Archive for the ‘interventi’ Category

I tortuosi movimenti di una terra occupata

gennaio 21, 2010

Quest’articolo è uscito il 6 gennaio sul Manifesto.

di Giuliano Battiston

Labirinto PALESTINA
Dallo scrittore Saree Makdisi all’urbanista Jeff Halper, un sentiero di lettura intorno a uno dei grovigli più complicati e crudeli della nostra contemporaneità: l’asimmetria sempre più radicale che caratterizza la «interazione» tra Israele e Gaza rappresenta, secondo la sociologa Saskia Sassen, un decisivo punto di rottura nella geometria del periodo attuale

In un saggio dedicato alle città come tecnologie di guerra (When the city itself becomes a technology of war, di prossima pubblicazione sulla rivista statunitense «Theory, Culture & Society») la sociologa Saskia Sassen, esaminando la crescente urbanizzazione delle guerre contemporanee, analizza anche il caso di Gaza. Chiedendosi se l’operazione «Piombo fuso», lanciata dall’esercito israeliano un anno fa, il 27 dicembre 2008, e proseguita fino al 18 gennaio 2009, e «la crescente asimmetria che caratterizza l’interazione Israele-Gaza» non possa segnare un passaggio paradigmatico, «un punto di rottura nella geometria del periodo attuale». Perché se è vero che a Gaza l’esercito israeliano ha potuto dispiegare in modo unilaterale e mettere in pratica strumenti, tattiche e strategie di guerra in contesti urbani, è altrettanto vero che Gaza ha reso visibili «i limiti del potere in condizioni di assoluta superiorità militare».

Una musica di sottofondo
Anche nei casi di una simile sproporzione di forze, e, anzi, proprio laddove l’asimmetria di forze è così radicale ed estrema, argomenta Saskia Sassen, «la forza militare può raggiungere un punto in cui è costretta a puntare all’ostruzionismo piuttosto che polverizzare il suo nemico». Un ostruzionismo che si esercita per esempio impedendo che i beni di prima necessità inviati dalle agenzie di aiuti internazionali raggiungano i destinatari. O con quel «labirinto di leggi, ordini militari, procedure di pianificazione, limitazioni alla libertà di spostamento, burocrazia kafkiana, insediamenti ed infrastrutture» di cui parla Jeff Halper in Ostacoli alla pace. Una riconstestualizzazione del conflitto israelo-palestinese uscito per le edizioni Una Città, 2009 (pp.168, euro 12).
Urbanista e antropologo, già docente presso l’Università di Haifa e di Ben Gurion, fondatore nel 1997 e poi coordinatore dell’Israeli Committee Against House Demolitions, Jeff Halper si dedica da anni – appunto – alla denuncia della demolizione delle case palestinesi, e, poco persuaso che la società israeliana possa ammettere che i propri diritti si fondino spesso sulla negazione di quelli altrui (su questo si veda l’intervista ad Halper in Muri, lacrime e za’tar, di Gianluca Solera, Nuova dimensione, pp.448, euro 18), valuta positivamente il movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele (Bds).
Un movimento che, specie dopo l’operazione «Piombo fuso» e la ribadita inefficacia degli strumenti del diritto internazionale di fronte all’impune arroganza del governo israeliano, ha trovato nuovi sostenitori. E di cui spiegano le ragioni, tracciando un paragone con il caso del Sudafrica e spiegando nei suoi tratti essenziali la struttura economica di Israele, Diana Carminati e Alfredo Tradardi in Boicottare Israele: una pratica non violenta (Derive Approdi, pp.132, euro 10). Un testo chiaro e didascalico, utile anche a quanti non ritengono legittimo o efficace il ricorso a questo strumento per risolvere il conflitto israelo-palestinese. O, meglio, per mettere fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Perché, come ricordava nel 2005 la giornalista israeliana Amira Hass in Domani andrà peggio (Fusi orari, 2005), e come ribadisce oggi Saree Makdisi in Palestina borderline. Storie di un’occupazione quotidiana (Isbn, pp.228, euro 29), una soluzione passa tra le altre cose da un lato per l’analisi dell’interazione tra lingua e politica, dal momento che, scrive Makdisi, «una semplice scelta lessicale esprime e, cosa più importante, genera effetti politici». E dall’altro per l’attenzione alla «musica di sottofondo dell’occupazione», visto che «la stragrande maggioranza degli scontri giornalieri fra israeliani e palestinesi avviene nei luoghi del quotidiano… dove una visione molto politica, dal linguaggio tecnico e asettico delle procedure amministrative e dei regolamenti burocratici, viene applicata negli uffici governativi, ai posti di blocco e ai checkpoint…».
Per questo, sostiene Saree Makdisi, che coniuga con grande efficacia annotazioni di vita quotidiana «aneddotiche» ma esemplari con solide letture politiche degli avvenimenti degli ultimi decenni (dal processo di Oslo alla Road Map – che «spostò la responsabilità della fine dell’occupazione dall’occupante all’occupato» -, fino al successo di Hamas), anziché rappresentare un caso unico, «Gaza è il prototipo di una forma di confinamento e isolamento che è stata applicata anche alle comunità palestinesi della Cisgiordania».
E su Gaza non poteva mancare di riflettere anche Paola Caridi, autrice nel 2007 di Arabi invisibili. Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi (Feltrinelli). La giornalista di «Lettera22» lo fa brillantemente nel suo Hamas. Che cos’è e cosa vuole il movimento radicale palestinese (Feltrinelli, pp. 288, euro 15), in cui combina il metodo rigoroso imparato da Paolo Spriano negli anni di formazione come storica dei partiti politici con la disinvoltura di stile affinata con la pratica giornalistica. Da qui, la capacità di individuare il legame che unisce episodi apparentemente isolati degli ultimi anni – la vittoria alle elezioni politiche del 25 gennaio 2006, il colpo di mano del giugno 2007 con cui Hamas ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, l’operazione «Piombo fuso» – a una storia lunga e articolata. Che comincia formalmente il 9 dicembre del 1987, quando viene fondato lo Harakat al Muqawwama al Islamiyya, Hamas. Ma che «risale a oltre sessant’anni fa, nel suo sviluppo locale, e che data dalla fine degli anni venti, nelle sue radici regionali».
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aNobii: la rivoluzione viene dai lettori?

gennaio 7, 2010

Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 3 gennaio.

di Nicola Lagioia

«I Miserabili: titanico e geniale polpettone della letteratura moderna. Mostra i segni del tempo ma il Tempo non avrebbe proceduto sugli umani come ha fatto se il suo autore («un pazzo che si credeva Victor Hugo», lo definì Cocteau) non lo avesse scritto».
Questo sofisticato giudizio su uno dei romanzi più importanti del XIX secolo non è opera di uno scrittore, né di un critico, e nemmeno di un giornalista culturale. Si tratta di una delle tante recensioni che vi compariranno sullo schermo del computer alla voce I Miserabili collegandovi ad aNobii, il maggior social network letterario presente sulla piazza. Con un catalogo di quindici milioni di titoli e un’utenza che viaggia verso il milione di unità, questa sorta di Cafè le Procope del web 2.0 ha creato in poco tempo la più vasta e febbrile comunità di lettori che si sia mai data appuntamento in un luogo. Fondata a Hong Kong nell’agosto del 2005, la comunità telematica che prende il nome dal tarlo della carta si è espansa rapidamente, dischiudendo ai fanatici della lettura scenari che solo la Rete può rendere reali: riuscire a entrare in contatto nello spazio di un clic con chi ama (o odia, o semplicemente possiede) il libro che ci interessa, scambiare idee con lui o lei, esplorare – puro voyeurismo a fin di bene – la sua libreria seguendo commenti e voti dati a ogni volume (da una a quattro stellette), quindi magari trarre ispirazione per il prossimo libro da acquistare, leggere e segnalare a propria volta on line.
A chi scrive è ad esempio capitata la seguente avventura: considerando un mezzo bluff Nicolai Lilin, l’autore di Educazione siberiana, storia autobiografica di un giovane che cresce tra i criminali della Transnistria prima di trasferirsi nel cuneese come tatuatore e saltuario frequentatore di casa Pound a Roma, ho cercato il suo libro su aNobii sperando in molte stroncature. Ho trovato al contrario parecchi giudizi positivi, ma tra le stroncature ce n’era una che mi ha subito conquistato. Il titolo che precedeva la puntigliosa demolizione dell’opera di Lilin, a firma EnzoB («Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo – Nicolai Lilin: educato male»), era una presa in giro che sintetizzava molto bene la velleità del libro. Ho pensato che questo EnzoB doveva essere un mezzo genio, e mi sono lanciato nell’esplorazione della sua libreria. Vi ho trovato la stroncatura di un clone di Millennium («Stieg Larsson è morto, fatevene una ragione»), un elogio sperticato del bellissimo Suttree di Cormac McCarthy, fino a quando (dopo altre stellette e commenti che facevano guadagnare sempre più a EnzoB la mia fiducia) ho pescato la recensione del libro che da mesi sapevo inconsapevolmente di voler leggere: Il fabbricante di eco di Richard Powers. E poiché la recensione di EnzoB superava – per passione e competenza – tutti i pezzi su carta che avevo letto sull’ultimo Powers, a un certo punto ho spento il computer e sono andato finalmente a comprare il romanzo. Grazie aNobii, e grazie EnzoB.
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Una (sola) storia italiana

gennaio 5, 2010

di Franco Marineo

Nel 1992, l’attore Tim Robbins ha esordito alla regia con Bob Roberts, una satira della politica americana che, oggi, torna alla memoria con più di una ragione. Il film racconta la fortunata campagna elettorale di un cantante folk che intende diventare senatore: le sue tendenze politiche sono di estrema destra, e la sua abilità nel comunicare pone in secondo piano la rozzezza delle sue idee. Alla vigilia delle elezioni, un giornalista accusa Bob Roberts di essere coinvolto in loschi traffici di droga e armi; quando la partita elettorale sembra ormai perduta, un attentato riduce Roberts in fin di vita e l’onda emotiva suscitata negli elettori lo spinge fino alla vittoria contro il candidato democratico. Ma l’attentato era solo una messa in scena e Roberts non è mai stato colpito…
Circola in rete un curioso montaggio video relativo al ferimento di Berlusconi del 13 dicembre. Si ipotizza, appigliandosi a particolari narrativi minimi e a prove visive che forse non meritano un’analisi più profonda, la possibilità che l’attentato sia in realtà un falso. Una messa in scena, ordita dalla vittima per ragioni che sono facilmente immaginabili. In poco più di tre minuti (un collage di sequenze tratte dai tg, ingrandimenti di alcuni fotogrammi, didascalie esplicative) si afferma che il souvenir non ha colpito il volto del premier, che il sangue è stato spruzzato sul suo viso con una pompetta, che Berlusconi aveva già in mano, pronto, anche il fazzoletto usato per tamponare la ferita. Insomma, una sequenza di fiction realizzata a uso e consumo di un’opinione pubblica troppo impegnata da Mills e Spatuzza. Anche tra i più appassionati ammiratori delle teorie complottiste, però, questo video fatica a essere convincente; si avverte una certa stanchezza del periodare ipotetico, i frammenti visuali sono stirati, sfibrati, sottoposti a una brutale torsione pur di intravedere un particolare, un frantumo di oggetto o di sguardo che supporti la tesi proposta.
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Babbo Natale Rampicante Multiplo #1

dicembre 25, 2009

Questo articolo è uscito su Repubblica, edizione di Milano, il 22 dicembre. La foto è di Sabrina Ragucci

di Giorgio Falco

Caro Babbo Natale Rampicante Multiplo, sei un po’ meno seriale degli ultimi dicembre ma resisti arrampicato alle ringhiere con funi illuminate e intermittenti, attaccato agli infissi, alle insegne, assalti i capannoni e le grondaie, gli intonaci scrostati decorati da tubi fluorescenti, sei appeso alle case di nuova costruzione, edifici che l’anno scorso erano un campo di mais o un plastico in cui tu eri grande quanto il cane, accanto alla minuscola auto dei vicini. Credevo che fossi una moda passeggera, come le bandiere della pace o i maglioni e le magliette di quel lilla artificiale e sintetico, le donne lo indossavano all’inizio del decennio, adesso è sepolto nei cassetti, con gli anelli d’argento delle bancarelle giovanili. Non capisco mai se tu stia portando doni, un merchindiser pensionato o un giovane truccato da vecchio filantropo. Forse dovevi solo controllare le caldaie ma eravamo spaventati e nessuno ti ha aperto il portone, anzi, volevamo chiamare la polizia, i carabinieri, ti abbiamo spiato dietro i vetri o nel videocitofono, il grandangolo ti ha schiacciato, reso più lontano, deforme ai nostri occhi. Sei solo, abbiamo investito le renne, lasciate accanto alle nutrie decomposte sul ciglio della strada. Hai abbandonato la slitta, vaghi disperso nel territorio ostile, rendi visibile la ferita del nostro sguardo, da troppi anni ci ricordi che i posticci siamo noi. Vorremmo che te ne andassi presto, ma per il momento ci esprimiamo con un sentimento neutro, speriamo che tu possa precipitare, per renderci vivi nel soccorrere il tuo corpo partito qualche mese prima da una fabbrica cinese. E sotto quell’acrilico rossastro speriamo ci sia carne, da venerare per tessere, oltre i limiti dell’epidermide, il rimpianto della merce.

Essere altro

dicembre 24, 2009

Questo articolo, in forma ridotta, è uscito ieri 23 dicembre sul quotidiano Il manifesto

di Giorgio Vasta

In questi giorni di semiotiche febbrili concentrate su un unico fenomeno – Berlusconi colpito al volto da Massimo Tartaglia con un souvenir del Duomo di Milano – per ogni segno è stato individuato un simbolo e ogni simbolo è stato connesso a un altro simbolo per comporre, nell’insieme, il rebus di ciò che è accaduto, e l’eventuale soluzione del suo significato. In alcuni momenti la sensazione è stata quella di avere a che fare con un’ermeneutica impazzita, con l’ostinata ricerca di un’allegoria interna all’episodio, o per lo meno di una metafora esplorabile. Si tratta di tentativi di lettura comunque legittimi e indispensabili per provare a comprendere, dal particolare, qualcosa di più ampio. E se è del tutto naturale che in questi casi il nostro sguardo si focalizzi sul centro dell’immagine – il corpo di Berlusconi, il suo volto ferito – è ugualmente utile far lavorare anche la coda dell’occhio per andare in cerca di ciò che si colloca più in là, al margine, confuso e defilato, per quanto drammaticamente decisivo nel determinare ciò che è successo: il corpo di Massimo Tartaglia. Ed esattamente il momento in cui, nel brulichio della folla, Tartaglia solleva il braccio destro, lo carica facendolo oscillare un paio di volte nell’aria e poi scaglia contro Berlusconi il suo proiettile di pietra. Questa immagine – che ognuno di noi ha assorbito, in televisione o in rete, al ralenti o in un fermo immagine – ha attivato l’equivalente della coda dell’occhio nell’ambito del ricordo, una sorta di “coda della memoria”, facendomene venire in mente un’altra e generando così una rima, sia di struttura sia di senso. Un’alternativa pratica e politica.
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Aristofane, il Bagaglino e l’economia della bestemmia

dicembre 23, 2009

di Raffaele Alberto Ventura

Perché il Bagaglino è considerato uno spettacolo di destra, ovvero disdicevole? Daniele Luttazzi, che si crede Aristofane e pontifica di conseguenza, risponde con un bel luogo comune: perché la loro farsa non trasgredisce le regole. La comicità del Bagaglino, che si vuole non ideologica, è conservatrice, mentre il vero comico pratica lo scandalo e osa la bestemmia. Insomma mostra la merda, come direbbe Kundera, e la lancia sul pubblico. Aristofane scandalizza perché dice troppo, il Bagaglino rassicura perché dice troppo poco. La distinzione passa tra l’eccesso di rappresentazione (la bestemmia dunque) e il difetto di rappresentazione (eufemismo o eufemia). Ma fino a che punto Aristofane si spinge nella bestemmia? E dove si arresta, invece, il Bagaglino?
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Siamo tutti, purtroppo, Massimo Tartaglia

dicembre 14, 2009

di Mattia Nani

Uno degli esiti peggiori degli ultimi anni di vita sociale in Italia è la progressiva sparizione del campo politico/pubblico a scapito di quello psicologico/privato. Massimo Tartaglia che ieri ha tirato il souvenir del Duomo in faccia a Berlusconi non ci ribadisce che questo.
In fondo non è con il Berlusconi in carne e ossa che ce l’aveva ma con il suo feticcio, in definitiva con l’immagine che Berlusconi ha impiantato dentro di lui, come dentro tutti gli italiani, un prius simbolico, un infinite bind da cui è impossibile – pare – uscire (non ce lo faceva notare Giulio Mozzi qualche tempo fa come ormai buona parte delle conversazioni pubbliche che hanno un soggetto sottinteso sottintendono appunto Berlusconi: “Hai sentito cosa ha detto oggi?”, “Hai visto quello che gli è successo?”).
L’evidenza di questa impossibile trasformazione del tessuto simbolico l’ha confermata un momento dopo l’accaduto il padre, che come tutti i padri di quest’Italia (vedi Celli e compagnia) si è subito dichiarato del tutto corresponsabile di quanto fa il figlio (42enne ma psicolabile). Padre che, in una genuina resa al potere simbolico berlusconiano, ha espresso – sempre in modo sublimemente sottinteso – la sua adesione totale alla prospettiva berlusconiana: “Votiamo Pd, ma non odiamo il premier”, che potrebbe essere il prossimo slogan dell’opposizione alle politiche, in perfetta linea con le sue basi fondative.
Massimo Tartaglia insieme a noi, alla generazione di coevi a Berlusconi, ha perso la possibilità di esperire il conflitto se non un modo proiettivo, fantasmatico, infantile – eccolo, spaventato: un bambino che tira i giocattoli. E se ha avuto per un attimo la possibilità, lui sì, di trasfigurare in nome di tutti, con il suo gesto, il senso della scena, quel rapporto con una Legge che è impossibile trasgredire, la Legge incarnata da Berlusconi (perché egli è appunto Es e Super-ego insieme), Massimo Tartaglia anche questa volta la sua possibilità se l’è giocata. Dopo aver detto delle cose non da bambino ma da adulto, non da folle ma da persona che tracciava le coordinate delle sue azioni (“L’ho tirato dopo averlo sentito parlare” – non dunque in un raptus qualunque, non contro un uomo qualunque, non in un luogo qualunque, ma esasperato da quello che aveva ascoltato nel comizio di Berlusconi), si è subito affrettato a ribadire che non aveva nulla di significativo il suo gesto, e ha mandato una lettera di scuse a Berlusconi, ammettendo che non è politica la conflittualità che ha espresso ma tutta psicotica: è tra il sé che vuole ferire Berlusconi e il sé che vuole essere un cittadino fedele.
Ora, una buona cura Ludovico gli farà passare questa piccola schizofrenia, come è già è accaduto alla capacità di dar forma alla rabbia estemporanea, finché alla fine sparirà qualsiasi desiderio di conflitto.
Con noi ha fatto effetto.

Autobiografia di una repubblica

dicembre 10, 2009

Riprendiamo il discorso di un nostro precedente post, in cui avevamo teorizzato come le tesi di Piero Gobetti nel suo Elogio della ghigliottina fossero ancora pericolosamente attuali e attuabili nel nostro Paese. Una conclusione molto simile sembra arrivare dal nuovo saggio di Guido Crainz, come ci racconta Nicola Lagioia in un suo articolo apparso sullo Straniero.

di Nicola Lagioia

La prima volta che sono andato in crisi riflettendo sul fascismo è stato davanti alle pagine di Piero Gobetti. Mi ero appena iscritto a giurisprudenza, galvanizzato come tanti altri studenti dal vento euforico di Mani Pulite, e fino a quel momento (complice la mia ignoranza e la retorica di una sinistra la cui crisi identitaria non era ancora così tanto conclamata) avevo considerato il Ventennio come qualcosa che – storicamente, eticamente, antropologicamente – riguardava sempre gli altri. Ma quando lessi per la prima volta il famoso «Elogio della ghigliottina», in cui il fascismo veniva definito da Gobetti come “autobiografia della nazione” ne fui spiazzato. E quando tre o quattro settimane più tardi mi sorpresi inattivo, e dunque complice, davanti a uno dei tanti abusi di potere che si consumavano in seno alla facoltà di legge di Bari (un professore aveva interrotto un esame per andare a ricevere un cliente importante nel suo studio d’avvocato), le parole di Gobetti mi tornarono in mente rivelando tutta la potenza del loro significato, e poi mi si piantarono davanti agli occhi come il più giusto dei rimproveri che avessi mai ricevuto. Il che, tra l’altro, la dice lunga sul valore dei maestri in carne e ossa che mi era capitato di incontrare nei miei primi diciannove anni di vita.
Una sensazione molto simile si può ricevere dalla lettura del nuovo libro di Guido Crainz, Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale (Donzelli, 241 pp., euro 16.50). Dopo l’interessantissima ricognizione del nostro passato recente operata nei suoi libri precedenti, il processo di avvicinamento di Crainz al cuore – vivo e marcio contemporaneamente, non morto direbbe forse George Romero – della nostra quotidianità tocca un primo importante punto d’arrivo con questo breve e lucido saggio. Utilizzando lo stile polifonico che è ormai diventato un suo segno distintivo, Crainz analizza l’attuale disastro italiano (politico, civile, ma soprattutto identitario) prestando continuamente la voce a tutti gli attori capaci di restituire una forma al pozzo nero in cui siamo stati capaci di infilarci, contrappuntando la propria ricostruzione dei fatti con fonti che vanno dalle bibliografie degli altri storici ai dati degli istituti di statistica, dal giornalismo alla letteratura, dal preciso termometro sociale che spesso è stata la musica leggera allo spesso inquietante apparecchio radiografico rappresentato dalla pubblicità.
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Biografie sentimentali attaccate a un filo

dicembre 7, 2009

Quest’articolo è apparso sul Manifesto in data 4 novembre 2009.

di Giorgio Vasta

Nel 1947 Roberto Rossellini gira L’amore. Uno dei due episodi che compongono la pellicola è La voce umana, tratto dal testo teatrale di Jean Cocteau del 1930. In scena ci sono soltanto Anna Magnani e un telefono – la cornetta di un nero smaltato, il cavo che si allunga in microscopici riccioli regolari. Per trentatré minuti – tanto dura l’episodio – il personaggio femminile interpretato dalla Magnani parla al telefono con l’uomo del quale è innamorata provando di continuo a procrastinare il momento in cui la cornetta dovrà tornare sulla forcella dell’apparecchio decretando la fine della comunicazione e, con questa, di un’intera storia d’amore. Tra tecnica ed enfasi, la Magnani riesce a conferire al suo personaggio quel senso di panico cieco sperimentato da chi avverte la prossimità di una fine. Come una Sherazade senza più storie da raccontare, qualcuno che ha probabilmente dilapidato le ultime narrazioni utili a trattenere l’altro a sé, la protagonista di La voce umana può soltanto esasperare la durata tramite una voce che si va progressivamente denudando di frasi e di singole parole fino a farsi puro frammento sillabico, lallazione, dolore in forma di fonema, una perpetuazione di oralità residuale potenzialmente (e disperatamente) infinita il cui arresto non può che dare origine a un dolore insopportabile.
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Questa stanza

dicembre 3, 2009

di Damiano Abeni

Dumbo (che è un orso) ancora pensa alla sconfitta dei Corvi da parte dei Puledri, e gli vengono in mente le quaglie domenicali di John Ashbery.

QUESTA STANZA

La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.
Il ritratto ovale
di un cane ero io in più tenera età.
Qualcosa riluce, qualcosa è costretto al silenzio.

A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta
a esserci servita. Perché ti dico questo?
Nemmeno sei qui.

[John Ashbery, «This Room», in Un mondo che non può essere migliore, Luca Sossella Editore, Roma, 2008]
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