Archive for the ‘interviste’ Category

Intervista a David Simon

maggio 1, 2010

di jesse pearson

Domenica 11 aprile ha debuttato su HBO Treme, la nuova serie di David Simon. Simon è considerato uno dei più importanti autori-produttori americani dopo aver realizzato The Wire, riconosciuta da molti come la serie più «spessa» degli anni duemila – D.F. Wallace si è spinto a dire che rappresentava per lui quanto di meglio si potesse trovare, in termini di scrittura, negli USA. Alla serie sono stati dedicati corsi universitari a Berkeley e ad Harvard, interessati ad esplorarne tanto la scrittura quanto la riflessione sociologica e politica. Alla faccia del telefilm.
Dopo attese e rimpianti per la sua chiusura alla quinta stagione, è arrivata la nuova creatura di Simon. Ambientata nella New Orleans post-Katrina (pochi mesi dopo il Disastro), Treme ha per protagonisti un gruppo di musicisti (Treme è il quartiere dove è nato il jazz) e si propone di raccontare la città attraverso le loro vite. Di seguito riportiamo una lunga intervista a David Simon pubblicata (insieme a molte altre cose interessanti) all’interno del Quarto annuale di narrativa di Vice.
Ah, l’intervista contiene importanti spoiler su The Wire.

Prima di The Wire, David Simon era un reporter del Baltimore Sun. Durante questo periodo, scrisse due libri meticolosamente documentati e profondamente umani riguardo alla sua città. Homicide (Giano, 2010) è il risultato di un anno speso con la squadra omicidi di una città in cui uccidere sembra essere uno dei modi migliori per trovare lavoro. The Corner: A Year in the Life of an Inner-City Neighborhood (1997) è invece il risultato di un anno trascorso tra famiglie, tossici e spacciatori di una delle zone più malfamate di Baltimora. Homicide ha portato alla lunga serie Homicide: Life on the Street, che non era male, meglio di tanti altri polizieschi, ma in fondo non era altro che un poliziesco. The Corner invece è confluito in una miniserie della HBO che era un diretto antecedente di quello che sarebbe stato poi affrontato in The Wire.
Dopo The Wire, Simon ed Ed Burns, un ex-poliziotto e insegnante di Baltimora, hanno adattato il libro di Evan Wright, Generation Kill in una miniserie per la HBO. La serie rappresenta la documentazione più efficace mai prodotta sulla vita quotidiana di un marine nell’attuale guerra in Iraq.
E adesso, oggi, Simon sta girando a New Orleans la sua nuova serie per la HBO. È intitolata Tremé, e dicono che parli vite dei musicisti locali, ma abbiamo la sensazione che sarebbe come dire che The Wire parla del commercio di stupefacenti. Sicuramente è partita da quello, ma data l’ossessione di Simon per la città americana e il decrescente valore istituzionale della vita in quel grande Paese che è l’esperimento americano, diamo quasi per scontato che Tremé avrà la stessa portata e lo stesso impatto di The Wire. In altre parole, ci piacerebbe essere ibernati fino al giorno del debutto di questa serie. Scusate, ma non ci stiamo dentro.
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L’ultima intervista a Roberto Bolaño

febbraio 26, 2010

Roberto Bolaño, ovvero uno scrittore per il XXI secolo.
Un grande ringraziamento a Mirumir e Mirumir 2.0 per aver tradotto l’ultima intervista rilasciata dallo scrittore cileno prima di morire. L’intervista è di Mónica Maristain e fu pubblicata nel luglio del 2003 dall’edizione messicana di «Playboy»
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Nel confuso panorama della letteratura in lingua spagnola, dove ogni giorno che passa appaiono nuovi scrittori più preoccupati di vincere borse di studio e incarichi nei Consolati che di contribuire in qualche modo alla creazione artistica, spicca la figura di un uomo magro, zaino blu in spalla, occhiali dalla montatura enorme, eterna sigaretta tra le dita, sottile ironia a bruciapelo sempre pronta in caso di necessità. Roberto Bolaño, nato in Cile nel 1953, è quanto di meglio sia accaduto al mestiere di scrivere da molto tempo. Da quando il suo monumentale I detective selvaggi, forse il grande romanzo messicano contemporaneo, è diventato famoso e ha ricevuto i premi Herralde (1998) e Rómulo Gallegos (1999), la sua influenza e la sua figura sono andati crescendo: tutto quello che dice con il suo umorismo tagliente e la sua raffinata intelligenza, tutto quello che scrive con la sua abile penna, di grande audacia poetica e profonda complessità creativa, è degno dell’attenzione di coloro che lo ammirano e, naturalmente, di quelli che lo detestano. L’autore appare come personaggio nel romanzo Soldati di Salamina di Javier Cercas e viene omaggiato nell’ultimo romanzo di Jorge Volpi, El fin de la locura. Come tutti gli uomini di genio fa discutere, genera acerrime antipatie malgrado il suo carattere affettuoso, la voce tra l’acuto e l’aspro con cui risponde – con cortesia da bravo cileno – che non scriverà un racconto per la rivista perché il suo prossimo romanzo, che tratterà degli omicidi di donne a Ciudad Juárez, pur essendo arrivato già a 900 pagine non è ancora finito. Roberto Bolaño vive a Blanes, in Spagna, ed è molto malato. Spera che un trapianto di fegato gli permetterà di vivere con l’intensità celebrata da chi ha avuto la fortuna di conoscerlo in privato. I suoi amici dicono che a volte si dimentica di andare alle visite mediche per continuare a scrivere. A 50 anni, quest’uomo che ha girato l’America Latina in sacco a pelo ed è sfuggito alle fauci del regime di Pinochet perché uno dei suoi carcerieri era stato suo compagno di scuola, che ha vissuto in Messico (e forse un giorno un tratto della calle Bucareli prenderà il suo nome), che conobbe i militanti del Farabundo Martí che sarebbero poi diventati gli assassini del poeta Roque Dalton a El Salvador, che fece il guardiano in un campeggio catalano, il venditore di bigiotteria in Europa e fu ladro di buoni libri perché leggere non è solo un problema di atteggiamento, quest’uomo, possiamo dirlo, ha cambiato il corso della letteratura latinoamericana. E l’ha fatto senza avvertire né chiedere il permesso, come avrebbe fatto Juan García Madero, l’antieroe adolescente dei gloriosi Detective selvaggi: «sono al primo semestre di giurisprudenza. Io non volevo studiare giurisprudenza, bensì lettere, però mio zio insisteva e alla fine ho dovuto cedere. Sono orfano. Diventerò avvocato. Fu questo che dissi a mio zio e a mia zia e poi mi chiusi in camera e piansi tutta la notte». Il resto si trova nelle restanti 608 pagine di un romanzo la cui importanza è stata paragonata dai critici a Il gioco del mondo di Julio Cortázar e persino a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Di fronte a una simile iperbole, lui direbbe: non esiste. Meglio allora passare a quello che conta in questo momento: l’intervista.

L’essere nato dislessico ha avuto una qualche importanza nella sua vita?
Nessuno. Problemi quando giocavo a calcio, sono mancino. Problemi quando mi masturbavo, sono mancino. Problemi quando scrivevo, sono destro. Come vedi, nessun problema importante.

Enrique Vila-Matas è ancora suo amico dopo la lite con gli organizzatori del Premio Rómulo Gallegos?
La mia lite con la giuria e gli organizzatori era dovuta principalmente al fatto che pretendevano che avallassi, da Blanes e alla cieca, una selezione alla quale non avevo partecipato. I loro metodi, che una pseudo-poetessa chavista mi comunicò al telefono, sembravano troppo simili alle argomentazioni dissuasive della Casa de las Américas di Cuba. Per esempio, mi sembrava che fosse un errore enorme eliminare subito Daniel Sada o Jorge Volpi. Dissero che quello che volevo era viaggiare con mia moglie e i miei figli, cosa completamente falsa. Dalla mia indignazione per questa menzogna ebbe origine la lettera in cui li chiamavo neostalinisti e altre cose, temo. Di fatto, fui informato che fin dall’inizio volevano premiare un altro autore, che non era Vila- Matas, il cui romanzo mi pare buono e che era certamente uno dei miei candidati.
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Un’intervista a Enzo Bearzot

febbraio 24, 2010

Quest’estate si giocheranno i mondiali di calcio. E dal momento che dalla nazionale attuale non mi sembra possano emergere personalità davvero interessanti – poca o nulla letteratura, moltissima cronaca usa e getta – riproponiamo quest’intervista di Gianni Mura a Enzo Bearzot, uscita tre anni fa su «La Repubblica» in occasione degli ottant’anni del Vecio.

di Gianni Mura

MILANO – Enzo Bearzot festeggia oggi 80 anni. «Con mia moglie Luisa, una famiglia di amici e don Luigi, della chiesa del Paradiso qui a Milano, uno che era molto amico di padre Turoldo, furlano di quelli dritti». I festeggiamenti erano cominciati in anticipo, lunedì. «La Gazzetta mi ha fatto una bella sorpresa, un bel regalo anticipato. Mi sono un po’ commosso con gli azzurri del 1982, o meglio mi ha commosso il loro calore. Non è obbligatorio affezionarsi al nonno. Ho notato un cambiamento in Zoff: 25 anni fa mi dava del tu solo a quattr’occhi, quando parlavamo in friulano, adesso riesce a farlo anche in pubblico. Era ora».

E gli altri come li ha trovati?
«Un po’ invecchiati, naturale, e alcuni pieni di voglia di fare e con un’amarezza appena percettibile. Forse si sentono trascurati dal calcio. A me è spiaciuto molto per Claudio Gentile, un duro sul campo, un pezzo di pane fuori. Lo hanno silurato quand’era scaduto il tempo per trovarsi una sistemazione. Non m’aspettavo che a trattarlo così fosse un ex calciatore».

S’aspettava che Lippi vincesse i mondiali?
«Lo speravo, ho cercato di stargli vicino, s’è trovato in una situazione simile alla mia nell’82. E anche stavolta l’Italia, che pure non era la più forte del mazzo, ha trovato la forza del gruppo, l’unità vincente».

Chi era più forte?
«L’Argentina nettamente, e anche il Brasile. Ma i loro assi non hanno creato la squadra. E noi quando siamo punti sul vivo diamo il meglio».

C’è qualcuno di Berlino 2006 che avrebbe potuto giocare nell’82?
«Buffon no perché avrebbe tolto il posto a Zoff. Scherzo, a me piace molto Buffon che è diverso da Dino ma una cosa in comune ce l’ha: se prende gol per colpa di un compagno, non lo rimprovera, anzi cerca di tirarlo su. Solo i grandi giocatori hanno questa sensibilità. Le rispondo così: come regista avevo perso Capello, quindi Pirlo mi avrebbe fatto molto comodo. È bravissimo, sia sul tocco breve che sul lancio lungo, sa tirare in porta, è davvero un giocatore completo».

Totti no?
«Bravissimo, per come fa i gol e li fa fare, ultimo passaggio fulminante. Totti e Kakà rappresentano il meglio che si può vedere oggi in uno stadio italiano, ma come faccio a scartare uno dei miei vecchietti?»

Totti, Nesta, mettiamoci anche Maldini: lei avrebbe trovato le parole per farli restare in Nazionale?
«Dico solo il mio parere: un giocatore può essere un fenomeno nella Roma o nel Milan, ma il massimo, per me, è la Nazionale. Precludersela mi sembra autoriduttivo».

Riesce ancora a entusiasmarsi per questo calcio?
«Entusiasmo è una parola grossa. C’è troppa organizzazione e poca democrazia. Lo guardo meno, lo sento più estraneo. Calciopoli ha prodotti danni profondi, quasi quasi non si crede più al verdetto del campo, è come se qualcosa mi si fosse spento dentro. Riesco ancora a indignarmi, questo sì. Per i fischi di San Siro alla Marsigliese, così come nel ’90 a Roma mi ero indignato per i fischi all’inno argentino, con Maradona in campo che piangeva. E fischiavano i politici, in tribuna d’onore, gente che aveva studiato. Che vergogna. L’inno è sacro, cosa costa stare zitti per quei due-tre minuti? Poi ce ne sono novanta per fischiare i giocatori».
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Intervista a Filippo Scozzari

febbraio 15, 2010

di Peppe Fiore

In una delle sue incarnazioni fotografiche più celebri, Filippo Scozzari – torso nudo, occhiali da ragioniere e pancetta da contabile – regge per la coda due piccoli gatti che si dimenano, in una posa a metà tra il cristologico e l’icona pop.
Quella specie di grande ameba culturale che viene definita per comodità «fumetto italiano» ha in quest’uomo una colonna vivente: in carne, ossa e maniglie dell’amore. Scozzari è stato (in ordine cronologico): bambino prodigio, costruttore di fionde, feticista di Paperino, discepolo di Eisner, studente di medicina, collaboratore di Linus, militante fuoriuscito, carrista senza patente, fondatore di Cannibale, poi di Frigidaire, poi scrittore di racconti, scrittore di romanzi, marito, padre di tre figli, coltivatore di ciliegie.

Litigiosissimo, mostruosamente accentratore, antipatico come pochi, Scozzari ha accumulato negli anni un ricco medagliere di gente che lo odia. E, naturalmente, ne va orgogliosissimo. Nei suoi romanzi ama rappresentarsi come una piccola scheggia impazzita dell’industria culturale, che ha scelto di spendersi in un’attività da privilegiati (e magari anche un po’ snob): l’edificazione di un mondo.

E, in effetti, bisogna dire che in quarant’anni di pirateria, il mondo di Scozzari ha assunto un peso specifico di imbarazzante concretezza, che gli ha permesso di sopravvivere agli anni della fantasia al potere, poi agli anni di piombo, poi agli anni del reflusso, e poi agli anni di Craxi. Per arrivare fino ad oggi (gli anni di Ceppaloni) preservando intatto il suo carico di sessualità pirotecnica, di amore rabbioso per la bellezza, e – soprattutto – di infantilismo cronico.
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Intervista con Eric Rohmer: Il vecchio e il nuovo

gennaio 13, 2010

L’11 gennaio è morto a Parigi uno dei maestri della Nouvelle Vague, fra gli autori francesi più amati dal pubblico internazionale, Eric Rohmer. Abbiamo deciso di ricordarlo qui su minima&moralia pubblicando una parte dell’intervista da lui rilasciata nel 1965 per la rivista cinematografica Les Cahiers du Cinéma e pubblicata per intero da minimum fax.

È un cineasta, Eric Rohmer, con cui volevamo conversare già da molto tempo. Ma per noi, ai Cahiers, si tratta solo di restituirgli la parola che, per quanto abbia taciuto in occasione dell’abbandono di una forma di scrittura a vantaggio di un’altra, non ha mai smesso di guidarci. Infatti, una volta abbandonati i tipi dei Cahiers, non ci ha forse regalato i suoi saggi critici più belli sotto forma di celluloide? Inoltre, dopo la precedente tavola rotonda e l’intervista del mese scorso a Jean-Luc Godard, quello che segue deve essere letto nello stesso senso, come un chiarimento delle nostre stesse posizioni critiche, che mettono l’accento sulla continuità di una linea dei Cahiers di cui Eric Rohmer e Jacques Rivette hanno assicurato (nel modo migliore) l’orientamento deciso e al tempo stesso la flessibilità (maggiore di quanto a volte ci sia piaciuto credere). Il titolo che abbiamo dato all’intervista fa eco a questo pensiero, e, a ben interpretare l’accostamento – più esplicativo che aggiuntivo – vorrebbe anche suggerire che il cinema moderno, nella figura di uno dei suoi migliori rappresentanti, si attribuisce un posto nell’ambito definito da Griffith, così come la critica non potrebbe essere veramente nuova senza avere in Maurice Schérer il segreto della sua novità. E, a partire dal testo di Pier Paolo Pasolini («Il cinema di poesia»), questa intervista con il campione del cinema di prosa è iniziata subito con un taglio teorico.
Ammiro Pasolini che riesce a scrivere questo genere di cose pur continuando a girare film. La questione del linguaggio cinematografico mi interessa molto, anche se non so se si tratta di un vero o un falso problema, e anche se rischia di distogliere dal lavoro stesso di creazione. Dato che la questione è estremamente astratta, richiede di adottare un atteggiamento nei confronti del cinema che non è né quello dell’autore né quello dello spettatore, il che ci impedisce di gustare il piacere che ci procura la visione del film. Detto questo, sono d’accordo con Pasolini sul fatto che il linguaggio cinematografico è in realtà uno stile. Non c’è una grammatica cinematografica, ma piuttosto una retorica che, comunque, da una parte è estremamente povera, dall’altra estremamente flessibile.
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Intervista a Wislawa Szymborska

gennaio 8, 2010

Su Babelia inserto culturale de El Pais è uscita il 5 dicembre scorso questa intervista di Javier Rodrìguez Marcos alla grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996.

di Linnio Accorroni

Wislawa Szymborska è a casa sua, ma ci domanda ugualmente il permesso di fumare. «Una volta –racconta – ho ricevuto una lettera molto lunga nella quale una donna mi implorava di smettere di fumare. Mi sarebbe piaciuto risponderle: sono stata a tanti funerali di gente che mai aveva fumato e che era molto più giovane di me… Mi limitai comunque a dirle che la ringraziavo per essersi tanto preoccupata per me».
La Szymborska è nata 86 anni fa in Kornik, vicino a Poznan, nella parte occidentale della Polonia. Adesso vive in un appartamento dimesso senza ascensore alla periferia di Cracovia, città dalla quale non si è più mossa da quando la sua famiglia vi emigrò quando lei aveva appena 8 anni, nel 1931.
Il tema della memoria, in effetti, è molto presente nel suo ultimo libro di poesia, Qui pubblicato in Polonia proprio questo anno. La sua pubblicazione in Spagna coincide con la prima traduzione delle sue prose intitolate Letture facoltative, una selezione di vivaci ‘recensioni’ pubblicate, durante gli anni, sui quotidiani in una apposita sezione. Lì, in un paio di pagine, la Szymborska commentava Jung e Montaigne, ma anche testi sul giardinaggio, sull’ornitologia e sulle decorazioni. Il risultato è incanto allo stato puro. Per esempio, a proposito del Poema del Cid scrive: «Fu scritto da un Balzac medievale. La guerra è per lui, prima di tutto, una impresa finanziaria. Dato che la guerra è costosa, deve essere anche redditizia. La testa del cavaliere, anche se qualcuno la tagliava, era sempre piena di calcoli». Recensendo un manuale di ideogrammi cinesi invece annota: «C’è un segno, è naturale, per Sposa e un altro per Amante. Sposa è donna più scopa; Amante donna più flauto. Non so se esiste un segno per esprimere l’ideale che ci inculcano tutte le riviste femminili europee: una sintesi di scopa e di flauto».

Quando la Szymborska vinse il Premio Nobel nel 1996, c’era appena un piccolo gruppo di sue poesie tradotte dallo spagnolo e presenti in una antologia collettiva. Oggi la sua opera poetica è stata tradotta integralmente.
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Intervista a Fulvio Bortolozzo

dicembre 9, 2009


Fotografo torinese, autore di lavori dedicati al paesaggio urbano della sua città (e non solo), Fulvio Bortolozzo viene qui intervistato da Fabio Severo di Hippolyte Bayard.

di Fabio Severo

Quali sono stati i primi stimoli verso la fotografia? Puoi dirci qualcosa della tua formazione fotografica? I tuoi lavori che abbiamo potuto vedere, seguendo il filo che tracci sul sito, partono dalla fine degli anni ’90, eccezion fatta per Affissi, di cui parleremo. Che altro ci puoi dire del tuo lavoro negli anni precedenti?

Per tutti gli anni Settanta sono stato un appassionato lettore e autore di fumetti. Questo interesse forte mi spinse ad orientarmi verso studi artistici, dove feci fondamentali esperienze formative, oltre ad avere l’opportunità di avvicinarmi alla scena torinese dell’arte povera e concettuale. In quel clima maturai il primo interesse consapevole per la fotografia, acquistando nel 1980 una biottica 6×6 sovietica, la Lubitel 2, che sistemai su un treppiede e con la quale iniziai ad esplorare da autodidatta la tecnica fotografica. Successivamente mi avventurai a sviluppare e stampare le mie fotografie nel solito bagno di casa. Nel frattempo mi “acculturavo” leggendo diverse riviste fotografiche. Ricordo ancora la fortissima emozione che mi diedero alcuni numeri monografici di storia della fotografia curati da Roberto Salbitani per Progresso Fotografico. Negli anni successivi abbandonai definitivamente il bianco e nero a favore del colore nella sua espressione più squillante: la pellicola per diapositive. Con questo materiale iniziai a fotografare durante i miei spostamenti ogni cosa che mi interessasse, finendo per concentrare sempre più l’attenzione su alcuni soggetti ricorrenti. Fu in quel periodo che mi avvicinai all’opera di Franco Fontana, in specie Paesaggio urbano e Presenza-Assenza. Successivamente scoprii alla Libreria Agorà di Torino un libro che mi travolse definitivamente: Kodachrome di Luigi Ghirri. Da allora, seppur lentamente, andai maturando la necessità di concentrare ogni mia energia sulla fotografia di ricerca personale.

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Obama e gli ufo

novembre 17, 2009

Questo articolo è apparso sul Riformista.
di Francesco Longo

La notizia sarà pure falsa ma certo è sintomatica. Il 27 novembre il presidente degli Stati Uniti Obama rivelerà i segreti sugli alieni. Perché proprio il presidente nero? L’unico dato ufficiale è che la notizia è di tipo virale e che è rimbalzata così tanto nella rete (siti americani, social network e siti italiani) da uscirne fuori.

L’origine è un convegno di esopolitica tenuto a Barcellona lo scorso luglio.
Già dai primi giorni di ottobre la notizia si presentava con questo profilo: «Siamo alla vigilia di una clamorosa rivelazione sugli Ufo». Adesso ne parlano le tv. Il succo della diceria è il seguente: Obama avrebbe deciso la data di una conferenza (il 27 novembre) per affrontare l’eterna ambigua questione degli extraterrestri. Svuoterebbe il sacco carico di misteri e insabbiature di cui forse è ricca la storia degli Stati Uniti. Potrebbe essere la più grande notizia della storia dell’umanità.

La simpatia tra gli ufologi e Obama ha già i suoi snodi e i suoi retroscena. Nel discorso tenuto da Obama ad Henderson (Nevada) il 1° novembre 2008, si disse che il presidente fosse controllato dagli alieni. I video del comizio mostravano in cielo un oggetto nero e discoidale che svolazzava tra le nuvole del Nevada, alto, sopra il presidente in maniche di camicia.
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Intervista a Philippe Forest

novembre 5, 2009

di Carlo Mazza Galanti

«Ogni nuovo libro aggiunge un cerchio ai precedenti. Ne costituisce la somma e contemporaneamente crea una specie di spirale che ci conduce più in là, ma sempre facendoci passare per gli stessi punti»: sono le parole del narratore di Per tutta la notte, il secondo dei quattro romanzi autobiografici pubblicati fino ad oggi (i primi tre tradotti in italiano da Alet) da Philippe Forest. Il centro di questi cerchi concentrici, ciò che ha fatto di Forest, già prolifico saggista e critico letterario, uno dei più coinvolgenti (e sconvolgenti) narratori degli ultimi anni è un evento che sfida la parola, che scoraggia ogni dire e che taglia fuori dal mondo chi, come i protagonisti dei suoi romanzi, non ha potuto fare altro che assistere impotente al vuoto che si apre improvvisamente nella propria vita. Una bambina, una figlia di quattro anni che muore di cancro sembra appartenere a un dominio di fatti destinati all’emarginazione e al silenzio: una tragedia privata, una brutta cosa a cui la gente preferisce non pensare. O altrimenti alla peggiore delle pornografie: quella del patetico, del dolore oleografato, anestetizzato e somministrato. Che altro non è, a sua volta, se non la più efficace e insinuante delle strategie di emarginazione e di rimozione sociale di quello stesso dolore che si pretende di rappresentare.
L’opera di Forest non ha nulla dell’esorcismo, della compensazione, della consolazione. A maggior ragione si oppone alla «denegazione» del male, del negativo, della sofferenza, che pare costituire la principale risorsa del vitalismo esasperato di cui si alimentano la voracità del consumo e la grottesca euforia dello spettacolo. Assomiglia piuttosto all’opera delicata di un equilibrista: di pesi, di vuoti e di vertigini si compone la sua prosa misurata, pulita, eppure così precaria, e capace, quasi di sorpresa, di commuoverci e di scioccarci. Combinazioni di parole apparentemente impossibili suggeriscono, dietro una profonda padronanza degli strumenti della scrittura e del pensiero, l’ombra di un carico trasportato senza ostentazione e senza vergogna. Un carico diventato un «incarico» : l’obbligo di dire, nonostante tutto, quello che non si deve e non si può dire : «Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della nostra vita. Non ce ne sarà un altro uguale. Qualsiasi cosa riservi l’avvenire non staremo mai più tutti e tre insieme. E anche la routine angosciante delle cure, il terrore ripetuto degli esami, non li conosceremo mai più. Quella dolcezza nell’orrore ci sarà preclusa» (
Tutti i bambini tranne uno, Alet).
Come i cerchi concentrici, che allargandosi diventano sempre più inclusivi e sempre meno calcati, col passare degli anni i libri di Forest si fanno più tersi, più meditativi e più obliqui. Sarinagara (l’ultimo dei romanzi tradotti in italiano) un romanzo critico-filosofico, un viaggio interiore nella cultura e nella letteratura giapponese, sopporta, nella sua apparente tranquillità, tutta la pressione dei primi due libri. E ne distilla una specie di essenza mentale, quella particolare tonalità di bianco che apre il romanzo, o quella congiunzione (Sarinagara significa «eppure») che sospende la sintassi e la consegna all’ «esperienza», per usare una parola cara a Forest.
In queste sospensioni intermittenti, in queste improvvise schiarite, anche nelle situazioni più disperate, troviamo, a rifletterci, la bellezza e il tratto comune di tutti i suoi libri. Che altrimenti appaiono molto diversi, opera di uno scrittore colto ed eclettico, di un prosatore versatile e di un autobiografo «militante», refrattario ad ogni forma di egotismo e di narcisismo, ad ogni irrigidimento e spettacolarizzazione dell’io.
La violenza dell’intimo, a tratti (soprattutto nel primo romanzo) quasi opprimente, si giustifica, nella pagine di Forest, in questa volontà che potremmo anche chiamare «politica» se non fosse prima di tutto e sostanzialmente poetica: nella ferma decisione di non dimenticare, nella missione solitaria di restare fedeli, nonostante tutto, alla dolcezza di quell’orrore.

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Intervista a Eraldo Affinati

ottobre 16, 2009

di Carlo Mazza Galanti

Da Veglia d’armi al recente Berlin, l’opera di Eraldo Affinati mostra una compattezza e una coerenza che ne fanno, piuttosto che una collezione di libri indipendenti, un campo di ricerca poetica, etica e politica in continuo movimento. Invece di fermarmi sulle soste obbligate, sui tagli che il momento della pubblicazione rappresenta all’interno della continuità di questo già lungo percorso letterario, nella mia intervista ho preferito osservare il disegno complessivo. Quello che mi è parso più interessante, nel lavoro di Affinati, è il modo in cui esigenze e pulsioni apparentemente contraddittorie si affrontano, confliggono e agitano una scrittura tra le più originali e stimolanti della nostra attuale scena letteraria. Il tema del meticciato, dell’ibridazione, dell’intersezione dei modi e delle misure antropologiche, culturali e stilistiche, è forse il tratto più caratteristico di una visioneche dal piano delle forme letterarie si riflette in una viva volontà di scommettere, nonostante tutto e senza rinunciare a sciogliere i grovigli più inquietanti, sul futuro del mondo e della globalizzazione. La vocazione pedagogica di Affinati, la sua esperienza d’insegnamento alla Città dei ragazzi e alla scuola Penny Wirton, da lui recentemente fondata nella capitale, riassume e rilancia la «promessa di felicità» che riconosciamo nei suoi libri. Forse per questo, oltre che per la ancora recente pubblicazione del romanzo, La città dei ragazzi è il libro al quale nell’intervista lo scrittore si rivolge con più frequenza, premura e fiducia. Non soltanto è uno dei suoi libri migliori, è anche quello dove «le ragioni del ritorno» si presentano con più chiarezza, più calore e con la fermezza che soltanto la coscienza di un’esperienza assolutamente necessaria può donare alla parola scritta.
Questa intervista è stata realizzata da Carlo Mazza Galanti e pubblicata, in una forma più breve, sullo Straniero n. 109 (luglio 2009)
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