Archive for the ‘società’ Category

Fratelli d’Italia?

maggio 7, 2010

Questo articolo è uscito per la rivista pugliese La voce del popolo.

di Alessandro Leogrande

Negli ultimi mesi del 2009 il sito affaritaliani.it ha pubblicato a puntate un romanzo di fantapolitica: Fratelli d’Italia?. L’autore è tuttora anonimo, anche se dimostra di essere ben informato sui meccanismi del Palazzo. Il libro ha suscitato un certo interesse perché prevede (è scritto in forma di romanzo) che nel 2013 la Lega realizzerà la secessione del Nord, a partire dalla secessione del Veneto. Molto prima delle elezioni regionali di marzo, Fratelli d’Italia? aveva previsto che Zaia avrebbe stravinto le elezioni in Veneto, e che – da questa posizione – avrebbe creato le basi per una crescente autonomia.
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Marrazzo, Morgan, Spitzer e il fantasma del pentimento mediatico

aprile 30, 2010

Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 28 aprile.

di Nicola Lagioia

Ho sempre preferito i romanzi di Nabokov agli esegeti di Maria Goretti, e dunque credo di essere tra quei pochi che, a scandalo appena esploso, hanno iniziato a provare una certa simpatia umana per Piero Marrazzo, a cui pure avevo dato il mio voto anni prima turandomi il naso per non lasciarmi stordire dall’odore d’acquasantiera che promanava sin dalle pagine internet dell’allora aspirante governatore. La versione del califfo così ubriaco di potere da reputarsi super partes mi convinceva (e seduceva) molto meno rispetto all’immagine notturna di un uomo solo, talmente preso all’amo della propria ossessione da dimenticare ogni prudenza e scendere nel ventre cittadino in esclusiva compagnia dei propri demoni. I Gracchi della contea di Norfolk, vale a dire i fratelli Kennedy, seppero alzare intorno ai propri innumerevoli festini una barriera elettrificata di potere puro al cento per cento, e mi sembrano umanamente più banali e prevedibili di chi arriva a farsi incastrare dalla polizia corrotta come ha fatto l’ex governatore del Lazio. Una storia che piacerebbe a James Ellroy.
Certo, pur non avendo responsabilità penali (andare a trans non è reato, e non lo è la cocaina usata a fini di consumo personale, e pare non lo fosse nemmeno l’uso dell’auto blu fuori dagli impegni istituzionali), Marrazzo ha tradito chi gli aveva dato il voto in nome di quel Dio, quella famiglia, quella patria sbandierate così stucchevolmente durante la campagna elettorale, e in più si è lasciato ricattare, ma l’improvviso squarcio sull’uomo sotterraneo mi sembrò all’epoca paradossalmente risarcitorio: impossibile essere così vuoti e bidimensionali come Marrazzo si presenta agli elettori, pensai, e dunque meglio il peccatore del cyborg circonfuso d’incenso. È durata lo spazio di poche notti, questa mia simpatia. Perché poi è arrivato il pubblico pentimento, il pubblico annuncio di ritiro in convento, la pubblica citazione di Cormac McCarthy a scopo letterario-espiatorio, e adesso il pubblico annuncio di ritorno sulle scene dopo appena sei mesi di ritiro previo (ancora) pubblico lavacro televisivo su Rai3 domenica prossima nello studio della Annunziata per In ½ ora. È qui che la mia imprevista simpatia si ritramuta nella solita ostile diffidenza: in fondo il tragico Humbert Humbert di Lolita nasconde i suoi peccati, mente, briga, depista, ma non arriva mai a rinnegare la sua amata Dolores Haze, nemmeno nel braccio della morte. Si potrebbe pensare che Marrazzo sia il solito furbone, ma il mio atroce sospetto è che lui a tutto questo (sepoltura definitiva del vizio sotto il pentimento, espiazione, rinascita, tutto nello spazio di neanche una stagione) ci creda veramente.
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Morire di stato

aprile 29, 2010

05. Decesso della Seconda Repubblica 4/12/09
di Gianluca Cataldo

Dichiarazioni di Spatuzza davanti ai giudici della II sezione della Corte d’Appello di Palermo (in trasferta a Torino). Il pentito verrà poi smentito dai fratelli Graviano, o meglio da uno dei fratelli Graviano. Riportiamo, a tal riguardo, l’estratto di un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su Repubblica il 12 dicembre 2009

Nell’aula risuonano i tre «no» tondi e secchi di Filippo Graviano. «Conosce Marcello Dell’Utri?», chiede la Corte. «No!», risponde. «Ha mai incontrato Marcello Dell’Utri?». «Assolutamente no!». «Ha mai avuto rapporti anche indiretti con Marcello Dell’Utri?». «No!». I tre «no» rendono molto soddisfatta la difesa del senatore. Fanno dire a Berlusconi che «siamo alle comiche». Susciteranno gli animati strepiti dei turiferari del cavaliere.
Con buone ragioni, se l’affare lo si semplifica fino a non tener conto delle anomalie di questo processo e dell’abitudine tutta siciliana all’omissione, all’ambiguità, al non detto che allude, al detto che nasconde: la migliore parola è quella che non si dice, dicono nell’Isola. Anche ieri, la parola più determinante non è stata detta. Avrebbe potuto dirla Giuseppe Graviano. È lui che organizza le stragi del 1993, non Filippo. È lui, non Filippo, che – secondo Gaspare Spatuzza – si gloria di «essersi messo il Paese nelle mani» forte delle promesse di Berlusconi («quello di Canale 5») e di Dell’Utri («il paesano»). Con una sola parola, il mafioso di Brancaccio avrebbe potuto o distruggere la credibilità di Spatuzza o dannare all’inferno il senatore. Quella parola l’ha rifiutata per il momento almeno fino a quando non gli saranno attenuante le severe condizioni carcerarie che lo affliggono.
Ora ci si può sbizzarrire con l’ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese.


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Pavolini nonno e nipote

aprile 26, 2010

Questo articolo è apparso sullo Straniero di aprile

di Alessandro Leogrande

Per chi ne scrive oggi, a oltre sessant’anni di distanza, è difficile non associare il nome di Alessandro Pavolini ai corpi dei partigiani impiccati o infilzati a ganci da macello e lasciati lì a decomporsi in strada. Pavolini è il fondatore delle Brigate nere, il più fanatico dei seguaci di Mussolini nell’esperienza tragica di Salò, il teorico del ritorno al fascismo delle origini e della necessità dello squadrismo, l’unico tra i gera rchi che poi verranno fucilati a Dongo, e appesi a testa in giù in Piazzale Loreto, a morire con un fucile in mano, nell’estrema volontà di riaccendere un ultimo fuoco fascista in Valtellina. Per questo gesto, forse soprattutto per questo gesto, nella galassia post-fascista e neofascista che si è ritrovata, dopo il 25 aprile, fuori dall’arco costituzionale Pavolini è stato un «mito assoluto», secondo solo al Duce. Ancora oggi, nel XXI secolo, tra i soliti nostalgici e soprattutto tra gli esponenti di quel composito post-neofascismo finito sotto il nome di Casa Pound rimane un nome da scrivere sui muri, o da stampare sui manifesti.
Ma chi era davvero Alessandro Pavolini? La domanda oggi non avrebbe forse molta importanza, a patto che si consideri non importante interrogarsi sulla biografia di una di quelle tante figure che hanno vissuto un passaggio storico fatto di sangue, potere, ideologia e violenza, stando a pochi metri dal Principe. Ma ne ha invece molta se a porsi quella domanda è suo nipote, il figlio del figlio, Lorenzo Pavolini. Uno scrittore, redattore di Nuovi Argomenti, curatore di programmi per Radiotre, che oggi ha quarantacinque anni e che non solo non ha mai conosciuto quel nonno per oggettive ragioni anagrafiche, ma è cresciuto circondato da una forte ritrosia famigliare a parlarne, tanto da venire a sapere casualmente che il suo avo era quel Pavolini solo sui banchi di scuola.
Al tentativo di stabilire una qualche forma di rapporto con la memoria del nonno gerarca, seguendo strade che – moralmente, politicamente, storicamente, familiarmente, umanamente – si fanno via via più sdrucciolevoli, Lorenzo ha dedicato un libro cui ha lavorato per molti anni, Accanto alla tigre, edito ora da Fandango. Ed è un libro importante perché, nel tentativo di capire quel «gorgo di cultura e violenza, rivoluzione e potere» che ha spinto Alessandro Pavolini a fare alcune cose e a non farne delle altre, nel tentativo di decifrare quella brama di azione, piena di ebbrezza e alle volte tragicomica, che porta a cavalcare la tigre delle dittature, o della Storia sotto le sembianze della violenza politica, fino a non poterne più scendere, se non davanti a un plotone di esecuzione, l’autore ci restituisce i brandelli di una «autobiografia della nazione» novecentesca che ancora ci inquieta. Non solo: ci dice anche qualcosa sul modo di entrare in contatto con tutto questo, avvicinandosi alla tigre, ma restandone solo accanto, non cedendo alle sue lusinghe, alle sue ipocrisie, al suo mantra ideologico.
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Svendita sulla collezione Alitalia

aprile 17, 2010

Questo pezzo è uscito sulla rubrica curata da Stefano Catucci per il settimanale Romac’è.

di Stefano Catucci

I lavori per «Italia 90» hanno modificato le vie d’accesso all’aeroporto di Fiumicino e nascosto tra gli svincoli la statua di Leonardo da Vinci che prima troneggiava solitaria e imponente. Di Leonardo l’aeroporto esibisce però una citazione collocata nella sala delle partenze internazionali: una grande scultura in legno di Mario Ceroli del 1967, Squilibrio, che riproduce al suo interno l’immagine dell’uomo vitruviano così com’è stata disegnata dal Leonardo e che i viaggiatori conoscono bene come riferimento per gli appuntamenti. Qualche settimana fa Alitalia ha venduto la scultura per 120.000 euro ma si può star tranquilli: Squilibrio resterà dov’è, visto che ad acquistarla è stata la società Aeroporti di Roma.
Chi pensasse a una vendita incestuosa o a una semplice alchimia finanziaria dovrebbe tener conto che Aeroporti di Roma non aveva molta scelta, giacché Alitalia avrebbe venduto – o tentato di vendere – comunque. Da un anno, infatti, è iniziata la dismissione del patrimonio artistico accumulato da Alitalia negli anni del boom economico e di cui Finarte ha curato la vendita all’asta l’8 dicembre scorso. Collezionare arte italiana era un modo di costruire l’immagine di una compagnia e di un paese. I quadri erano esposti nelle sedi internazionali, nelle sale d’aspetto Vip, decoravano l’interno dei DC8 per farne «una galleria di via del Babuino», come diceva un cinegiornale d’epoca. Per ironia della sorte la vendita si è consumata nei paraggi, a via Margutta, ma per chiunque sappia cosa significa, anche in termini di valore, l’unità di una collezione d’arte, saperla frantumata è imperdonabile. Se Alitalia doveva o si era impegnata a vendere, il Ministero dei Beni Culturali o una Regione, un Comune, avrebbero potuto acquistare dando un aiuto non a fondo perduto. Più di 180 tele e incisioni con tutti i nomi più importanti del dopoguerra, sono state vendute per 811.000 euro, una goccia nel mare del deficit dell’Alitalia e più o meno il minimo preventivato. Fra i pochissimi invenduti c’è l’opera più pregiata, Zeus partorito dal sole di Gino Severini, quadro di 3 metri per 4 commissionato negli anni Cinquanta per la sede di Parigi. Verrà messo di nuovo all’asta in aprile con il prezzo base di 350.000 euro, non raggiunto a dicembre.
Non è un buon periodo per le vendite d’arte. La crisi si ripercuote molto sul settore, banche e fondazioni in difficoltà vendono e inflazionano l’offerta. Sarebbe stato un buon momento per comprare, tanto più che le amministrazioni pubbliche soffrono da tempo di una pulsione museale che resta spesso priva di contenuti. Sul sito web della Finarte la collezione Alitalia si può ancora vedere. Ma sarebbe bene che il catalogo dell’asta diventasse una pubblicazione a tutti gli effetti, prima che l’ultima testimonianza sparisca.

Morire di stato

aprile 15, 2010

03. 22/10/2009 Decesso di Stefano Cucchi
di Gianluca Cataldo

Panopticon
(confessioni di un luogo di prigionia)

Sono lo specchio architettonico di quella tecnologia politica del corpo che agisce verso la marchiatura e la soggezione dell’ospite.
Un torrione al centro e un anello periferico di celle forate verso l’interno e verso l’esterno. Il sole trapassa e impatta sull’ospite che proietta ombre sulla mia cella nella torre centrale. Sono tutti, ai miei occhi onnivedenti, ridotti a ombre. Si allungano e si contraggono seguendo l’ordine del tempo, un ordine ormai accartocciato, puntiforme. Ogni loro minimo movimento, ogni singolo cedimento nell’impalcatura sociale dentro cui sono destinati a recitare il ruolo imbastito sulla loro ombra, che impercettibilmente si muove, mi si presenta come spostamento di luce. È come un gioco di specchi neri che riflettono il negativo di un’immagine. Sono tutti sfocati e privi di lineamenti, ed è rassicurante avere a che vedere con una proiezione. Vedo gli ospiti privi di storia, un magma da catalogare, oggetti di un’informazione e mai soggetti di una comunicazione.
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Il fantasma di Aldo Moro

aprile 9, 2010

Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno
di Alessandro Leogrande

Un fantasma si aggira nel mondo dell’editoria. Il fantasma di Aldo Moro. A oltre trent’anni dal sequestro e l’uccisione del leader democristiano, ogni anno spuntano in libreria quattro, cinque volumi dedicati direttamente o indirettamente al più tragico «affaire» della storia repubblicana, ai suoi protagonisti, ai suoi enigmi. Saggi, ricostruzioni, testimonianze, romanzi. Alcuni «dietrologici», tesi a dimostrare qualsiasi complotto possibile e immaginabile, altri tesi a inquadrare l’oggetto della narrazione da un nuovo punto di vista. Tra questi titoli, la parte più insopportabile e trascurabile è costituita dai memoriali degli ex brigatisti, pieni di autoindulgenza.
La prima causa del successo di questo singolare filone editoriale che ha attraversato il passaggio dalla prima alla seconda repubblica è nel trauma irrisolto che la morte di Moro ancora costituisce. La seconda risiede nelle zone d’ombra della vicenda e della strategia dei terroristi, nei tanti perché che non hanno ancora trovato sufficienti risposte, nonostante i processi e le migliaia di pagine di carte giudiziarie. La terza è nel continuo rinnovarsi, anche a trent’anni di distanza, del dibattito sulla fermezza e sulla trattativa (strettamente legato a quello sulla «pazzia», o più semplicemente sull’autonomia di pensiero e azione, dell’autore delle lettere nella prigione dei brigatisti).
In un modo o nell’altro, colui che in vita è stato uno dei massimi simboli del linguaggio e della mediazione democristiani, in morte ha finito per incarnare (quasi metastoricamente) la critica più profonda dello sfaldamento della prima repubblica e del suo stesso partito. Del resto, è proprio Moro a scrivere in una delle sue lettere: «non creda la Dc di aver chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi».
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Il concerto è interrotto

aprile 7, 2010

Questo pezzo è uscito sulla rubrica curata da Stefano Catucci per il settimanale Romac’è.

di Stefano Catucci

Spopolano su youtube le immagini del concerto interrotto al Pantheon domenica 28 febbraio: 10.000 visioni al giorno, links dai maggiori quotidiani on-line. Se uno spettatore non avesse postato il video l’episodio non sarebbe mai diventato una notizia. Ora, invece, le autorità sono state costrette a reagire. Il Ministro Bondi ha scritto una lettera ai vocalisti russi del Bach Consort scusandosi «per l’inqualificabile comportamento di alcuni custodi del Pantheon che hanno interrotto platealmente un concerto a motivo della chiusura del monumento» (alle 18 la domenica). Il sottosegretario Giro si è scusato con il sindaco, il Direttore Generale Roberto Cecchi ha annunciato un’ispezione ma ha anche preso atto del mea culpa degli organizzatori (Iter Percorsi Culturali): autorizzato per le ore 16, il concerto è stato pubblicizzato per le 18 ed è iniziato intorno alle 17. Nel video (c’è anche una versione lunga), sugli applausi che chiudono un brano una custode si avvicina al palco con passo deciso e annuncia al microfono la fine del concerto, invitando i presenti a uscire. Di fronte alle furiose proteste del pubblico la donna si sbraccia come un direttore d’orchestra per far sgombrare il palco e un suo collega cerca di placare i tumulti con un’involontaria allusione musicale: il suo «siamo in una chiesa signori» ricorda Scarpia nella Tosca («un tal baccano in chiesa»). La scena è brutta, il modo atrocetemente romano, ma la vicenda è anche sufficientemente confusa da richiedere un giudizio meno viscerale. La diffusione di iniziative musicali in luoghi monumentali della città sta generando un fenomeno culturale interessante che non può trascurare, però, condizioni concrete come gli orari di apertura e la disponibilità del personale a compiti nuovi, non regolamentati. D’altra parte leggendo i resoconti è impossibile capire quale concerto sia stato interrotto. Per il Tgcom mancavano «4 minuti della sinfonia», per il Corriere della Sera si trattava di un «quintetto d’archi russo» che eseguiva Vivaldi, per altri restava in programma «l’ultimo movimento di Vivaldi». Su youtube si vede un quartetto vocale con basso continuo realizzato da archi e clavicembalo che esegue un mottetto di Bach (Lobet den Herrn) e a cui (forse) mancava di eseguirne uno di Vivaldi, In exitu Israel, in effetti molto breve. Finché però la musica resta fuori dalla notizia, finché si parla a vanvera di sinfonia o di quintetto d’archi, come stupirsi che qualcuno possa concepire l’idea di interrompere un concerto? Bisognerebbe ringraziarli, i custodi del Pantheon, per aver atteso la fine del mottetto di Bach prima di cacciare il pubblico. Nessun rispetto culturale li obbligava a tanto.

Perché noi italiani adesso siamo itAlieni

febbraio 17, 2010

Questo articolo di Giorgio Vasta è uscito stamattina su Repubblica e presenta un’iniziativa che si svolge a Torino, un ciclo di incontri dal titolo Italieni. Come siamo diventati extraterrestri, che si terrà a partire da stasera al Circolo dei Lettori.

di Giorgio Vasta

La gelatina è una sostanza spessa e collosa. Ha soprattutto a che fare con gli alimenti. Ma non solo. Gelatinoso, ad esempio, è l’aggettivo che, connesso al sostantivo sistema, ricorre nelle intercettazioni telefoniche relative alle indagini sulla gestione del mancato G8 della Maddalena. Ci si riferisce a un contesto in cui, in una prospettiva criminale, prevale l’amalgama indistinto, l’indifferenziazione nella quale tutto si mescola dando forma a un densissimo blob. Al di là di questa recente ricezione del termine, l’impressione è che la consistenza gelatinosa possa essere odiosamente emblematica dell’esperienza complessiva che facciamo oggi della cosa Italia. Delle sue sabbie mobili. Perché nel nostro quotidiano di esseri umani che sono cittadini e che vorrebbero essere ancora, tenacemente, soggetti storici, a imporsi è la percezione di un presente sempre più vischioso, una sostanza del tempo in cui, prevalendo il mescolamento che omologa e azzera, ogni avvenimento tende a sfocarsi e a perdere una sua reale significatività. Lo spazio sociale che ne discende è un luogo nel quale le anomalie si saldano numerose tra loro, e inglobando sparuti frammenti di normalità danno forma a quella materia omogenea, omogeneamente vaga, che è il nostro presente.
ItAlieni. Come siamo diventati extraterrestri è un ciclo di incontri – organizzato e ospitato dal Circolo dei Lettori di Torino, già da tempo promotore di iniziative analoghe – che attraverso uno strumento essenziale e memorabile come la parola (una parola adulta e condivisa da intendere a tutti gli effetti come parola politica) si propone di intervenire sulla materia nella quale viviamo immersi con l’obiettivo di ripristinare metodi e prospettive. Persino gerarchie, definizioni.
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Sovranità migrante

febbraio 14, 2010

Questo pezzo è uscito su Alias il 31 gennaio scorso

di Domenico Pinto

Lo scrittore, già autore di Lager italiani e Lavorare uccide, radiografa il nostro Paese in quanto «laboratorio» della schiavitù nomade, orchestrando testimonianze sul campo (dalla Capitanata foggiana ai cantieri di Zapponeta) e innesti saggistici. Un libro, anche, contro la retorica dell’assistenza
«Ho visto ciò che tutti sanno e che tutti possono vedere. Semplici gesti di mani». Questa considerazione insieme spoglia e incontrastabile costituisce l’apertura di Servi – Il Paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli, Serie bianca, pp. 224, € 15,00), il diario di viaggio con cui Marco Rovelli sigilla – dopo Lager italiani (2006) e Lavorare uccide (2008) – il trittico in presa diretta sui dispositivi economici e politici che governano i più recenti mutamenti della nostra modernità. Dopo aver accompagnato, nel primo reportage narrativo, i flussi dei migranti espulsi dai polmoni dei Cpt, e aver analizzato le logiche sempre più sanguinarie della produzione e del profitto che istituiscono la cornice materiale delle morti sul lavoro, Rovelli incontra adesso da un capo all’altro dell’Italia le moltitudini di schiavi, le macchine muscolari create dalla nuova economia globale.
Abdelmalek Sayad parlava di «doppia assenza» per il sentimento di estraneazione del migrante, spaesamento che investe sia la memoria che la sussistenza: «né totalmente presente là dove è presente, né totalmente assente là dove è assente». Spinti dal disagio, dall’oppressione, dal mimetismo del desiderio verso il sogno dell’Occidente, scoprono presto l’impossibilità di esserci in una storia umana, alla scadenza di un visto acquistato contraendo, spesso, debiti inestinguibili. I migranti mutati in clandestini sperimentano una sorte che è la traduzione esatta di un quadro giuridico, grazie alle leggi bipartisan dell’aquila bicipite Turco-Napolitano e Bossi-Fini, un combinato che ne disciplina l’esistenza e che al contempo ne impedisce la presenza, lasciando esposti al ricatto, alla violenza, all’inappartenenza.
Rovelli va al cuore di questo problema facendo proprie alcune istanze che vengono dall’Etica di Badiou, come il rifiuto della retorica vittimaria, la logica del discorso che consente di parlare in vece della vittima, sostituendole il racconto di un’alterità corale: «si tratta di essere parlato – attraversato dalla voce delle vittime – ma questo significa raccontare la storia del mio corpo inciso dai colpi delle non-più-vittime […] Si tratta di raccontare, insieme alle storie che incontro, il mio sguardo attraversato da esse, raccontare il suo trapasso, le sue modificazioni: e per converso si tratta di non essere l’Uomo bianco e buono che si china sulla vittima, quella vittima che si offre a buon mercato alla pietà del salvatore». Si tratta, dunque, di modificazioni che passano per entrambi, autore e vittima, a un livello non più solo narrazionale ma anche politico. Qui non può non venire alla mente Walter Kempowski, che ha convertito l’incessante mormorio del carcere di Bautzen, dov’era anch’egli detenuto, nell’impulso guida del suo progetto letterario, fino a restituire il ronzio della Storia entro i dieci volumi di Ecoscandaglio, dove le voci sommerse delle moltitudini hanno trovato una loro sopravvivenza corale.
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