Archive for the ‘idee’ Category

Morire di stato

aprile 29, 2010

05. Decesso della Seconda Repubblica 4/12/09
di Gianluca Cataldo

Dichiarazioni di Spatuzza davanti ai giudici della II sezione della Corte d’Appello di Palermo (in trasferta a Torino). Il pentito verrà poi smentito dai fratelli Graviano, o meglio da uno dei fratelli Graviano. Riportiamo, a tal riguardo, l’estratto di un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su Repubblica il 12 dicembre 2009

Nell’aula risuonano i tre «no» tondi e secchi di Filippo Graviano. «Conosce Marcello Dell’Utri?», chiede la Corte. «No!», risponde. «Ha mai incontrato Marcello Dell’Utri?». «Assolutamente no!». «Ha mai avuto rapporti anche indiretti con Marcello Dell’Utri?». «No!». I tre «no» rendono molto soddisfatta la difesa del senatore. Fanno dire a Berlusconi che «siamo alle comiche». Susciteranno gli animati strepiti dei turiferari del cavaliere.
Con buone ragioni, se l’affare lo si semplifica fino a non tener conto delle anomalie di questo processo e dell’abitudine tutta siciliana all’omissione, all’ambiguità, al non detto che allude, al detto che nasconde: la migliore parola è quella che non si dice, dicono nell’Isola. Anche ieri, la parola più determinante non è stata detta. Avrebbe potuto dirla Giuseppe Graviano. È lui che organizza le stragi del 1993, non Filippo. È lui, non Filippo, che – secondo Gaspare Spatuzza – si gloria di «essersi messo il Paese nelle mani» forte delle promesse di Berlusconi («quello di Canale 5») e di Dell’Utri («il paesano»). Con una sola parola, il mafioso di Brancaccio avrebbe potuto o distruggere la credibilità di Spatuzza o dannare all’inferno il senatore. Quella parola l’ha rifiutata per il momento almeno fino a quando non gli saranno attenuante le severe condizioni carcerarie che lo affliggono.
Ora ci si può sbizzarrire con l’ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese.


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I sette peccati capitali della critica italiana

aprile 16, 2010

Una sezione della rivista Lo Straniero del mese corrente è dedicata allo stato di salute della critica. Mi è stato chiesto cosa ne pensavo dell’argomento. Questo è il mio contributo.

di Nicola Lagioia

Relativamente alle faccende di creatività quando non addirittura di genio, ho sempre detestato gli apparati prescrittivi validi a priori. I «si scrive così o cosà», o i «non è più tempo delle voci off» sono discorsi che per me non hanno senso. Non mi azzarderei mai a biasimare preventivamente la poetica di uno scrittore, di un regista cinematografico, di un artista, sapendo bene come le opere d’ingegno siano capaci di spillare dalla singolarità da cui sono misteriosamente generate tesori ben più vasti di quanto possa contenerne il piccolo scrigno della mia filosofia (per quanto ad esempio in letteratura io provi una particolare affinità col tutto pieno e con una certa polifonia narrativa, sarei un vero trombone se affermassi che ai tempi di Faulkner l’asciuttezza di stile non aveva senso, soprattutto perché insieme con il conto mi verrebbe presentato L’Étranger di Albert Camus).
Allo stesso modo, non voglio entrare in questioni di merito per ciò che riguarda la critica (letteraria, cinematografica, teatrale, e così via). A ogni critico la propria vena creativa, le proprie ossessioni, il proprio stile, la propria – si spera – divorante curiosità, sempre che il risultato sia degno di nota. Per fare un altro esempio, non mi dispiacciono i Jefferson Airplane, e in più detesto la vecchia misoginia di stampo bianco anglosassone e protestante, ma quando Harold Bloom prova a spiegarci come i residui della cultura fricchettona da summer of love uniti a un certo femminismo andato a male abbiano contribuito a rovinare i dipartimenti di studi letterari statunitensi (per cui ad esempio l’orientamento sessuale in chiave politically correct assurge a valore estetico, e il romanzo di una lesbica afro-americana di estrazione proletaria e orientamento trotskista vale di per sé più della Wasteland di T.S. Eliot), bhe, io gli credo. E gli credo perché Bloom mostra non solo di aver approfondito l’argomento, ma anche di averlo sofferto, di saperlo inserire in quel contesto più ampio che è la storia della letteratura e della società che l’ha espressa e continua a esprimerla, di usare per esso degli strumenti d’indagine di tutto rispetto, e infine di saperlo dire, o meglio scrivere, il che non significa risultare persuasivi grazie a un banale esercizio di retorica, ma di essersi meritati perfino espressivamente l’asserzione di cui ci si fa portatori (così come leggendo la Recherche credo ai differrenti tipi di gelosia di Swann verso Odette e di Marcel verso Albertine, credo al Bloom di turno quando riesce a estrarre – attraverso l’uso della parola – il bene prezioso di una verità). Gli credo ovviamente anche perché ho letto la Wasteland e ho letto la Recherche, e mi sono convinto che la prima è una grande opera indipendentemente dalle opinioni monarchiche del suo autore, e la seconda non soffre neanche un po’ dal mancato outing di Albertine («oui, je suis Alfredo Agostinelli»).
A ciascuno dunque la propria ossessione, i propri talenti, le proprie strategie… Diverso il discorso se invece passiamo alle questioni di metodo. Fino a prova contraria, difficilmente crederò a uno scrittore che denunci la propria capacità di partorire un romanzo-mondo (mettiamo Cent’anni di solitudine) in otto giorni, o che rivendichi l’uso continuato di psylocibe cubensis – un potente allucinogeno – come possibile aiuto durante la scrittura di romanzi del tipo di Le relazioni pericolose (e cioè congegni narrativi retti da una struttura a prova di bomba, fatta per lo più di logica adamantina e spietata razionalità settecentesca), o che porti la propria naivité – l’avere letto pochissimi libri in vita propria – come solida base culturale da cui partire per costruire opere analoghe a La montagna incantata. Il fatto che questi siano metodi sbagliati rispetto agli obiettivi che si propongono io lo so per via induttiva: mi capita ad esempio di leggere romanzi che chiaramente sono scritti in modo sciatto e frettoloso (se un don Abbondio muovesse in modo spavaldo guerra ai bravi senza nulla che lo giustifichi – nell’ambito di un’economia estetica e narrativa in tutto simile a quella dei Promessi Sposi – come minimo l’aspirante Manzoni si è dato troppo poco tempo per rileggere e meditare il proprio libro prima di mandarlo in stampa).
Un discorso molto simile lo si può fare per la critica (ed è di critica che qui sto e voglio parlare, specie di critica letteraria, vale a dire quella che conosco meglio). A tal proposito, credo che la critica non solo debba, ma addirittura possa svolgere un compito importante per l’ecologia del nostro mondo culturale. Come accade tuttavia per i romanzi o per i film, a saggi critici e interventi giornalistici davvero utili e degni di nota o addirittura di grandissimo livello, vedo alternare totali sprechi di inchiostro nonché veri attentati a quel già fragile e traballante ecosistema che è appunto il nostro habitat intellettuale. E poiché (sempre induttivamente) molto spesso la cattiva e la pessima critica sono imputabili a problemi di metodo, la maggior parte dei quali si manifestano con una ricorsività che oserei definire «rivelatoria», voglio qui provare a enunciare almeno qualcuno tra i peccati capitali in cui credo di essermi imbattuto più frequentemente negli ultimi anni.
Non ho pretese di completezza. E mi auguro che l’essere in qualche modo parte in causa – sono uno scrittore di narrativa – aggiunga in esperienza e attenzione (l’attenzione che ho sempre prestato al lavoro di chi mi giudica) più di quello che sottragga in prevenzione e narcisismo.
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Morire di stato

aprile 15, 2010

03. 22/10/2009 Decesso di Stefano Cucchi
di Gianluca Cataldo

Panopticon
(confessioni di un luogo di prigionia)

Sono lo specchio architettonico di quella tecnologia politica del corpo che agisce verso la marchiatura e la soggezione dell’ospite.
Un torrione al centro e un anello periferico di celle forate verso l’interno e verso l’esterno. Il sole trapassa e impatta sull’ospite che proietta ombre sulla mia cella nella torre centrale. Sono tutti, ai miei occhi onnivedenti, ridotti a ombre. Si allungano e si contraggono seguendo l’ordine del tempo, un ordine ormai accartocciato, puntiforme. Ogni loro minimo movimento, ogni singolo cedimento nell’impalcatura sociale dentro cui sono destinati a recitare il ruolo imbastito sulla loro ombra, che impercettibilmente si muove, mi si presenta come spostamento di luce. È come un gioco di specchi neri che riflettono il negativo di un’immagine. Sono tutti sfocati e privi di lineamenti, ed è rassicurante avere a che vedere con una proiezione. Vedo gli ospiti privi di storia, un magma da catalogare, oggetti di un’informazione e mai soggetti di una comunicazione.
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Non posso smettere di continuare, continuerò

aprile 2, 2010

Questo pezzo è apparso nel numero di marzo dello Straniero.

di Nicola Lagioia

Coltivare l’idea che il sistema culturale di un paese del primo mondo possa stringere rapporti puerili con il mondo del potere è una pia illusione o – al massimo – il rifugio degli ipocriti. Competizione, prevaricazione e narcisismo ci inchiodano sempre più spietatamente alla croce della rispettabilità sociale, e dunque perché mai il mondo delle lettere, del teatro, del cinema, dell’arte dovrebbe esserne immune? Accertata la pervasività crescente di questo tipo di clima (ansia da successo rincorso, logoramento da successo ottenuto, frustrazione da successo perduto o mai avuto, in ogni caso trionfo delle benzodiazepine), in attesa di una bonifica su larga scala la differenza come al solito si gioca sulla vita e sulle opere dei singoli, a seconda che si lascino contagiare e poi travolgere dalla forza distruttiva dell’ordine sociale appena descritto o, al contrario, escogitino stratagemmi per sfuggirvi o meglio ancora educhino il proprio nucleo indistruttibile a non farsene nemmeno contagiare.
A tal proposito, sono almeno tre i libri usciti in Italia negli ultimi tempi che affrontano la questione. Si tratta di piccoli libri a firma di tre scrittori (Juan Rodolfo Wilcock, Aldo Busi, Thomas Bernhard), e si possono intendere come altrettanti specchi della loro vita davanti al problema del rapporto col potere.

Il reato di scrivere di Juan Rodolfo Wilcock, ben curato da Edoardo Camurri che ne scrive anche la postfazione, è una silloge degli interventi dello scrittore argentino che adottò il nostro paese e ancor di più la nostra lingua: rapide riflessioni e più distesi ragionamenti sul piccolo mondo delle lettere nostrane scritti e pubblicati negli anni Sessanta e Settanta per La voce repubblicana, Tempo presente e Il Mondo di Pannunzio. Sia che si occupi di premi letterari, sia che analizzi vizi velleità e legittime aspirazioni dell’intellettuale italiano da dopo-boom, sia che provi a ragionare di morte del romanzo (che Wilcock trova impossibile – e dunque ridicoli i de profundis dei critici – almeno fino a quando il bisogno di raccontare non sarà estirpato dalle radici dell’umano a quel punto già diversamente umano), o di morte della poesia (che invece trova più plausibile, in corrispondenza della morte di Dio, finch’essa dura e sempre che sia definitiva), Rodolfo Wilcock non veste i panni del furibondo fustigatore di costumi ma avanza tra la mediocrità e i poveri veleni e la crescente stupidità dei colleghi armato solo di un acume ben temperato, di una cultura eurocentrica tanto più amata quanto più data per spacciata, e di un’intelligenza tiepidamente dolente e troppo delicata per far sorgere il sospetto di una qualche strumentalità. Insomma, Wilcock incarna molto bene una delle due declinazioni (la più moderata) di una specie intellettuale rara e a quasi esclusivo appannaggio di chi vanta natali entro i confini del nostro paese: l’antitaliano. Leggendolo a trenta e più anni di distanza, se ne esce costernati e consolati allo stesso tempo: da una parte, la conferma di quanto sia profondo il sonno della ragione (e dell’onestà, e della vera sensibilità) da cui è affetto il sistema culturale del nostro paese, dall’altra la consapevolezza che in passato non si stava tanto meglio.
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Morire di stato

aprile 1, 2010

Con l’articolo seguente inizia una rubrica di sedimentazione mnemonica. Il 2009 è stato attraversato da una serie di scomparse che in un modo o nell’altro sembrano essere collegate da una Statalizzazione della morte. Si seguirà un preciso iter cronologico che a partire dalla morte di Eluana Englaro (passando per Francesco Mastrogiovanni, Stefano Cucchi, Brenda, e la Seconda Repubblica) si concluderà con la morte (avvenuta i primi giorni del nuovo anno) di undici emigrati/rimpatriati nel deserto libico. Sei momenti nei quali si tenterà di ricostruire la vicenda in esame cogliendone gli aspetti meno palesi; a volte si riprodurranno articoli comparsi in riviste e quotidiani italiani; altre, ci saranno delle canzoni a fissare temi non sempre scontati.
L’intenzione della rubrica non è un raccapricciante voyeurismo, bensì ricordare importanti cedimenti dello Stato di diritto, meno evidenti (e più occulti) di quanto avvenuto a Genova nel 2001 o di quanto, ogni giorno, continua ad accadere nelle legislative aule del Parlamento, quando non ridotte e spettatrici degli urgentissimi atti del Consiglio dei Ministri
.

di Gianluca Cataldo

01. Decesso di Eluana Englaro 09/02/2009
Pubblichiamo di seguito un estratto di un articolo dal titolo «Testamento biologico», a cura di Chiara Lalli, apparso su Il mucchio selvaggio del mese di marzo.
Il punto di partenza, necessario e indispensabile, è la Costituzione. L’articolo 32 dispone: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
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Alcuni appunti su Natura come cura

marzo 26, 2010

di Linnio Accorroni

Il format rigido della recensione, il numero di battute che, per esigenze di spazio, viene imposto a chi collabora, può suonare talvolta come una specie di diktat quasi grottesco di fronte a certi libri. Così è anche per questo Natura come cura di Richard Mabey; Einaudi, 2010. L’autore è un botanico e scrittore che in Inghilterra tiene rubriche seguitissime su varie riviste e alla BBC. Questo libro, fra l’altro, è anche la cronaca della sua guarigione da una terribile depressione piombatagli addosso dopo il successo del suo monumentale Flora britannica; secondo il Times, una fra le migliori guide naturalistiche mai pubblicate.

Chi legge cosa. Si sa che lo stesso libro, in lettori diversi, può suscitare reazioni estreme e dissonanti: per esempio, Augusto Romano in una recensione del libro di Mabey apparsa su Tuttolibri del 13 marzo scorso, ha rinvenuto in quest’opera una specie di paccottiglia indigesta, una stucchevole riproposizione di ismi logori e stantii: «Romanticismo, utopismo, pacifismo programmatico, vitalismo, con qualche sfumatura new Age e qualche cascame della controcultura ».
Eppure già dalla prime pagine quel velo che solitamente opacizza la nostra percezione della natura, quel diaframma che ci impedisce la più nitida delle visuali, è come spazzato via da questa scrittura che sorprende per la sua capacità di mettere in empatica connessione i paesaggi e la lingua: «le morbide pieghe e le fughe prospettiche di queste colline, il paesaggio mutevole pieno di sorprese», oppure, più avanti: «Il territorio è una lingua imbastardita, piena di modi di dire locali, neologismi, modi e prestiti, che ogni tanto ci fa una piacevole sorpresa e si lascia leggere».
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Busi contro il neo-analfabetismo

marzo 24, 2010

Riportiamo un articolo che trovate oggi sul Riformista, dove Nicola Lagioia interpreta lo scandalo mediatico che si è scatenato nell’ultima settimana intorno alle parole e al personaggio di Aldo Busi, e intorno a quella che può essere definita una legittima e fallimentare crociata contro l’Italia dei neo-analfabeti.

di Nicola Lagioia

Questa sera andrà in onda su Rai Due la quinta puntata dell’«Isola dei Famosi», la prima senza Aldo Busi, neanche in studio, a meno di un’indulgenza plenaria emersa all’ultimo momento dalle acquasantiere della Rai.
Come è noto, nei giorni scorsi la tv di stato ha disposto – unendo destra e sinistra nell’unica perversione incoraggiata bipartisan, e cioè l’incesto tra potere e ipocrisia – di bandire da ogni trasmissione delle proprie reti l’autore di Seminario sulla gioventù e di quell’altra trentina di libri che dovrebbero al contrario rappresentare un salvacondotto privilegiato per l’accesso al dibattito pubblico. Ma a ben vedere, la presenza di Busi al reality (il cui vertice sta proprio nella sparata in cui la cecità dei censori ha visto offese al papa e al presidente del consiglio) è stata una cartina di tornasole capace di rivelarci a che punto è la notte del vero scontro di civiltà in atto da tre lustri in Italia. Due opposte specie antropologiche si contendono il dominio della penisola. Non cristiani contro mussulmani e non toghe rosse contro partiti dell’amore, ma coloro che affidano i propri argomenti alla corretta articolazione del linguaggio, al sillogismo, persino al paradosso – che del linguaggio è una delle possibili declinazioni – partendo dalla convinzione che un patrimonio condiviso esista (per esempio la voltaireana difesa della libera espressione delle opinioni con cui siamo in disaccordo), e quelli che al contrario usano le parole come altrettante onomatopee dell’anima, e cioè abbandonando nell’indistinto oceano della cieca, bruta e in fin dei conti violenta emozionalità (la propria) quei feti adulti di opinioni che sono gli istinti, e ai quali solo l’incubatrice del linguaggio può sperare di donare l’adultità della vita civile. Si tratta, insomma, degli analfabeti di ritorno. E la presenza di Busi all’«Isola» si può leggere come il seguente esperimento: cosa succede se in una vasca di individui pre- (o post-) linguistici viene immerso il pesce sempre più fuor d’acqua di un alfabeta?
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Bukowski, Epimeteo postmoderno

marzo 18, 2010

Questo articolo è apparso sul Riformista il 6 marzo.
di Marco Pacioni


Se non ci si lascia subito sedurre dal rituale della lettura maledetta della prosa di Charles Bukowski e si prendono in mano le sue poesie si ha la possibilità di sondare quanto più in profondità riesca ad andare la maniera pulp della sua scrittura. Del resto quanto più ricco della retorica splatter può essere il pulp lo ha mostrato anche Quentin Tarantino, l’altro grande autore che ha determinato il successo del genere.
L’indecenza di mettersi a distanza di sicurezza, cioè la presunzione di ergere tra sé e gli altri la scrittura, pone Bukowski nella posizione di esibire continuamente la sua partecipazione alla vita e di rimarcarne gli aspetti più laidi. Ma come rivela la raccolta di componimenti postumi Cena a sbafo, curata da Simona Viciani (Guanda, «poeti della fenice», pp. 325, € 18), l’impulso fondamentale di Bukowski non è l’estetizzazione di questi aspetti. Come in parte avviene anche nelle poesie di Raymond Carver, il suo afflato è fondamentalmente morale. Ma mentre Carver nelle sue situazioni di scrittura raggiunge una sospensione indecidibile tra il surreale e l’iperreale, Bukowski tende a chiudere con una nettezza di sapore stoico: «ci saranno […] le solite malattie / seguite da una malaccetta / morte. / ma la maggior parte di noi è distrutta molto / prima / com’è giusto che / sia». Il compiacimento o il disgusto che la poesia esprime, concerne la composizione e decomposizione dei corpi, gli squilibri e le stabilizzazioni parziali delle pulsioni. Anche se messo su carta però, il personaggio Bukowski si lascia sempre spiare on stage. La sua autobiografia va oltre la confessione e l’autodenuncia. Compie una performance continua che raggiunge, senza trasformarlo in astrazione, anche il momento dell’intuizione poetica. È per questo che molte sue poesie si costruiscono su se stesse corrodendo la loro aulicità lirica per lasciare balenare a volte un’umoristica pietas.
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Gioco

marzo 4, 2010

di Gianluca Cataldo

Pensiero senso-munito se letto accanto a Manoscritto trovato in una tasca di Julio Cortazàr.

Igor e Lisa passarono il pomeriggio in libreria a scarabocchiare su una cartina vecchia della metrò di Parigi gli spostamenti di Julio, Ana Margrit , Paula Ofelia, le mille donne del gioco per uno uomo solo, le mille donne sdoppiate per un uomo solo che si impone un gioco di sopravvivenza, uno scherzo di riflesso per riflettere una vita su uno specchio privo di profondità, proprio come il tedesco di quel romanzo che Nicola voleva copiare.
Partirono da Étienne Marcel ed erano ancora due su una cartina, seduti in mezzo ad altri riflessi di cellulosa. Poi divennero tre, con un uomo dallo sguardo torvo e dalle sopracciglia abbondanti, con una gauloise perennemente sulle labbra, un uomo che si aggirava alle loro spalle affaccendato nella ricerca di libri bislacchi, fumetti dimenticati, autori nascosti, vecchi amici italiani con cui chiacchierare di Argentina, Francia, Italia, crimini di guerra, passeggeri di una nave, romanzi storici e spettacoli teatrali, con Susan che non si è mai sdoppiata nel finestrino di un treno a Vaugirard, Châtelet, Odéon.
Lisa non era mai stata in Francia mentre Igor conosceva la meticolosità della metro, la ragnatela di possibilità tessute dai tapiroulant, ragni da itinerario. Che Mondrian… ragni! Si perdeva nei volti di tutti, nelle mete di tutti, nelle svolte, nelle intenzioni, nei progetti di tutti ma non aveva mai fatto il gioco, non aveva mai avuto il coraggio.
Si aggiunse una terza persona, Ana, una ragazza con una borsa rossa tra le braccia seduta ad una poltrona nera, e quella borsa aveva deciso che c’era gioco per tutti e tre, Igor (stavolta anche lui), Lisa, che aveva sorriso, e quell’uomo che non riusciva più a trovare i suoi interstizi. Paula e Ofelia erano scese a Montparnasse Bienvenüe, uscite da una porta che dava sulle due torri ma Ana era rimasta (niente Saint-Sulpice), e Margrit con lei, più agitata, agitato anche l’uomo e anche Lisa che a queste cose teneva particolarmente ma non Igor che riponeva un fiducia infinita nella linea 4. Intanto tra Igor e Lisa cominciava a riflettersi un finestrino e Igor trovò conferma nella mancata preparazione di Lisa. Le donne sono solite controllare i pacchetti con i libri che hanno attorno prima di pagare e andarsene magari per sempre, e Saint-Placide passò serenamente seppur con una lieve inquietudine da parte dell’uomo che inarcò leggermente il sopracciglio dopo un occhiata fugace ad Asil. Ripassò Montparnasse (troppo fresca la ferita di quell’infame coincidenza), passò Vavin, Raspail ma non l’inquietudine dell’uomo che cominciò a solleticare la bile dubbiosa di Igor che si corrucciò leggermente. Intanto Ana ristette quando le cadde la borsa rossa. Margrit si chinò, la raccolse dolcemente e insieme si alzarono e uscirono dalla porta di Denfert-Rochereau. L’uomo le seguì, disinteressandosi delle leggi, del codice, di Igor, Asil e un finestrino di specchio che cominciava a infrangersi.
Nessuno seppe mai come andò a finire. Igor smise di leggere e fissò Lisa, assente. Sembrava essere uscita da se stessa, come se questo fosse possibile. Inarcò leggermente il sopracciglio sinistro.

Scassata dentro

marzo 1, 2010

Umanità alienata, orizzonti metropolitani, televisione, squallori notturni, lirismo algido… È uscita in questi giorni, nella collana i miosotìs, per le edizioni d’if, Scassata dentro, vale a dire l’universo poetico di Enzo Mansueto in una doppia veste: cartacea, e sonorizzata (cd) dalla Zona Braille, un progetto musicale che (oltre a Mansueto) vede coinvolti Davide Viterbo e Angelo Ruggiero. Qui di seguito una poesia, e una delle sonorizzazioni che si possono trovare nel cd.

Programma

Ormai è già dentro quando lo capisci.
Ha fatto il nido e cresce. In tutti i gesti.
Ad ogni sguardo sul resto. Finisci
di vedere. Soltanto visto. Resti.
Senza dentro. Da fuori. Verso fuori.
Fin quando hai visto tutto. Dopo muori.

Seguite il link per ascoltare la sonorizzazione:
Sequenza Seconda