Archive for the ‘libri’ Category

La scuola di D. Barthelme

marzo 15, 2010

di Fabio Guarnaccia

Donald Barthelme e George Saunders
Dove il secondo parla del primo all’interno di un simposio a lui dedicato, nello specifico di un racconto, La scuola, che in Italia mai s’è visto. E che minima&moralia, grazie a Vice, vi presenta.
Saunders racconta di ricorrere a Barthelme nei suoi corsi di scrittura creativa quando, disperato, chiama in gioco il famoso/abusato triangolo di Freitag. Nello specifico quel cateto che rappresenta la cosa più difficile di tutte, ovvero il rising action di un’opera narrativa. Inutile dire che è anche la più ovvia: se l’azione non monta, tutto muore. E qui entra in gioco il brevissimo La Scuola, un racconto fondato su uno schema che in pochi paragrafi riesce a sorprendere anche il lettore più esigente. Dove tutto muore per davvero in un crescendo che sposta sempre più in là i termini e gli oggetti dell’effimero.
Avviso per il lettore: da qui in avanti si svela il racconto, per non uccidere il piacere della lettura salta questa introduzione e lasciati stupire.

Tutto muore, dunque. Muoiono gli alberi piantati dai bambini, muoiono i serpenti, muoiono le verdure negli orti, muoiono i criceti e muoiono ovviamente i pesci tropicali, muore persino un cagnolino. E questo pattern potrebbe andare avanti fino alla progressione ultima dell’implosione dell’universo o finanche alla morte del Creatore, se Barthelme non rompesse la logica dello schema, ponendo subito dopo la morte del cucciolo quella di un orfano coreano adottato a distanza dalla classe. Un bambino come gli altri. Solo coreano e orfano, e adesso morto. Saunders sottolinea questo passaggio: «Parte del piacere legato all’arte, sicuramente a quella di Barthelme, riguarda il semplice gusto di vedere l’artista comportarsi in modo coraggioso», e ancora: «Barthelme rifiuta la logica stessa del pattern che ha definito… egli sa che lo schema è solo una scusa per lasciare che la storia compia il suo lavoro più importante, che è dare al lettore una serie costante di piaceri che lo spingano avanti nella lettura». In poche parole, l’autore compie un salto di livello che apre nuove praterie da correre in lungo e in largo falciando tutto quello che capita a tiro: insegnati, genitori, compagni di scuola. Quando si racconta una barzelletta, l’ascoltatore sa per certo che arriverà il momento della battuta, se non arriva la barzelletta è brutta e chi l’ha raccontata fa pena.
E adesso? Come procederà Barthelme? Come si tirerà fuori da questo pasticcio nel quale si è cacciato?
Con i bambini e con nuovi salti quantici.
Perché i bambini sono curiosi e preoccupati, sono ormai certi che la loro scuola porti sfortuna. E allora chiedono dove sono finiti tutti gli alberi, i serpenti, i cuccioli, i papà e le mamme che sono morti. «È la morte che da senso alla vita?», chiedono. Quelli che fino a poco prima erano solo bimbetti adesso sono piccoli uomini che si esprimono con una profondità inaudita: «Ma la morte, considerata come riferimento fondamentale, non è forse il mezzo grazie al quale la prevedibile futilità del vivere quotidiano si può trascendere in direzione di…» Altro salto di livello. Un salto vertiginoso perché adesso ci aspettiamo di tutto, persino Heidegger. Ma il discorso abbandona subito queste vette e un altro salto ci attende: gli studenti chiedono al maestro che faccia l’amore con Helen.
Helen? Chi è Helen? Helen è la sua assistente, e da quello che il narratore scrive capiamo che Helen vorrebbe davvero fare l’amore con lui. Ci dice Saunders: «Fino a poche righe prima non sapevamo neanche dell’esistenza di Helen, ma adesso sì, e così lo sa il Narratore, e quella vocina nella testa che ha continuato a ripeterci che il Narratore di questo racconto non aveva una vita personale, che non c’erano emozioni umane, che questa storia allegorica rispondeva semplicemente ad uno schema, viene finalmente appagata: stiamo leggendo una storia d’amore. Una storia d’amore!»
E qui il racconto potrebbe chiudersi, se non che Barthelme è Barthelme e con un colpo di reni compie un ultimo salto che rende questo racconto un capolavoro.
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Se niente importa

marzo 8, 2010

Questo pezzo è apparso sabato su Alias.

di Carlo Mazza Galanti

«In mezzo a tutta l’abbondanza di prodotti della Terra, la migliore di tutte le madri, davvero non ti piace altro che masticare con dente crudele povere carni piagate, facendo il verso col muso ai ciclopi? E solo distruggendo un altro potrai placare lo sfinimento di un ventre vorace e vizioso?» La storia raccontata in Se niente importa; perché mangiamo gli animali? l’ultimo libro di Jonathan Safran Foer (Guanda, trad. di Abigail Piccinini, E. 18, pp. 363) sarebbe potuta cominciare con queste parole, pronunciate da un filosofo greco duemilacinquecento anni fa. È Pitagora, come ci racconta Ovidio alla fine delle Metamorfosi, colui «che per primo denunciò come una vergogna che s’imbandissero animali sulle mense». Fu lui a sostenere per primo la necessità morale del vegetarianismo in nome della solidarietà elementare che unisce l’uomo all’animale nello stesso intrascendibile e mutevole principio vitale.
Safran Foer ha però preferito cominciare la sua storia molto più tardi, come una storia sui tempi moderni. Precisamente nel 1923, sulla costa orientale degli Stati Uniti, dove una certa Celia Steele, casalinga e proprietaria di un piccolo pollaio, «ricevette cinquecento pulcini invece dei cinquanta che aveva ordinato. Invece di disfarsene, decise di condurre un esperimento tenendoli al chiuso durante l’inverno, con l’aiuto di integratori alimentari da poco scoperti, i polli sopravvissero». Dieci anni dopo i cinquecento pulcini erano diventati duecentocinquantamila polli. Un altro paio di decenni e il patrimonio genetico di quei primi animali sarebbe stato completamente sconvolto: la loro esistenza biologica del tutto barattata con la nostra smania consumistica. Come spesso accade nei meandri dello sviluppo tecnico-scientifico, un piccolo incidente ha scatenato una vera e propria rivoluzione: la nascita dell’allevamento intensivo e la conseguente mutazione delle nostre abitudini alimentari. Pochi anni prima, osservando la segmentazione seriale delle operazioni di trasformazione degli animali praticata nei primi impianti industriali (i primi mattatoi), Henry Ford pensò di applicare lo stesso schema alla produzione di automobili. La «catena di smontaggio» delle bestie divenne la catena di montaggio degli oggetti. Il genio della tecnica segue strade imprevedibili.
La storia di Se niente importa è una storia a molte entrate, una storia complessa e sfaccettata: il succedersi delle prospettive, il continuo avvicendarsi dei registri e delle testimonianze, l’orchestrazione dei numerosissimi dati, dei soggetti coinvolti, dei problemi e dei possibili orizzonti d’azione, è probabilmente il motivo di maggior interesse di questo libro eminentemente ibrido e composito, capace di trascorrere senza interruzione dall’intervista al trattato filosofico, dal giornalismo d’inchiesta alla letteratura, dal saggio storico alla storia di vita, dal pamphlet alla tavola verbo-visiva. Anche chi già conosce la letteratura di riferimento e segue attentamente le battaglie della Peta (la maggiore associazione mondiale per i diritti degli animali), potrebbe trovare in questa molteplicità di mezzi e prospettive uno stimolo per nuove riflessioni.
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L’ultima intervista

marzo 5, 2010

Questo articolo è uscito sul Riformista

di Alessandro Leogrande

«Siamo tutti in pericolo», disse Pier Paolo Pasolini a Furio Colombo, nell’intervista che gli concesse poche ore prima di essere ammazzato all’Idroscalo di Ostia la notte del 2 novembre 1975 e che poi venne pubblicata su La Stampa-Tuttolibri. «Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi». C’è chi ha visto in queste frasi una prefigurazione della propria morte, una lucida accettazione dei rischi delle proprie notturne discese negli inferi dei suburbi romani. Ma in fondo è un’interpretazione forzata, priva di fondamenti reali. Al di là di come sono andate le cose o Ostia (e lo stesso Pelosi ha contribuito a ingarbugliare le ricostruzioni), Pasolini è stato ammazzato barbaramente, non si è suicidato. Né è andato incontro a qualche surrogato del destino.
Rimane il fatto che queste siano effettivamente le ultime parole dette o scritte pubblicamente da Pasolini. Un discorso «finale», successivo all’intervento scritto per il congresso dei radicali che sarà letto pochi giorni dopo (e che si conclude con la celebre esortazione a «continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare»). Successivo persino alla lavorazione di Salò o le 120 giornate di Sodoma, proiettato in anteprima a Parigi tre settimane dopo la sua morte (in cui il fascista interpretato da Paolo Bonacelli a un certo punto dice una frase grandiosa, rivelatrice delle mille facce dei poteri italici, vecchi e nuovi: «Noi fascisti siamo i soli veri anarchici, naturalmente una volta che ci siamo impadroniti dello Stato. Infatti, la sola vera anarchia è quella del potere».)
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Somiglianze di Famiglia

febbraio 22, 2010

Rapporti disfunzionali tra scrittori e autori di fumetti.

di Fabio Guarnaccia

Scrivo questi appunti in qualità di lettore. Con l’autorità che mi conferisce questo ruolo, vorrei provare a tracciare certe parentele tra alcuni scrittori americani contemporanei e alcuni autori di fumetto, sempre americani, sempre contemporanei. Mi gioco subito i nomi: Rick Moody, Jonatham Lethem, David Foster Wallace, da una parte; e Chris Ware, Daniel Clowes, Adrian Tomine, dall’altra. Tre e tre. Va da sé che la lista dei nomi potrebbe essere più ampia, e forse lo sarà pure, ma anche così dovrebbe essere sufficiente a far passare due concetti che ho in mente. I due concetti, a loro volta, hanno a che fare con un terzo concetto, quella della Somiglianza di Famiglia formulato da Wittgenstein, vi riporto la citazione: chi ha occhio per la somiglianza di famiglia può riconoscere che c’è una certa parentela tra due persone, anche senza saper dire in che cosa consista la somiglianza. È mia intenzione affermare che questi autori formino il nucleo di una famiglia molto più ampia nella quale compare almeno uno zio Paul Auster e uno zio Art Spiegelman, un cugino di primo grado di nome Michael Chabon (quasi un fratello a dire il vero), un cugino acquisito, David Mazzucchelli, e una zia giovane con la quale andare a fare compere al centro commerciale, AM Homes. Forse è meglio non aggiungere altro: le famiglie sono “tutto un gioco di specchi”, per citare Moody. È altresì mio dovere, però, affermare che come Wittgenstein, a questo punto della trattazione, non saprei dire con precisione in che cosa consista la somiglianza tra questi autori.
Però.
Tutti e sei condividono, grosso modo, un dato biografico essenziale, sono cresciuti negli Stati Uniti d’America durante tra gli Anni ’60 e ’70 . Hanno consumato la stessa cultura pop, sono stati ricoperti dalla stessa polvere sottile. Questo significa che tra i loro consumi giovanili c’erano i fumetti della Marvel e della DC Comics (anche se la Marvel era di gran lunga la favorita: La DC Comics presentava una realtà ridicola e appiattita: Superman e Batman erano dei poveretti rovinati dalla televisione. J. Lethem, La fortezza della solitudine), più tutta la parafernalia che gravitava attorno a questi mondi. Questo dato biografico essenziale, ci porta al primo concetto: l’uso dei materiali pop della propria adolescenza come efficaci metafore per raccontare i dolori della crescita, la crisi della famiglia e i mali della società americana. E scusate se è poco.

Esempio N.1, La tempesta di ghiaccio, Rick Moody 1994: dicembre 1973, una tremenda ondata di freddo colpisce le regioni nordorientali degli Stati Uniti, il tempo sembra fermarsi: per due giorni la neve e il ghiaccio isolano paesi e città… Ma a New Canaan, una cittadina del Connecticut quasi sospinto dalla furia dell’evento meteorologico, un destino feroce scardina i delicati equilibri della famiglia Hood…
In sintesi, Moody racconta la crisi della famiglia americana. Per farlo utilizza un narratore che è un suo potenziale alter ego, un ragazzino che torna a casa da scuola per il giorno del Ringraziamento. Paul Hood, questo è il suo nome, è un vorace lettore dei Fantastici Quattro.
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Sovranità migrante

febbraio 14, 2010

Questo pezzo è uscito su Alias il 31 gennaio scorso

di Domenico Pinto

Lo scrittore, già autore di Lager italiani e Lavorare uccide, radiografa il nostro Paese in quanto «laboratorio» della schiavitù nomade, orchestrando testimonianze sul campo (dalla Capitanata foggiana ai cantieri di Zapponeta) e innesti saggistici. Un libro, anche, contro la retorica dell’assistenza
«Ho visto ciò che tutti sanno e che tutti possono vedere. Semplici gesti di mani». Questa considerazione insieme spoglia e incontrastabile costituisce l’apertura di Servi – Il Paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli, Serie bianca, pp. 224, € 15,00), il diario di viaggio con cui Marco Rovelli sigilla – dopo Lager italiani (2006) e Lavorare uccide (2008) – il trittico in presa diretta sui dispositivi economici e politici che governano i più recenti mutamenti della nostra modernità. Dopo aver accompagnato, nel primo reportage narrativo, i flussi dei migranti espulsi dai polmoni dei Cpt, e aver analizzato le logiche sempre più sanguinarie della produzione e del profitto che istituiscono la cornice materiale delle morti sul lavoro, Rovelli incontra adesso da un capo all’altro dell’Italia le moltitudini di schiavi, le macchine muscolari create dalla nuova economia globale.
Abdelmalek Sayad parlava di «doppia assenza» per il sentimento di estraneazione del migrante, spaesamento che investe sia la memoria che la sussistenza: «né totalmente presente là dove è presente, né totalmente assente là dove è assente». Spinti dal disagio, dall’oppressione, dal mimetismo del desiderio verso il sogno dell’Occidente, scoprono presto l’impossibilità di esserci in una storia umana, alla scadenza di un visto acquistato contraendo, spesso, debiti inestinguibili. I migranti mutati in clandestini sperimentano una sorte che è la traduzione esatta di un quadro giuridico, grazie alle leggi bipartisan dell’aquila bicipite Turco-Napolitano e Bossi-Fini, un combinato che ne disciplina l’esistenza e che al contempo ne impedisce la presenza, lasciando esposti al ricatto, alla violenza, all’inappartenenza.
Rovelli va al cuore di questo problema facendo proprie alcune istanze che vengono dall’Etica di Badiou, come il rifiuto della retorica vittimaria, la logica del discorso che consente di parlare in vece della vittima, sostituendole il racconto di un’alterità corale: «si tratta di essere parlato – attraversato dalla voce delle vittime – ma questo significa raccontare la storia del mio corpo inciso dai colpi delle non-più-vittime […] Si tratta di raccontare, insieme alle storie che incontro, il mio sguardo attraversato da esse, raccontare il suo trapasso, le sue modificazioni: e per converso si tratta di non essere l’Uomo bianco e buono che si china sulla vittima, quella vittima che si offre a buon mercato alla pietà del salvatore». Si tratta, dunque, di modificazioni che passano per entrambi, autore e vittima, a un livello non più solo narrazionale ma anche politico. Qui non può non venire alla mente Walter Kempowski, che ha convertito l’incessante mormorio del carcere di Bautzen, dov’era anch’egli detenuto, nell’impulso guida del suo progetto letterario, fino a restituire il ronzio della Storia entro i dieci volumi di Ecoscandaglio, dove le voci sommerse delle moltitudini hanno trovato una loro sopravvivenza corale.
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Bird vive, e la sua ombra pure

febbraio 8, 2010

Da John Coltrane al genio degli scacchi Bobby Fischer al ritorno al jazz. Questo il percorso di Vittorio Giacopini nei suoi ultimi tre libri narrativi. Pubblichiamo una recensione al suo ultimo – Il ladro di suoni – uscita sul «L’Indice» a firma di Nicola Villa.

Dopo Al posto della libertà – Breve storia di John Coltrane (e/o 2005) e Re in fuga. La leggenda di Bobby Fisher (Mondadori 2008), Vittorio Giacopini torna al jazz con questo Ladro di suoni, che sembra una sintesi dei precedenti, costruito sulla figura, ambigua e nevrotica, di Dean Benedetti, jazzista dilettante di origine italiana degli anni trenta e quaranta diventato mitomane di Charlie Parker e suo ufficiale registratore pirata di assoli e concerti su nastri andati persi, anche nella leggenda, e poi ritrovati.
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Il “classico” oggi

gennaio 29, 2010

Questo articolo è uscito ieri sul Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Gli Anni Zero si sono conclusi e siamo già entrati in un nuovo decennio. Passato un intermezzo congestionato da guerre e crisi mondiali, ci siamo ritrovati pienamente inseriti nel ventunesimo secolo. Il Novecento, con tutto il suo bagaglio culturale e politico, è ormai definitivamente percepito come un’era passata, con cui – certo – continuare a interagire criticamente, ma ormai nella distanza.
Siamo entrati dunque negli Anni Dieci (…). Gli Anni Dieci del secolo scorso sono stati anni tremendi (la Grande Guerra, la rivoluzione bolscevica, la pace di Versailles, il ’19…), ma anche anni culturalmente turbolenti. E i nostri Anni Dieci, come saranno?
A organizzare una prima mappatura del nuovo tempo ci pensa una monumentale opera della Treccani: XXI secolo. Sei volumi, 80-85 autori per tomo, 4.200 pagine. Il primo volume, Norme e idee, intende studiare «lo stato di incertezza e di crisi che sembra caratterizzare il mondo dei valori tradizionali, delle istituzioni e della società civile». Così si legge nella presentazione del piano dell’opera, che poi continua in tal modo: «Sotto l’impeto dirompente dei processi di globalizzazione e delle tecnologie sono messi in discussione i fondamenti del diritto, le strutture della società civile, il concetto stesso di persona».
Di questo primo volume segnaliamo un saggio in particolare, che appare oltremodo illuminante: Il “classico” oggi di Luciano Canfora.
Con la sua consueta lucidità, Canfora coglie un passaggio determinante del nuovo tempo, una costante sotto traccia che prova a disvelare: il ritorno dei modelli e degli archetipi classici lasciati in ombra nel ventesimo secolo. Dopo il declino delle «rivoluzioni culturali» degli anni sessanta e settanta, dopo il crollo delle ideologie che avevano retto il dibattito pubblico a lungo, e soprattutto dopo il collasso del socialismo reale, sono oggi potentemente ritornate alla ribalta «forme di pensiero, concetti e questioni che il ‘moderno’ conflitto novecentesco sembrava aver archiviato».
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L’inventario dell’amore

gennaio 28, 2010

Pubblicato sulla Domenica del Sole24Ore il 10 gennaio 2009.

di Gianluigi Ricuperati


L’amore inizia come un’esperienza di invenzione e finisce come un’esperienza di inventario. Il secondo libro di Leanne Shapton, trentasettenne autrice canadese e residente in America, si regge interamente su un’idea: raccontare la nascita, lo sviluppo e la dissoluzione di una storia d’amore come se i due protagonisti avessero deciso di mettere all’asta tutto ciò che di tangibile ha attraversato l’aria che univa e separava e definiva i loro corpi e i loro cuori: gli oggetti, le cartoline, le fotografie, le stampe di e-mail, le scritte sui tovaglioli, i piccoli doni e i soprammobili, gli abiti e i fermacarte: e ancora libri usati e amati, portafortuna e compact disc, videocassette e ritagli. Ma Important artifacts and personal properties from the collection of Lenore Doolan and Harold Morris, including books, street fashion and jewerly non è un romanzo che racconta di un’asta. È la fedele, inventaria riproduzione di un catalogo d’asta, di un’asta in cui nessun articolo vale più di cento dollari, che nessun collezionista frequenterebbe e nessun battitore consegnerebbe al tirannico ritmo del martelletto.

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Aldo Moro: essere padri, portare il fuoco

gennaio 22, 2010

di Ivan Carozzi

Ecco un libro su Moro, l’ennesimo, verrebbe da dire. In quanto è una vicenda, anche editoriale, che non si decide a lasciarci, come quei morti che nei film si ripresentano sulla soglia di casa – come spesso titola Dagospia: Moro per sempre. Un demone a cui può capitare d’infilare le dita dentro il guanto di pezza della cronaca e muoverla a piacimento, vedi l’affaire Marrazzo che con la scena di Moro condivide un’unità di luogo: il condominio di via Gradoli 96, lo stesso in cui abitarono i Br Mario Moretti e Barbara Balzerani. Due volte prigioniero, il saggio di Rocco Quaglia, psicologo e psicoterapeuta, pubblicato a settembre (Lindau, pp.210, 16 euro) è una piccola sorpresa e un libro che può incidentalmente fare da body scanner allo stato permanente di crisi e agitazione che stiamo attraversando. Tra le pagine di Quaglia, spesso liriche e accorate, non ci troviamo nel gamelan ipnotico dei misteri del caso Moro, ma veniamo posti in contemplazione della maschera umana di Moro, del suo carattere, per come appare nella serie di lettere che il Presidente scrisse nella prigione del popolo brigatista.

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Un uomo solo

gennaio 20, 2010

di Linnio Accorroni

A dar retta a molta cronaca cinematografica dal lido di Venezia in occasione dell’ultima Biennale Cinema ed al Fazio gongolante dell’ultima puntata di Che tempo che fa questo Un uomo solo (uscito il 15 gennaio) dovrebbe essere davvero un mix di eleganza e raffinatezza, almeno quanto lo era ieri sera nello studio televisivo il suo regista, quel Tom Ford che, da stilista glamour e talentuoso, ha saputo metamorfosarsi nel regista raffinato e ispiratissimo di questa pellicola. Sull’onda delle entusiastiche recensioni dal lido veneziano (Colin Firth il protagonista del film ha vinto anche il Premio Volpi quale miglior attore) quest’estate mi sono riletto, nella vecchia edizione Guanda (oggi è in circolazione una nuova edizioni targata Adelphi) il libro di Christopher Isherwood (1904-1986) da cui è stato tratto, con svariate licenze narrative, il film. Pier Vittorio Tondelli, che era un grande estimatore dell’opera omnia di Isherwood, nutriva soprattutto per questo romanzo una predilezione particolare, le cui tematiche fondamentali – il tema della morte del compagno e l’ impossibilità della rielaborazione del lutto – riaffiorano in maniera evidente anche nel suo Camere separate. Ma Un uomo solo era un libro anche adorato da Grazia Cherchi, critica di rango e di nerbo, tutt’altro che facile agli elogi, ma che nel suo Scompartimento per lettori e taciturni (Feltrinelli, 1997) celebra quest’opera alla stregua di un prezioso capolavoro tout-cort. A single man è del 1964, scritto quando Isherwood aveva 60 anni. È la descrizione, trasparentemente autobiografica, di una giornata del professor George Falconer nel dicembre del 1961 a Los Angeles: sullo sfondo c’è l’incubo della crisi internazionale legata alla Baia dei Porci, un evento che, fatalmente, in quei giorni, trasforma Cuba nel luogo più temuto e disprezzato dall’immaginario, fortemente suggestionabile e plasmabile, della upper class. Ma Castro è solo l’altra faccia della paura e dell’odio verso ogni forma di diversità, verso lo spettro di ogni alterità la cui estraneità – politico, sessuale, razziale, economica – sembra poter minacciare la quiete pacifica dell’alta borghesia californiana anni ‘60, una quiete confortevole e algida, costruita a colpi di drink, barbecue, prati da golf, televisione e supermarket. George è il protagonista incontrastato di questo racconto: professore d’inglese trapiantato in un college della California, sconvolto dalla recente morte per incidente automobilistico del suo giovane compagno Jim. D.F. Wallace diceva che le opere più belle si riconoscono perché sono capaci di far suonare dentro di noi quella sorta di squillo da jackpot di slotmachine.
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