Archive for the ‘non fiction’ Category

L’ipersonno

febbraio 4, 2010

di Carlotta Vissani

L’ipersonno è una condizione globale. È uno status diffuso, come un’epidemia asintomatica che sgretola il sistema nervoso in tante piccole molecole disconnesse senza più ombra di attività elettrica. Mi è venuto in mente l’ipersonno per due ragioni fondamentali: la prima è che stanotte ho sognato di essere Sigourney Weaver e alla memoria è affiorato il terzo episodio di Alien in cui l’ipersonno era una letargia indotta furbamente per far sì che il corpo non invecchiasse nei lunghissimi viaggi nello spazio (si parlava anche di decenni). E mi sono detta che questa sospensione/glaciazione capsulare/fisico/mentale era qualcosa di necessario, conservativo, fondamentale per poter salvaguardare la vita, un’invenzione geniale.

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Babbo Natale Rampicante Multiplo #3

gennaio 9, 2010

Questo articolo è uscito su Repubblica nell’edizione di Milano, il 3 gennaio. La foto è di Sabrina Ragucci.

di Giorgio Falco

Caro Babbo Natale Rampicante Multiplo, ogni inizio anno sembri fermo nella posizione di sempre, ieri, l’anno scorso. Usi questa tecnica per minimizzare le aspettative irrealizzate, tue e nostre, non vuoi offrire tutto te stesso all’inizio dell’anno, così centellini la delusione per l’inevitabile dispersione di senso. Nessuno ti ricorderà il giorno dopo l’Epifania, se non per afferrarti e rinchiuderti in una valigia nera, poi depositata nell’angolo in cantina, tra scatoloni inumiditi, bottiglie in penombra e scarpe incupite, che sembrano rimpicciolite di due numeri. Noi dobbiamo sopravvivere per te fino al prossimo dicembre, attraversare Carnevale, la fine dell’inverno, le nuvole primaverili, i timbri postali, i saldi estivi prima delle code autostradali, i quaderni a quadretti che attendono cifre e rifiutano lettere, fino alla prossima natività, quando tornerai nella zolla di cemento, per proseguire la tua carriera in una nuova esperienza merceologica. Dopo questi giorni festivi ti riveli come documento, residuo epifanico appeso alla tua muta ostinazione. Se ti guardassimo davvero, noteremmo che in queste settimane hai subito lievi variazioni, movimenti impercettibili dovuti al vento anomalo che soffiava in un vortice le foglie decomposte sotto di te, con quell’affare rumoroso a motore, le spingeva in alto, verso i tuoi talloni, prima che le foglie cadessero ricomposte nella terra. Anche in questa nuova prateria d’inizio anno c’è la promessa, abbiamo troppo poco tempo, ma vogliamo dividerlo con te. C’è il germogliare nella dissipazione, nella noncuranza del sentire comune, così speriamo che qualcuno possa abbandonarti alla tua posizione abituale, per lasciarti vivere come il fiore incongruo nell’aiuola spartitraffico, ancora vivo, irripetibile esemplare.

Babbo Natale Rampicante Multiplo #2

gennaio 3, 2010

Il pezzo che state per leggere è uscito su Repubblica il 29 dicembre e la foto è di Sabrina Ragucci. Qui trovate la prima parte.

di Giorgio Falco

Caro Babbo Natale Rampicante Multiplo, sei arrampicato da tre settimane e non sei ancora diventato famoso. Non sei stanco di essere solo anonima manovalanza dei sogni da distribuire? Hai preso qualche goccia di pioggia e di neve, una cimice marrone si è riparata tra la barba sintetica annerita dall’aria mimetizzata. Natale è appena passato, sta per terminare l’anno, devi fare un gesto straordinario per questa fine, un atto inserito nella sequenza più banale: diventa tu stesso sogno! Arrampicati su un ripetitore televisivo, non per rivendicare qualcosa, fallo solo per esserci, entra nei fatti da ricordare in questo anno e nel decennio. Le televisioni non devono neppure inviare troupe per riprenderti, sono già lì, sopra e sotto di te, centosettanta centimetri d’acrilico: sono te! Appeso a trenta metri d’altezza con una sola mano, gli stivali neri di plastica piantati, lì in alto fa freddo davvero, rimpiangi di non indossare la tenuta di lana. Le telecamere ingrandiscono il tuo corpo ad altezza naturale, stringono l’inquadratura di te deforme nella vicinanza, esaltano i limiti della divisa, dell’appartenenza. Quando infili la mano nella tua sacca dietro la schiena, i tiratori delle truppe speciali d’assalto ti tradiscono e quasi premono i grilletti, se non fosse per l’intervento di un opinionista domenicale. Animaletto, mettiti in scena! urla l’opinionista domenicale, sii verificabile, benché spolpato, disperso, ma disponibile a una sintesi finale! Allora tu lasci cadere i regali avanzati, eppure non precipitano, fluttuano, entrano nei televisori, invadono gli scarichi, le tubature, gli interstizi più sottili, risalgono nei corpi docili. Lo sai da tre settimane, da sempre. La merce non interessa più, da molto tempo sopravvive come conformismo, abitudine al respiro, il mondo.

La città degli scrittori

dicembre 21, 2009

Quest’articolo è stato pubblicato su D – La Repubblica delle Donne. Le foto sono di Alessandro Imbriaco.

di Veronica Raimo

«E tu devi essere l’italiana», è la prima cosa che mi viene detta appena atterrata all’aeroporto di Cedar Rapids, mentre un ragazzo biondo americano in jeans e camicia a scacchi mi stringe la mano. Si chiama Joe, ci siamo scritti per un mese, è stato lui a farmi avere il visto per arrivare in Iowa. Dopo quasi 24 ore di volo, 3 scali, e un paio di bloody mary presi sull’aereo, non mi rendo ancora conto che «essere l’italiana» è la sintesi di quello che sarò per i prossimi tre mesi. Joe mi prende la valigia e stringe la mano a Hu, «il cinese», e a sua moglie Jo. Siamo gli ultimi scrittori a essere arrivati, fuori è già notte.

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Pelle

dicembre 12, 2009

di Giorgio Vasta

Se dovessi scegliere un verbo per descrivere quello che la pelle fa sempre, da sempre, sceglierei il verbo accadere. La pelle accade. Questo suo elementare superficialissimo abissale accadere è intrinsecamente un trauma con il quale ognuno di noi cerca di convivere. La pelle è un trauma perché nel confinare subito oltre la propria pellicola tutto il resto del mondo è anche l’organo dello sconfinamento, lo strumento attraverso il quale imploriamo il mondo di invaderci. Dunque, in quanto strutturalmente lamina che distingue e separa, crinale tra il nostro organismo e tutto ciò che nostro organismo non è, la pelle è crisi, è critica sensoriale, è scudo e preghiera, una membrana sulla quale concentriamo percezione conoscenza e affettività.
La pelle, poi, è la mia biografia.
Quando mi annuso l’incavo del braccio ascolto con il naso il racconto della mia storia, una storia agrammaticale, molecolare, dunque perfettamente autentica e inattingibile (solo trasformando la percezione in linguaggio potrò decidere cosa ho annusato e comincerò, con le parole, a condividere).
La pelle del palmo di mio padre – quando mi pettinava tenendomi fermo il mento e lavorando di balistica, gomito in alto e spazzola tra le dita per dare forma all’informe – sapeva di mattone rosso.
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L’Italia è un paese antigravitazionale

novembre 4, 2009

Questo testo è uscito sul numero 7 della rivista Mono, edita da Tunué, ed è stato trasformato in un’istallazione durante il Festival di Arte e Cultura Contemporanea tenutosi a Prato dall’1 al 4 ottobre. Qui i dettagli.

di Giorgio Vasta

vauroLa scorsa estate, in giro per i quartieri di Palermo, mi sono imbattuto in una festa di piazza. Una specie di processione che mobilitava tanta gente. Tra i penitenti, il carro con il Cristo, i dolci e le famiglie ho notato un bambino di tre quattro anni che stringeva nel pugno un filo di nylon semi-invisibile. Ho seguito il filo con lo sguardo e in cima, barcollante sopra le teste della folla, c’era Berlusconi. Un palloncino a forma di Berlusconi. Il suo viso, il suo sorriso, la stempiatura, il naso a patata un po’ pronunciato, un rosso clownesco intorno alle labbra. Gli occhi neri con un lampo bianco al centro della pupilla. Ce n’era solo uno, di questi palloncini, ed è stato sufficiente perché nel giro di qualche minuto, continuando a vagare per la festa senza mai perdere d’occhio Berlusconi gonfio d’elio – il suo impulso verso l’alto contrastato dalla presa ferrea del bambino che stringeva il filo – mi sono reso conto di qualcosa.
Mi sono reso conto che l’Italia è un paese antigravitazionale. Una capsula spaziale all’interno della quale nulla, mai, mai più, ha facoltà di cadere. Di ac-cadere.
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Come un pellicano che si strappa il cuore

ottobre 29, 2009

wangechi_mutu_fibroid

Wangechi Mutu - Fibroid Tumor of the Utherus

Nel giugno del 2005, all’apice del fenomeno dei blog, quando a dettare legge erano i commenti ai post e ai racconti o alle opinioni anziché alle fotografie e agli status, fece la sua comparsa nella rete un blog, un altro, uno tra centinaia di migliaia: cadmio. La prima differenza tra cadmio e il resto degli altri blog era la sua difficile classificabilità. Dovendo farlo rientrare in una categoria, tra i blog diaristici, quelli di attualità, quelli artistici e letterari, cadmio sarebbe appartenuto agli ultimi. Ma se nei blog letterari le attività spaziavano tra la diffusione di nuovi prodotti librari o narrativi e il commento, la recensione, la disamina di questi ultimi, cadmio ebbe il merito di spostare il confine non più avanti ma oltre, altrove. Fin dai primi post si configurò come un anti-blog che promuoveva (anzi, che era) l’anti-letteratura. Ogni post era costituito da un collage di frasi, parole e punteggiatura semplicemente giustapposte, in modo da trasmettere non un senso ma una parvenza di senso, un indizio di senso. Con un linguaggio e una struttura simili a quelli bloghistici, cadmio propugnò, per poco più di un paio di anni, non tanto una parodia del blog quanto la sua astrazione più totale. Il distacco dalla comunicazione attraverso la comunicazione, o meglio ancora attraverso l’uso della comunicazione. Brani, passaggi, anche solo singoli vocaboli da altri blog, siti di ogni sorta, portali, riassemblati in un corpo linguistico tanto astratto quanto unitario, tanto vago quanto strutturato, compreso entro l’inizio e la fine del post: una specie di blob della parola, il cut-up ai tempi di google. Di qui l’apoteosi della non-comunicazione attraverso una forma di comunicazione che, perlomeno in quegli anni, sembrava destinata a prevalere su qualunque altra. L’interazione di cadmio con l’esterno in quanto non solo anti-blog, o meta-blog, ma anche in quanto tenutario del blog stesso, avveniva seguendo le stesse linee guida dei post. Ovvero il copia e incolla, l’assemblaggio, l’accordo con le linee tangenti il discorso, ma le più invisibili e sottili, le meno a fuoco. Qui di seguito riportiamo alcuni dei migliori post di cadmio. Ve li proponiamo perché da un lato a rileggerli oggi sembrano disegnare con follia e precisione la nostra storia recente, e dall’altro sono troppo belli per essere lasciati cadere nel dimenticatoio. (Per qualche ragione, il gruppo di autori che ha lavorato al progetto cadmio – scrittori, poeti e giornalisti, alcuni dei quali anche abbastanza noti – preferisce, come all’epoca, continuare a mantenere l’anonimato.)
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Berluspinning. Il premier come trainer #2

ottobre 5, 2009

di Giorgio Vasta

Deduzioni e teorie
È evidente che l’ecosistema attraverso il quale il gruppo di spinner si sta muovendo non aderisce a regole biologiche, discendendo piuttosto dall’apparato retorico di immagini cosiddette suggestive e pittoresche che è patrimonio di ogni trainer di calibro.
Tutto questo ci porta nel cuore del fenomeno spinning.
Lo spinning è essenzialmente un’attività che pone come condizione centrale – come patto ineludibile, potremmo dire, e oseremo spingerci fino a parlare di contrattola dissimulazione del dato di realtà. O, meglio, una interpretazione dissimulatrice del dato di realtà.
Nei trenta minuti trascorsi ancorato alla cyclette, accartocciato e rantolante, con la spina dorsale che crepitava e la muscolatura striata che dissolveva in fiocchi di cotone, io ero di fatto chiuso all’interno di un seminterrato. Sentivo caldo, sentivo puzza. Intorno a me c’erano altre dieci persone che si accanivano sui pedali e sul manubrio modificando l’impugnatura e la frequenza della pedalata, risollevando le spalle a un segnale del trainer o riaccoccolandosi a conchiglia quando si doveva scendere in picchiata lungo una forte pendenza.
Ora, io dico «scendere in picchiata», dico «forte pendenza», e nel dirlo visualizzo le condizioni orografiche che il trainer evocava man mano, ma se vengo fuori dall’incantamento e mi concentro bene sono certo che non c’era niente di tutto ciò. Ero chiuso in un seminterrato insieme ad altre dieci persone sudate e stanche come me, intorno a noi solo specchi appannati, la musica a tutto volume nelle orecchie che passava da una frequenza all’altra, la puzza stretta nel naso, il cuore che batte a casaccio, un senso di collasso incipiente, in via San Massimo 40d, a Torino, tempo fa.
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BerluSpinning. Il premier come trainer (I parte)

settembre 30, 2009

Riportiamo un pezzo di Giorgio Vasta apparso qualche anno fa su Nazione Indiana, e tuttavia ancora spaventosamente attuale.

di Giorgio Vasta

Ci sono retoriche – anche retoriche politiche e di configurazione sociale – che si incarnano in un’attività fisica, in un impegno muscolare e agonistico. Lottare, ad esempio, oppure correre, tirare di scherma, pedalare.

Per la prima volta ne ho sentito parlare tre anni fa. Mi ero iscritto a una palestra a due passi da casa – economica, scalcinata, essenziale. Quello che mi serviva. Desideravo recuperare un po’ di forma, di tono muscolare, un minimo di elasticità, di postura, eventualmente persino vigore. Prima dei fisiologici prolassi, del crollo dei pannicoli, della disgregazione delle adipi. Avevo bisogno di stancarmi fisicamente per dormire meglio la notte e per favorire la digestione.
Avevo fatto l’iscrizione base, quella che ti permette soltanto l’utilizzo della sala attrezzi, rinunciando così a tutte le altre attività, dal tone up al tai-chi al cosiddetto gag (gambe addome glutei). Prevedevano orari precisi, lavoro di gruppo, la presenza di un istruttore. E poi, al di là di questo, mi imbarazzavano in sé, mi davano la sensazione di un coinvolgimento eccessivo, di affiliazione. Preferivo un’attività più solitaria, persino introversa, crepuscolare.
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La prima vittima. Tom & Jerry & la guerra giusta

settembre 9, 2009

di Raffaele Alberto Ventura

Poiché passiamo la porzione più dilettevole della nostra esistenza di cittadini democratici a «prendere posizione», a «giudicare», ad «aderire», spesso a «condannare» e ovviamente ad «argomentare», come passeremmo le giornate se non fossimo informati d’un numero congruo di rivoluzioni, esecuzioni, attentati e varie catastrofi? Ma soprattutto chi saremmo, se non potessimo definire noi stessi per mezzo d’una guerra lontana? La politica estera, si direbbe, è la forma più pura di politica interna. Per fortuna di conflitti se ne trovano a ogni angolo e anche di giornali, documentari, flussi RSS, twitter per raccontarne i sordidi dettagli. A noi spettatori resta l’onere di soppesare a mente fredda le ragioni dei contendenti, documentandoci quanto basta — cioè pochissimo. In fondo la regola dello spettacolo è semplice: tra gatto e topo, ha sempre ragione il topo. Ma chi è il topo?
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