua ossessionata di comunicare l’urgenza dell’esistere, dei suoi romanzi, della sua letteratura.

di Stefano Jorio

Quando nell’Italia degli anni 80 Aldo Busi cominciò a pubblicare i suoi romanzi, in molti gridarono allo scandalo. E avevano ragione, anche se di quello scandalo avevano frainteso tutto. Lo accusarono di pornografia senza pensare che la pornografia è una tecnica di rappresentazione e non un tema narrativo. Lo accusarono di volgarità senza considerare che la volgarità esiste solo per le persone volgari. Non lo sapevano, ma a scandalizzarli era una cosa diversa: Seminario e Sodomie e gli altri cadevano sulla letteratura e sulla società italiana al modo dei capolavori, nei quali la lingua e la forza dell’immaginazione sono un grimaldello in grado di scoperchiare un intero universo sentimentale e cognitivo. Lo scandalo non può nascere da libri inerti. Il cazzo e la fica, con la loro disarmante elementarità, non infastidiscono nessuno nelle pagine già morte. E invece la passione, la perfezione, l’ossessione formale di Busi avevano questo di scandaloso: rendevano vive e vere e brucianti le esperienze che raccontavano. Erano una lettera minatoria spedita alla letteratura italiana.
La lingua di Busi non descriveva il reale, non era l’atto archivistico del romanziere che intende il mondo come fondale già dato per l’ambientazione di una sequenza pianificata a priori. Nell’atto stesso dello scrivere Busi innervava l’universo dall’interno, lo lasciava respirare e venire alla luce grazie a una rete verbale tanto fanatica e capillare da scoprirlo progressivamente a misura del suo addentrarsi in esso. Lo creava all’istante come cosmo sonoro e spazio mobile nel quale batteva inesausta l’urgenza dell’esistere. «In principio era il Verbo»: non è mai stato tanto vero. La sconfitta, la solitudine, la gioia, il piacere, il rigore, il furore, il livore: Pochi come Busi, negli ultimi trenta anni, hanno unito una tecnica eccelsa, il genio dell’invenzione linguistica e l’intuizione che chi vuole scrivere davvero non può trincerarsi nella biblioteca di casa.
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La cantatrice calva secondo Massin

aprile 5, 2010

di Riccardo Falcinelli

Il testo teatrale patisce spesso, nei luoghi comuni, la triste sorte di esser considerato inerte finché la magia del palcoscenico non gli dà vita. Il testo è sentito come semplice canovaccio: uno spunto da vivificare con l’evento performativo. Oppure è considerato «letteratura», il che, forse, è anche peggio. Il grande colpevole è il libro, la pagina scritta che tiene prigioniero il teatro «vero e vivo» e gli nega il proscenio.
Ma questi sono luoghi comuni appunto. Il testo teatrale è teatro anche lui, semplicemente in altro modo. Il teatro è tanto cose. Robert Massin ce lo dimostra.
È il 1964. Uno dei più grandi grafici del ‘900, Massin appunto, impagina per Gallimard (di cui è art director) un’edizione rivoluzionaria e inclassificabile della Cantatrice calva di Ionesco. Testo e immagine fusi insieme che risentono dell’atmosfera sperimentale delle avanguardie storiche e del futurismo. Caratteri più o meno grandi e di vario tipo che si muovono sulla pagina e interagiscono con i personaggi. Un uso espressivo della tipografia i cui precedenti illustri sono senza dubbio in Mallarmé e Marinetti. Ma questa è solo l’apparenza, la superficie. A guardare bene c’è di più.
È un libro illustrato, ma non solo. È un fumetto, forse. È un libro d’artista, quasi.
Il capolavoro non è nelle forme sensibili, ma nell’uso che Massin ne fa.
Intanto quelli che compaiono sulle pagine non sono personaggi ma sono attori. Gli stessi che stanno mettendo in scena a teatro il testo di Ionesco.
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