Archive for the ‘società’ Category

Morire, vivere

febbraio 8, 2010

Sempre a proposito di carcerati e carcerieri, eccovi una breve e sensata riflessione di Alessandro Leogrande già apparsa su Innocenti evasioni.

di Alessandro Leogrande

Come in molti, in queste settimane, mi sono trovato a confrontare la morte di Stefano Cucchi con quella di Federico Aldrovandi. Non solo perché erano entrambi giovani, e in fondo a essere stata uccisa è stata innanzitutto la loro giovinezza. Non solo perché sono morti allo stesso modo, e al modo di Franco Serantini, pestati a sangue, massacrati, da uomini in divisa che in quel preciso momento incarnavano e rappresentavano lo Stato. Non solo perché identico è stato, in entrambi i casi, il tentativo di calunniare la vittima dopo l’omicidio, e quello speculare di erigere una coltre di nebbia intorno alla vicenda.
I due casi sono stranamente simili soprattutto per un altro particolare. Entrambe le volte, l’unico testimone che ha ammesso di aver assistito al pestaggio, l’unica persona che ha avuto il coraggio (o la profonda dignità) di dire chiaramente ciò che i suoi occhi avevano visto, non era nata in Italia. In entrambi i casi, erano immigrati. Nel caso di Aldrovandi, ucciso a Ferrara nel 2005, si tratta di Anna Marie Tsangue, una donna camerunese di 35 anni. «Anne Marie Tsague», ha scritto in uno dei suoi articoli dedicati al caso Cinzia Gubbini, «quella mattina alle sei era sul balcone del suo appartamento al primo piano di via dell’Ippodromo. Era stata svegliata da strani rumori, e dai lampeggianti delle volanti. Si è affacciata alla finestra e, sconvolta, ha assistito all’ultima parte di una strana “colluttazione” in cui un ragazzo solo viene manganellato da quattro poliziotti, che lo atterrano con facilità e continuano a prenderlo a calci anche quando ormai è completamente immobilizzato». (Su questa infame pagina della nostra storia recente è importante leggere il graphic novel Zona di silenzio di Checchino Antonini e Alessio Spataro, edito da minimum fax).
Nel caso di Cucchi, quattro anni dopo, si tratta invece di un ragazzo gambiano. Ha udito le urla e poi, dallo spioncino della sua cella, avrebbe assistito al pestaggio di Stefano negli interrati del tribunale. Ora vive sotto protezione, in luogo segreto, perché si teme fortemente che venga costretto a ritrattare. Il suo nome non è stato reso noto. Si sanno solo le iniziali: S.Y.
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Il “classico” oggi

gennaio 29, 2010

Questo articolo è uscito ieri sul Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Gli Anni Zero si sono conclusi e siamo già entrati in un nuovo decennio. Passato un intermezzo congestionato da guerre e crisi mondiali, ci siamo ritrovati pienamente inseriti nel ventunesimo secolo. Il Novecento, con tutto il suo bagaglio culturale e politico, è ormai definitivamente percepito come un’era passata, con cui – certo – continuare a interagire criticamente, ma ormai nella distanza.
Siamo entrati dunque negli Anni Dieci (…). Gli Anni Dieci del secolo scorso sono stati anni tremendi (la Grande Guerra, la rivoluzione bolscevica, la pace di Versailles, il ’19…), ma anche anni culturalmente turbolenti. E i nostri Anni Dieci, come saranno?
A organizzare una prima mappatura del nuovo tempo ci pensa una monumentale opera della Treccani: XXI secolo. Sei volumi, 80-85 autori per tomo, 4.200 pagine. Il primo volume, Norme e idee, intende studiare «lo stato di incertezza e di crisi che sembra caratterizzare il mondo dei valori tradizionali, delle istituzioni e della società civile». Così si legge nella presentazione del piano dell’opera, che poi continua in tal modo: «Sotto l’impeto dirompente dei processi di globalizzazione e delle tecnologie sono messi in discussione i fondamenti del diritto, le strutture della società civile, il concetto stesso di persona».
Di questo primo volume segnaliamo un saggio in particolare, che appare oltremodo illuminante: Il “classico” oggi di Luciano Canfora.
Con la sua consueta lucidità, Canfora coglie un passaggio determinante del nuovo tempo, una costante sotto traccia che prova a disvelare: il ritorno dei modelli e degli archetipi classici lasciati in ombra nel ventesimo secolo. Dopo il declino delle «rivoluzioni culturali» degli anni sessanta e settanta, dopo il crollo delle ideologie che avevano retto il dibattito pubblico a lungo, e soprattutto dopo il collasso del socialismo reale, sono oggi potentemente ritornate alla ribalta «forme di pensiero, concetti e questioni che il ‘moderno’ conflitto novecentesco sembrava aver archiviato».
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Sul pubblicare per Berlusconi

gennaio 25, 2010

In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza dell’autore e del critico, in un incontro pubblico che si è tenuto a Roma martedì 19 gennaio alla libreria Giufà. E di questo e di altro parla Tiziano Scarpa in un pezzo uscito sulla Stampa e ripreso qui. Su Nazione Indiana Helena Janeczek ha scritto, invece, un’appassionata difesa delle ragioni di chi lavora o ha deciso di pubblicare per il gruppo Mondadori pur non condividendo le idee e la politica culturale della proprietà. L’articolo che pubblichiamo qui di seguito, scritto da Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie, risponde in qualche modo al pezzo della Janeczek ed è stato pubblicato sul Manifesto di ieri, domenica 24 gennaio 2009.


di Vincenzo Ostuni

Quando lo scorso novembre Saviano rivolse un appello a Berlusconi perché ritirasse la legge sul processo breve, a Luisa Capelli, editrice di Meltemi, e al sottoscritto saltò il ticchio di rilanciare, mettendo in campo il più perverso tabù della nostra società letteraria (o dei suoi frantumi). Fondammo un gruppo Facebook chiedendo allo scrittore di lasciare il suo editore qualora, com’era scontato, non avesse desistito. Per chi non lo sapesse, ricordiamo che la maggioranza del gruppo Mondadori (oltre al marchio eponimo, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Electa: circa il 30% del mercato librario) è di proprietà della Fininvest, ovvero Silvio e famiglia. In poche settimane abbiamo ricevuto 2200 adesioni e alcune critiche. Saviano in un’intervista ha dichiarato, in maniera forse indipendente dall’appello: «Sto riflettendo se continuare a pubblicare i miei libri con Mondadori». Da altri autori del gruppo quasi nessuna voce, ed è quest’ultimo aspetto a stupirci. Ma è davvero moralmente indifferente, per uno scrittore dell’ampio e disunito fronte nonberlusconiano, pubblicare i propri libri per B.? O almeno è un errore politico? Si tratta di una scivolatina, incoraggiata da migliori condizioni economiche (mica sempre), dalle maggiori prospettive di successo (ma non è affatto detto), dallo charme del bianco Einaudi (dove c’è ancora), o dall’indubbia (ma ineguagliabile?) professionalità dei suoi editor? O all’opposto, come sostiene ad esempio Wu Ming, pubblicare per B. ha un valore politico aggiunto, l’occasione di attizzare un focolaio di resistenza nel cuore delle cittadelle occupate, all’interno delle quali noialtri si «resisterà un minuto di più»?

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Una (sola) storia italiana

gennaio 5, 2010

di Franco Marineo

Nel 1992, l’attore Tim Robbins ha esordito alla regia con Bob Roberts, una satira della politica americana che, oggi, torna alla memoria con più di una ragione. Il film racconta la fortunata campagna elettorale di un cantante folk che intende diventare senatore: le sue tendenze politiche sono di estrema destra, e la sua abilità nel comunicare pone in secondo piano la rozzezza delle sue idee. Alla vigilia delle elezioni, un giornalista accusa Bob Roberts di essere coinvolto in loschi traffici di droga e armi; quando la partita elettorale sembra ormai perduta, un attentato riduce Roberts in fin di vita e l’onda emotiva suscitata negli elettori lo spinge fino alla vittoria contro il candidato democratico. Ma l’attentato era solo una messa in scena e Roberts non è mai stato colpito…
Circola in rete un curioso montaggio video relativo al ferimento di Berlusconi del 13 dicembre. Si ipotizza, appigliandosi a particolari narrativi minimi e a prove visive che forse non meritano un’analisi più profonda, la possibilità che l’attentato sia in realtà un falso. Una messa in scena, ordita dalla vittima per ragioni che sono facilmente immaginabili. In poco più di tre minuti (un collage di sequenze tratte dai tg, ingrandimenti di alcuni fotogrammi, didascalie esplicative) si afferma che il souvenir non ha colpito il volto del premier, che il sangue è stato spruzzato sul suo viso con una pompetta, che Berlusconi aveva già in mano, pronto, anche il fazzoletto usato per tamponare la ferita. Insomma, una sequenza di fiction realizzata a uso e consumo di un’opinione pubblica troppo impegnata da Mills e Spatuzza. Anche tra i più appassionati ammiratori delle teorie complottiste, però, questo video fatica a essere convincente; si avverte una certa stanchezza del periodare ipotetico, i frammenti visuali sono stirati, sfibrati, sottoposti a una brutale torsione pur di intravedere un particolare, un frantumo di oggetto o di sguardo che supporti la tesi proposta.
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H1N1, un’epidemia di paura – che mi ha ricordato un sonetto di G.G. Belli

dicembre 22, 2009

di Damiano Abeni

Qualche settimana fa scrissi questa lettera (come previsto non pubblicata, e rimasta senza risposta), esasperato dall’epidemia di paura ingenerata da una comunicazione scriteriata – e tutta giocata sulle accezioni catastrofiche della parola pandemia.
Pandemia è un termine tecnico che, nella definizione operativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si riferisce alla diffusione di un nuovo agente infettivo in diverse macro-aree del globo. Nell’immaginario collettivo, per motivi diversi, alcuni dei quali saranno chiari – secondo me – leggendo il sonetto del Belli, il nuovo agente infettivo viene unanimemente identificato con un virus letale. E questo è falso: per assurdo, ad esempio, potremmo avere pandemie da virus (nuovi, in effetti) che colpiscono il sistema gastrointestinale e trasformano le deiezioni in oro.
Insomma, pandemia non è affatto sinonimo di epidemia con manifestazioni cliniche gravi, e ne stiamo appunto vivendo una in cui un virus che (è vero) non circolava in popolazioni umane da diversi decenni provoca danni comparabili a quelli della normale influenza stagionale.
A questo proposito ci vuole una parola anche sul rovescio della medaglia: la normale influenza stagionale provoca migliaia di morti ogni anno, e questo viene bellamente ignorato.
Credo che sia tipico dei politici e dei media da un lato amplificare i pericoli immaginari, e dall’altro sminuire o ignorare i pericoli reali, provocando nel pubblico un frullato di sensazioni poco definibili che lo rende sempre più vulnerabile. Ma adesso vi lascio leggere.
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Oltre l’amore

dicembre 17, 2009

Oggi Il Manifesto è in edicola a 50 euro. È un’iniziativa di sottoscrizione popolare che è anche una battaglia per la libertà di stampa e per il pluralismo. Ripostiamo per l’occasione i due articoli di Ida Dominjanni, usciti rispettivamente il 15 e il 16 dicembre.

Quell’immagine senza ritorno

È sempre il volto dell’altro, sostiene Emmanuel Lévinas, la misura e la prova della nostra umanità, perché è nel volto dell’altro che è inscritta la sua e la nostra vulnerabilità. Il volto ferito di Silvio Berlusconi, una lacerazione improvvisa e violenta nella costruzione senza tempo e senza rughe della sua immagine personale e politica, si presta poco all’uso strumentale cui è stato subito piegato dai suoi pasdaran e in cui, come sempre, sembrano irretiti gran parte dei suoi oppositori. Quel volto colpisce più a fondo, con l’impatto di un’istantanea senza ritorno. (more…)

Non sparate sul Sud (e sul Risorgimento)

dicembre 14, 2009

Questo articolo è apparso nella rivista pugliese La voce del Popolo.

di Alessandro Leogrande

Proprio nel momento in cui ci avviciniamo ai 150 anni dalla Spedizione dei Mille, tutti sparano sul Risorgimento. Il governo Berlusconi celebrerà l’anniversario dell’Unità d’Italia in tono minore e a patto che (cosa inaudita fino a pochi anni fa) si celebrino anche le ragioni del fronte anti-risorgimentale, i motivi che spinsero la Reazione ad assumere vesti ora clericali, ora oscurantiste, assolutiste, neoborboniche, brigantesche, papaline…
D’altra parte, come in tutti i momenti di crisi economica e politica, il paese pare essere profondamente diviso. Il divario tra Nord e Sud torna ad allargarsi, e il Sud viene sistematicamente visto come una palla al piede, per il quale – dalle colonne del Corriere della Sera – si invocano leggi speciali, quasi l’istituzione di un governatorato dall’alto. Niente di nuovo, diranno alcuni. Quando sale l’odio antisociale, e antiunitario, il Sud finisce sistematicamente per essere inteso come una enorme questione criminale, senza lasciare il minimo spazio ad altre osservazioni economiche, politiche, sociali, culturali. Viene fotografato un enorme deserto da cui scompaiono le aree virtuose, le oasi dissidenti, i centri di produzione, che pure esistono e tengono botta, come se i Savonarola di turno perdessero ogni interesse al dettaglio, alla differenza, alle infinite lotte interne al Mezzogiorno contro le camorre.
Niente di nuovo, diranno alcuni. E invece qualcosa di nuovo c’è. Perché mai come ora il paese appare slabbrato in piccole patrie non comunicanti tra loro, che riscoprono tutte a proprio modo l’amore regressivo per il campanile (e i propri dialetti) e esacerbano l’odio per ogni forma di interesse generale, di idea allargata di giustizia e di coesione sociale. Mai come ora il fronte anti-risorgimentale ha fatto breccia nel governo del paese, è rappresentato direttamente da una forza politica che occupa la macchina statale, facendo passare la disunità attraverso un’idea distorta di federalismo.
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Maria e la coprofilia: due ipotesi sulla realtà come conseguenza

novembre 9, 2009

di Cristiano de Majo

1. Avevo cominciato a interessarmi al caso MFX quando il video 2girls1cup (due ragazze una coppa) aveva travalicato i confini degli appassionati di coprofilia diffondendosi in modo virale come spettacolo di massa e alimentando il chiacchiericcio sulla rete, la curiosità delle comunità virtuali, tutto un catalogo di reazioni a quella che sembrava un’esperienza inedita ed estrema nel campo del visibile. Nel video, che è in realtà un trailer del film Hungry Bitches (puttane affamate), due ragazze, una bionda e una mora, iniziano a baciarsi e a toccarsi in una stanza. prado_genteSembrerebbe l’inizio di una canonica scena lesbo, ma questa normalità – il già visto – subisce una deviazione inaspettata quando l’inquadratura mostra una delle due, la bionda, defecare in un bicchiere – la coppa del titolo – tenuto in mano dalla mora. Il risultato è perfetto e plastico come un sundae di McDonald’s e, come un gelato, il prodotto viene leccato e mangiato, prima dall’una, poi dall’altra, le quali con un coraggio da leoni si baciano con le bocche tutte sporche, scambiandosi da bocca a bocca resti del prodotto, per arrivare infine alla scena in cui ultra-disgustate vomitano sul prodotto, ma non contente, e, con tutta evidenza, imbeccate dal regista, ricominciano a leccare il prodotto ormai ricoperto del loro stesso vomito per concludere con reciproche vomitate – una nella bocca dell’altra – a ripetizione.
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Re Zinedine

settembre 28, 2009

Questo articolo è apparso sullo Straniero

di Alessandro Leogrande

La notte del 12 luglio del 1998 il giovane Yazid, figlio di proletari algerini della periferia di Marsiglia, regala la prima Coppa del mondo di calcio alla Francia, segnando due goal di testa al magno Brasile di Ronaldo e Roberto Carlos. Per i due miliardi di esseri umani che guardano la partita in tv, Yazid è meglio noto come Zinedine Zidane, il più grande giocatore che abbia calcato i prati verdi dopo Diego Armando Maradona. Zidane è un calciatore fuori dal comune, un rettile imprevedibile. Come i grandi di questo sport, da Garrincha a Baggio a Messi, sembra provenire da un altro pianeta: quando nello spazio di pochi secondi fa una giocata in grado di spiazzare – rovesciando la logica comune – non solo gli avversari, ma anche i milioni di spettatori che vi assistono direttamente o sullo schermo, pare visitato dagli dei. Ed è questo in fondo che rende tuttora il calcio, nonostante la sua mutazione, un territorio epico che si rinnova costantemente, anche perché – tranne in rarissimi casi come Kakà – quasi mai queste visite premiamo i figli delle élites sociali.
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Diritti civili, omofobia e clericalismo «anche» degli attuali contendenti del Pd in ballottaggio

settembre 7, 2009

di Aldo Busi

Io non ho mai dichiarato i miei gusti sessuali pensando così di legittimarli e di forzarli in una dignità che già non avessero di per sé, ho dato bensì voce altisonante al mio legittimo disprezzo ideologico, direi carnale, verso ogni forma di oscurantismo e di dispotismo, dunque, qui in Italia, verso la religione vaticana che mi proibiva biblicamente di avere preferenze e capricci dopolavoristici al di fuori della normativa sessista promossa, almeno a parole, per la sua sopravvivenza e trionfo.
Io odio la tenebra da senso di colpa e la morbosità da rimozione e la violenza a fior di pelle dei chierichetti e dei frustrati a vita, penso che l’omosessualità maschile e femminile, se sanata dai complessi di peccato e di abominio imposti dalle religioni monocratiche, sia il toccasana e il sale della vera civiltà universale a pari merito dell’eterosessualità, perciò soltanto la determinazione personale e individuale, la volontà, la responsabilità, il libero arbitrio non imposto ma mutuo e la dolce intesa alla luce del sole tra cittadini parimenti adulti e maturi mi eccitano e sono il mio lievito naturale da sempre (il che significa che la mia vita sessuale è stata modesta, e l’unico autentico godimento di cui serbo ricordo è consistito nel descriverne gli scacchi, le frane, i bidoni, l’ideale ostinato sempre più patetico e surreale man mano che vado invecchiando, la frenesia apatica in crescendo, la schizzinosa promiscuità e il senso di nausea galoppante che poi tutto ha travolto e annientato, dirottandomi ancora giovanissimo verso una vana e molto vanesia astinenza con tutte le sembianze esterne della foia più partecipe, un coinvolgimento più psichico da ricercatore che non emotivo da parte in causa, anche se ero e se sono a battere in un parcheggio, in una stazione ferroviaria, in una sauna, in un cinemino porno, tanto, come ho scritto, l’amore per me batte solo alle tempie, piattole a parte; adesso che faccio mente locale, non mi viene in mente nessun episodio in cui, non dovendomi una volta tanto accontentare, non abbia preso le distanze magari già con una cappella a tutto sesto nel culo e la mente architettata in uno pneuma altrove, all’esodo dall’immeritato e sproporzionato supplizio; infine, l’unico aggeggio di cui si può fare del tutto a meno in caso di omosessualità maschile è un secondo uomo a parte te; io poi, scrivendo, mi facevo anche da terzo, l’orgia era contemplata già nel privé della mia sintassi).
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