Archive for the ‘approfondimenti’ Category

Marrazzo, Morgan, Spitzer e il fantasma del pentimento mediatico

aprile 30, 2010

Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 28 aprile.

di Nicola Lagioia

Ho sempre preferito i romanzi di Nabokov agli esegeti di Maria Goretti, e dunque credo di essere tra quei pochi che, a scandalo appena esploso, hanno iniziato a provare una certa simpatia umana per Piero Marrazzo, a cui pure avevo dato il mio voto anni prima turandomi il naso per non lasciarmi stordire dall’odore d’acquasantiera che promanava sin dalle pagine internet dell’allora aspirante governatore. La versione del califfo così ubriaco di potere da reputarsi super partes mi convinceva (e seduceva) molto meno rispetto all’immagine notturna di un uomo solo, talmente preso all’amo della propria ossessione da dimenticare ogni prudenza e scendere nel ventre cittadino in esclusiva compagnia dei propri demoni. I Gracchi della contea di Norfolk, vale a dire i fratelli Kennedy, seppero alzare intorno ai propri innumerevoli festini una barriera elettrificata di potere puro al cento per cento, e mi sembrano umanamente più banali e prevedibili di chi arriva a farsi incastrare dalla polizia corrotta come ha fatto l’ex governatore del Lazio. Una storia che piacerebbe a James Ellroy.
Certo, pur non avendo responsabilità penali (andare a trans non è reato, e non lo è la cocaina usata a fini di consumo personale, e pare non lo fosse nemmeno l’uso dell’auto blu fuori dagli impegni istituzionali), Marrazzo ha tradito chi gli aveva dato il voto in nome di quel Dio, quella famiglia, quella patria sbandierate così stucchevolmente durante la campagna elettorale, e in più si è lasciato ricattare, ma l’improvviso squarcio sull’uomo sotterraneo mi sembrò all’epoca paradossalmente risarcitorio: impossibile essere così vuoti e bidimensionali come Marrazzo si presenta agli elettori, pensai, e dunque meglio il peccatore del cyborg circonfuso d’incenso. È durata lo spazio di poche notti, questa mia simpatia. Perché poi è arrivato il pubblico pentimento, il pubblico annuncio di ritiro in convento, la pubblica citazione di Cormac McCarthy a scopo letterario-espiatorio, e adesso il pubblico annuncio di ritorno sulle scene dopo appena sei mesi di ritiro previo (ancora) pubblico lavacro televisivo su Rai3 domenica prossima nello studio della Annunziata per In ½ ora. È qui che la mia imprevista simpatia si ritramuta nella solita ostile diffidenza: in fondo il tragico Humbert Humbert di Lolita nasconde i suoi peccati, mente, briga, depista, ma non arriva mai a rinnegare la sua amata Dolores Haze, nemmeno nel braccio della morte. Si potrebbe pensare che Marrazzo sia il solito furbone, ma il mio atroce sospetto è che lui a tutto questo (sepoltura definitiva del vizio sotto il pentimento, espiazione, rinascita, tutto nello spazio di neanche una stagione) ci creda veramente.
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La fisica delle coincidenze

aprile 28, 2010

Questo articolo è già apparso su Repubblica il 16 aprile scorso

di Piergiorgio Odifreddi

Sappiamo tutti che, alla roulette di un casinò, i colori rosso e nero escono in modo perfettamente casuale, senza alcuna regolarità. Supponiamo però che due amici si rechino in due casinò diversi, e registrino alla stessa ora le successioni di colori usciti alle rispettive roulettes. Se, confrontando le registrazioni, si accorgessero che le due successioni sono perfettamente coincidenti, cosa potrebbero pensare? Ovviamente, soltanto che le due roulettes sono truccate, e collegate in qualche modo. Se però i gestori dei casinò spergiurassero che non ci sono trucchi, permettessero controlli, e non si scoprisse effettivamente niente di sospetto? Beh, questo sarebbe un ottimo esempio di ciò che Jung chiamava sincronicità: un concetto da lui introdotto per spiegare l’ esistenza di quelli che a volte ci appaiono come i «casi strani», o le «coincidenze significative», della vita. Di solito, posti di fronte a questi casi o coincidenze, alcuni li accettano di buon grado, e altri invece li rimuovono. Jung trovò insoddisfacente l’opposizione tra causalità e casualità, e propose di affiancare loro un «terzo escluso», che chiamò appunto sincronicità: cioè, una connessione fra eventi che non è nè causale, nè casuale. Sorprendentemente, l’ esempio più inequivocabile di sincronicità viene oggi dalla fisica. Più precisamente, dai lavori di John Bell, di cui Adelphi pubblica un’ interessantissima raccolta di saggi più o meno divulgativi e filosofici, intitolata Dicibile e indicibile in meccanica quantistica. Saggi in cui è Bell stesso a dare l’interpretazione autentica dei suoi lavori. E lavori che hanno fatto storia non solo nella fisica, ma anche e soprattutto nella filosofia della scienza, perché hanno portato alla prima refutazione sperimentale di una visione metafisica del mondo, proposta nel 1936 da Albert Einstein e da lui difesa strenuamente fino alla morte.
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The end of bookishness: uno scrittore al confine tra due mondi

aprile 23, 2010

di Carlo Mazza Galanti

In occasione dell’uscita (prevista per i primi giorni di maggio) di Rosso Floyd, il prossimo romanzo di Michele Mari dedicato al tormentatissimo genio di Syd Barrett, propongo ai lettori di minima&moralia una parte del mio breve saggio già pubblicato sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti.

«Perché se è vero che il mezzo è il messaggio e che l’avvento della multimedialità interattiva cambierà tutto (ma voglio prendermi il lusso di sperare il contrario fino all’ultimo, come un soldato giapponese in un atollo), è anche vero che una delle cose più vere e commoventi di ogni creazione artistica è sempre stata il conflitto con il proprio mezzo. Quindi prepariamoci alla lotta, con questi non-libri che ci aspettano, senza affrettarci a salutarli come trionfatori».

È questa la breve ma significativa reazione di Michele Mari (pubblicata sul Corriere della sera del 9 agosto del 2000) al lungo e interessante saggio di Gabriele Frasca che chiude la Storia generale della letteratura diretta da Nino Borsellino e Walter Pedullà. Una riflessione, quella di Frasca (poi sviluppata nel volume intitolato La lettera che muore. La «letteratura» nel reticolo mediale), che guarda con una certa fiducia al mondo post-tipografico e alle possibilità della creazione letteraria (ma giustamente Frasca preferisce parlare di arti basate sul linguaggio) offerte dalle nuove e dalle nuovissime tecnologie (ad esempio le finzioni ipertestuali su cdrom di Michael Joyce o di Shelley Jackson). Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e della progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare il proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione di scrittore in termini di lotta, di confitto, di opposizione. L’immagine amaramente ironica del soldato giapponese che nel ristretto spazio di un atollo continua a combattere una guerra ormai persa (utilizzata a più riprese dallo scrittore) potrebbe far coppia con questa, appena meno drammatica, evocazione dei monaci medievali (tratta da un’intervista di un paio di anni fa): «… ci sono stati anche degli eroici monaci che nel medioevo hanno difeso la letteratura dai barbari», dove Mari si riferisce di nuovo, evidentemente, alla condizione del letterato contemporaneo. Molti suoi personaggi ripetono, ognuno a suo modo, il destino di questi metaforici, anacronistici ribelli e reclusi. Esseri malinconici, marginali e solitari, abitano luoghi remoti, abbandonati o decandenti, a volte circondati da libri. Testimoni di una consunzione irreversibile, di una perdita di aderenza alla realtà, questi uomini sono spesso folli, vaneggianti, immersi nei propri deliri, smarriti dietro oscure fantasie: Osmoc, lo studioso-eremita di Di bestia in bestia, il capitano di La stiva e l’abisso, il custode amnesico della vecchia casa di famiglia in Verderame, il condottiero rimasto l’unico sopravissuto di tutto la sua legione (L’Artigliopapine), il filologo divenuto serial killer (La serietà della serie), il ricercatore di Temperatura esterna (sia questo racconto che i due precedenti fanno parte di Euridice aveva un cane), divenuto folle nella solitudine di una base polare. Infine Syd Barrett, il fondatore dei Pink Floyd (protagonista in absentia di Rosso Floyd), destinato a un esistenza fantasmatica, al limite della follia, lontano dai riflettori nel buio seminterrato della casa materna.
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Persone/Nessuno

febbraio 5, 2010

Riprendiamo un post apparso la settimana scorsa sul blog di Linnio Accorroni, Un cuore intelligente; la sua associazione delle opere di Christian Boltanski, nella mostra recentemente allestita dall’artista al Grand Palais di Parigi, con le immagini che ci sono arrivate nelle utlime settimane dal terremoto di Haiti o dai dormitori-lager in cui vivono i nuovi schiavi di Rosarno, ci è sembrata particolarmente interessante e per questo ve la riproponiamo.

di Linnio Accorroni

Only connect, come al solito. Così, quasi inavvertitamente, per una suggestione sensoriale e cromatica prima ancora che concettuale e cronologica – quei vestiti colorati, quei panni smessi e/o indossati – viene quasi naturale sovrapporre in questi giorni immagini che provengono da contesti (Haiti, Parigi, Rosarno) e da ambiti (la realtà e la sua rappresentazione figurale) profondamente diversi. Le prime, quelle più tragiche e sconvolgenti – anche se ben presto placate dalla serialità anestetizzante della televisiva morte in diretta – erano quelle provenienti da Haiti. Ciò che accadeva nell’isola dopo il terremoto del 12 gennaio: le immagini delle centinaia di cadaveri abbandonati, le strade di Porte au Prince trasformate in una enorme morgue a cielo aperto. E la possanza / Qui con giusta misura / Anco estimar potrà dell’uman seme, / Cui la dura nutrice, ov’ei men teme, / Con lieve moto in un momento annulla / In parte, e può con moti / Poco men lievi ancor subitamente / Annichilare in tutto.
Persone certamente, quelle di Haiti, ma anche tanti Nessuno. Personnes: si chiama così anche l’esposizione di Boltanski inaugurata, proprio il giorno dopo il terremoto haitiano, al Grand Palais di Parigi fino all’11 febbraio: Personnes è lemma volutamente ambiguo che rimanda a più registri semantici: Personnes, cioè persone, certo, ma al singolare, in francese, questa parola significa Nessuno. E questa mostra di Boltanski è un trasparente omaggio alle tante Persone, ai tanti Nessuno che hanno lasciato, lasciano e lasceranno tracce effimere del loro involontario passaggio sulla terra. Un’installazione questa di Boltanski dove lo sgomento si fa plurisensoriale, dove il freddo glaciale («Lo spettatore – dice l’artista – non deve essere davanti, ma dentro l’opera, che deve avvolgerlo completamente: Personnes è stata concepita per essere un’esperienza dura»), il rumore infernale, assordante (che altro non è se non il battito amplificato di tanti cuori), la vista (un’enorme distesa di vestiti multicolori accatastati per terra, inquadrati in una meticolosa scansione per settori di uguale misura, recintati da pali di ferro ed illuminati da pallide, gelide luci al neon da obitorio) concorrono a sollecitare senza sosta una desolante meditazione sulla condizione umana: «Al visitatore non viene chiesto di dire se l’opera è bella o brutta, ma deve sentirsi all’interno della tragedia. I vestiti sono rappresentazioni di corpi umani:ci sono migliaia di persone, ma in realtà non c’è nessuno, perché sono tutti morti».
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Tolkien e la destra: una storia italiana

gennaio 23, 2010

Fin dagli anni Settanta è cominciato un processo di sistematica appopriazione dell’universo tolkieniano da parte dei movimenti e partiti di Destra; poiché in questi giorni si è riaperto il dibattito su questo autore e sul suo immaginario, pubblichiamo un estratto da L’anello che non tiene, di Lucio Del Corso e Paolo Pecere, testo da noi pubblicato qualche tempo fa. È una lunga argomentazione, ma avete tutto il weekend per leggerla.

Gianfranco de Turris, scrittore e giornalista Rai (nonché curatore delle opere di Julius Evola) spesso citato come autorità in materia di letteratura fantasy, ha accennato in più di un’occasione a un fenomeno che è, a ben vedere, tipicamente italiano: la relazione tra la letteratura fantasy e la destra, anche estrema. Ecco quello che dichiara in proposito in un’intervista relativamente recente:

«La narrativa di Tolkien e la “heroic fantasy” era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di Destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva. Nel mondo immaginario descritto in quei romanzi, negli eroi e nelle eroine, nei loro modi di essere e di vivere, si speculavano innumerevoli fantasie ideali sorte dall’humus ideale e politico in cui si erano formati personalmente e collettivamente. Non lo si può negare.
Ed ecco perché i Campi Hobbit si chiamarono così, ed ecco perché la Nuova Destra pose molta attenzione prima a Tolkien e poi alla “fantasy” più in generale.
Il “significato” di questo interesse nella Destra, che si è estrinsecato da un lato in una produzione narrativa ed in un approfondimento critico di questa narrativa, ma anche in alcuni tentativi comunitari da un altro, è per me importantissimo, anche se a qualcuno potrà sembrare eccessivo ed esagerato; nei momenti più tragici degli “anni di piombo”, nei momenti più deprimenti degli “anni di latta”, nei momenti più scoraggianti degli “anni di fango”, il ritrovarsi di parecchi giovani di Destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante, nell’attivismo del piccolo cabotaggio delle sezioni e delle federazioni. Invece di disperdersi, invece di annullarsi, invece di chiudersi in se stessi, sono sopravvissuti alla mediocrità, al conformismo, alla massificazione, al politicamente corretto».

Si tratta di dichiarazioni emblematiche, anche solo da un punto di vista linguistico, in cui viene ben sintetizzata la vicenda tolkieniana nella sua duplicità di fenomeno politico e critico-letterario.

Gli anni Settanta

Prima ancora di riflettere sulla natura del legame letteratura fantasy-destra, è opportuno cercare di delineare la storia delle vicende che sono alla base di questo apparentamento. La penetrazione di elementi, simboli, persino espressioni tolkieniane nel linguaggio politico delle destre italiane comincia attraverso la musica. Il 6 dicembre 1976, al Teatro delle Muse a Roma, si esibisce, di fronte a un pubblico tanto folto da non entrare nella sala destinata al concerto, la Compagnia dell’Anello, un gruppo destinato ad avere un certo seguito tra i membri più giovani del partito neofascista di Giorgio Almirante e attivo ancora oggi (anche se con una formazione diversa rispetto agli anni Settanta), al punto che una sua canzone, «Il domani appartiene a noi», è considerata oggi come «l’inno di Azione Giovani». The Fellowship of the Ring, in italiano La Compagnia dell’Anello, è il titolo della prima parte del Signore degli Anelli: la citazione è dunque evidente. Il complesso – in un primo momento con il nome di Gruppo Padovano di Protesta Nazionale – circolava sin dall’autunno del 1974, quando aveva cominciato la sua attività concertistica nei locali del Fronte della Gioventù di Padova. Al di là del nome assunto, tuttavia, di tolkieniano la band ha ben poco. Soprattutto nella sua prima fase, la produzione musicale della Compagnia si riduce essenzialmente a una serie di stornelli o ballate folk per voce e chitarra di contenuto politico, scritte soprattutto per fornire ai militanti più giovani un corpus di canzoni con cui sostituire o integrare i «classici» del fascismo (come «Faccetta nera», per intenderci): tra le prime canzoni composte dal gruppo figurano hit dal titolo eloquente quali «La foiba di San Giuliano», «Storia di una SS» o «La ballata del nero» (destinate a decenni di ininterrotta fruizione underground negli ambienti di destra), per i quali sarebbe difficile trovare punti d’aggancio con elfi, hobbit o Terre di Mezzo di sorta. L’ispirazione tolkieniana si riduce, dunque, a poco più di un pretesto, a un simbolo alternativo a quelli ereditati direttamente dal fascismo, su cui far leva per attirare nuovo consenso.
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I tortuosi movimenti di una terra occupata

gennaio 21, 2010

Quest’articolo è uscito il 6 gennaio sul Manifesto.

di Giuliano Battiston

Labirinto PALESTINA
Dallo scrittore Saree Makdisi all’urbanista Jeff Halper, un sentiero di lettura intorno a uno dei grovigli più complicati e crudeli della nostra contemporaneità: l’asimmetria sempre più radicale che caratterizza la «interazione» tra Israele e Gaza rappresenta, secondo la sociologa Saskia Sassen, un decisivo punto di rottura nella geometria del periodo attuale

In un saggio dedicato alle città come tecnologie di guerra (When the city itself becomes a technology of war, di prossima pubblicazione sulla rivista statunitense «Theory, Culture & Society») la sociologa Saskia Sassen, esaminando la crescente urbanizzazione delle guerre contemporanee, analizza anche il caso di Gaza. Chiedendosi se l’operazione «Piombo fuso», lanciata dall’esercito israeliano un anno fa, il 27 dicembre 2008, e proseguita fino al 18 gennaio 2009, e «la crescente asimmetria che caratterizza l’interazione Israele-Gaza» non possa segnare un passaggio paradigmatico, «un punto di rottura nella geometria del periodo attuale». Perché se è vero che a Gaza l’esercito israeliano ha potuto dispiegare in modo unilaterale e mettere in pratica strumenti, tattiche e strategie di guerra in contesti urbani, è altrettanto vero che Gaza ha reso visibili «i limiti del potere in condizioni di assoluta superiorità militare».

Una musica di sottofondo
Anche nei casi di una simile sproporzione di forze, e, anzi, proprio laddove l’asimmetria di forze è così radicale ed estrema, argomenta Saskia Sassen, «la forza militare può raggiungere un punto in cui è costretta a puntare all’ostruzionismo piuttosto che polverizzare il suo nemico». Un ostruzionismo che si esercita per esempio impedendo che i beni di prima necessità inviati dalle agenzie di aiuti internazionali raggiungano i destinatari. O con quel «labirinto di leggi, ordini militari, procedure di pianificazione, limitazioni alla libertà di spostamento, burocrazia kafkiana, insediamenti ed infrastrutture» di cui parla Jeff Halper in Ostacoli alla pace. Una riconstestualizzazione del conflitto israelo-palestinese uscito per le edizioni Una Città, 2009 (pp.168, euro 12).
Urbanista e antropologo, già docente presso l’Università di Haifa e di Ben Gurion, fondatore nel 1997 e poi coordinatore dell’Israeli Committee Against House Demolitions, Jeff Halper si dedica da anni – appunto – alla denuncia della demolizione delle case palestinesi, e, poco persuaso che la società israeliana possa ammettere che i propri diritti si fondino spesso sulla negazione di quelli altrui (su questo si veda l’intervista ad Halper in Muri, lacrime e za’tar, di Gianluca Solera, Nuova dimensione, pp.448, euro 18), valuta positivamente il movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele (Bds).
Un movimento che, specie dopo l’operazione «Piombo fuso» e la ribadita inefficacia degli strumenti del diritto internazionale di fronte all’impune arroganza del governo israeliano, ha trovato nuovi sostenitori. E di cui spiegano le ragioni, tracciando un paragone con il caso del Sudafrica e spiegando nei suoi tratti essenziali la struttura economica di Israele, Diana Carminati e Alfredo Tradardi in Boicottare Israele: una pratica non violenta (Derive Approdi, pp.132, euro 10). Un testo chiaro e didascalico, utile anche a quanti non ritengono legittimo o efficace il ricorso a questo strumento per risolvere il conflitto israelo-palestinese. O, meglio, per mettere fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Perché, come ricordava nel 2005 la giornalista israeliana Amira Hass in Domani andrà peggio (Fusi orari, 2005), e come ribadisce oggi Saree Makdisi in Palestina borderline. Storie di un’occupazione quotidiana (Isbn, pp.228, euro 29), una soluzione passa tra le altre cose da un lato per l’analisi dell’interazione tra lingua e politica, dal momento che, scrive Makdisi, «una semplice scelta lessicale esprime e, cosa più importante, genera effetti politici». E dall’altro per l’attenzione alla «musica di sottofondo dell’occupazione», visto che «la stragrande maggioranza degli scontri giornalieri fra israeliani e palestinesi avviene nei luoghi del quotidiano… dove una visione molto politica, dal linguaggio tecnico e asettico delle procedure amministrative e dei regolamenti burocratici, viene applicata negli uffici governativi, ai posti di blocco e ai checkpoint…».
Per questo, sostiene Saree Makdisi, che coniuga con grande efficacia annotazioni di vita quotidiana «aneddotiche» ma esemplari con solide letture politiche degli avvenimenti degli ultimi decenni (dal processo di Oslo alla Road Map – che «spostò la responsabilità della fine dell’occupazione dall’occupante all’occupato» -, fino al successo di Hamas), anziché rappresentare un caso unico, «Gaza è il prototipo di una forma di confinamento e isolamento che è stata applicata anche alle comunità palestinesi della Cisgiordania».
E su Gaza non poteva mancare di riflettere anche Paola Caridi, autrice nel 2007 di Arabi invisibili. Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi (Feltrinelli). La giornalista di «Lettera22» lo fa brillantemente nel suo Hamas. Che cos’è e cosa vuole il movimento radicale palestinese (Feltrinelli, pp. 288, euro 15), in cui combina il metodo rigoroso imparato da Paolo Spriano negli anni di formazione come storica dei partiti politici con la disinvoltura di stile affinata con la pratica giornalistica. Da qui, la capacità di individuare il legame che unisce episodi apparentemente isolati degli ultimi anni – la vittoria alle elezioni politiche del 25 gennaio 2006, il colpo di mano del giugno 2007 con cui Hamas ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, l’operazione «Piombo fuso» – a una storia lunga e articolata. Che comincia formalmente il 9 dicembre del 1987, quando viene fondato lo Harakat al Muqawwama al Islamiyya, Hamas. Ma che «risale a oltre sessant’anni fa, nel suo sviluppo locale, e che data dalla fine degli anni venti, nelle sue radici regionali».
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Il corpo e il sangue d’Italia. Note su letteratura, etica e società

gennaio 2, 2010

Questo breve saggio è stato pubblicato in francese col titolo Le corps e le sang de l’Italie: littérature, éthique et société, sulla rivista Raison Publique, Presses de l’Université Paris-Sorbonne nel maggio 2009. L’autore è dottorando in letteratura italiana presso l’Università di Chicago.

di Raffaello Palumbo Mosca

È possibile raccontare un paese attraverso un romanzo o un short-story? E perché dovrebbe essere consigliabile o addirittura necessario? Mai, si sa, è stato così facile nella storia dell’uomo ottenere informazioni, mai il sapere (almeno nei paesi dall’economia avanzata) è stato così a portata di mano come oggi; giornali, televisione, internet: ogni notizia (quotidiana, storica, di costume) è a click away. Eppure, dopo un ventennio di giochi linguistici più o meno riusciti, di strutturalismo e “letteratura come menzogna”, assistiamo ad un nuovo impulso della letteratura a provarsi nel racconto serrato del reale.

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Essere altro

dicembre 24, 2009

Questo articolo, in forma ridotta, è uscito ieri 23 dicembre sul quotidiano Il manifesto

di Giorgio Vasta

In questi giorni di semiotiche febbrili concentrate su un unico fenomeno – Berlusconi colpito al volto da Massimo Tartaglia con un souvenir del Duomo di Milano – per ogni segno è stato individuato un simbolo e ogni simbolo è stato connesso a un altro simbolo per comporre, nell’insieme, il rebus di ciò che è accaduto, e l’eventuale soluzione del suo significato. In alcuni momenti la sensazione è stata quella di avere a che fare con un’ermeneutica impazzita, con l’ostinata ricerca di un’allegoria interna all’episodio, o per lo meno di una metafora esplorabile. Si tratta di tentativi di lettura comunque legittimi e indispensabili per provare a comprendere, dal particolare, qualcosa di più ampio. E se è del tutto naturale che in questi casi il nostro sguardo si focalizzi sul centro dell’immagine – il corpo di Berlusconi, il suo volto ferito – è ugualmente utile far lavorare anche la coda dell’occhio per andare in cerca di ciò che si colloca più in là, al margine, confuso e defilato, per quanto drammaticamente decisivo nel determinare ciò che è successo: il corpo di Massimo Tartaglia. Ed esattamente il momento in cui, nel brulichio della folla, Tartaglia solleva il braccio destro, lo carica facendolo oscillare un paio di volte nell’aria e poi scaglia contro Berlusconi il suo proiettile di pietra. Questa immagine – che ognuno di noi ha assorbito, in televisione o in rete, al ralenti o in un fermo immagine – ha attivato l’equivalente della coda dell’occhio nell’ambito del ricordo, una sorta di “coda della memoria”, facendomene venire in mente un’altra e generando così una rima, sia di struttura sia di senso. Un’alternativa pratica e politica.
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Radiodocumentario Japigia

dicembre 16, 2009

Giovanna Scandale ha realizzato per Radio Tre, nel corso del programma Fantasmi-Zone, un bellissimo radio-documentario su Japigia, un quartiere dell’estrema periferia barese. Eccola qui, tutta da ascoltare, un’immersione sonora nel ventre della città.

Morte di un albatross

novembre 13, 2009

Con questo post su Midway, ultimo lavoro del fotografo Chris Jordan, si apre la collaborazione di Fabio Severo con minima & moralia. Fabio è fondatore e autore del blog hippolytebayard, uno spazio che ospita interessanti ragionamenti sulla fotografia contemporanea e interviste esclusive con alcuni dei protagonisti. Ci sembrava importante aprire un canale di comunicazione con questa forma espressiva anche perché le speculazioni sulla fotografia e, più in generale, sullo statuto delle immagini sembrano avere l’incredibile capacità di dirci dove ci troviamo.

di Fabio Severo

Questa fotografia mostra gli oggetti di plastica rinvenuti nello stomaco di un giovane albatross di Laysan, raccolti e disposti dalla dott.ssa Cynthia Vanderlip, Division of Forestry and Wildlife, Hawaii.
Foto: Rebecca Hosking/Philosophical Transactions of the Royal Society

Atollo di Midway, “a più di duemila miglia dal continente più vicino”, alcune settimane fa.
Carcasse di piccoli di albatross fotografati come reperti investigativi, la stessa immagine per ogni animale morto, la più triste forma di tipologia fotografica. Dentro ciò che è rimasto di questi uccelli, e dove una volta c’era il loro stomaco piccoli oggetti di plastica dai colori sbiaditi formano composizioni astratte, racchiuse dallo scheletro degli animali. Questo è Midway, l’ultimo lavoro di Chris Jordan, una documentazione del disastro ambientale che sta accadendo in “uno dei più remoti santuari marini”, vicino a ciò che è stata chiamata la Great Pacific Garbage Patch, un vortice di spazzatura al centro dell’Oceano Pacifico del Nord che si stima sia diventato grande almeno quanto lo stato del Texas.

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