Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Morire di stato

maggio 6, 2010

14/01/2010 Decesso di undici rimpatriati in Libia

La data fa riferimento all’articolo di Fabrizio Gatti, uscito per L’espresso all’inizio del nuovo anno. Per non perdere l’abitudine. Vi avvertiamo che le immagini del video sono davvero scioccanti ma è probabile che sia esattamente questa la reazione che serve.

di Gianluca Cataldo

L’odierno clima politico trova naturale linfa in quello che Bauman definisce, nel saggio Paura liquida, «lo Stato dell’incolumità personale».
Una paura diffusa, eterea, è definibile come paura di secondo grado. È tale una paura derivata che, indipendentemente dall’attualità di una minaccia, orienta il comportamento di un uomo, in seguito a una modificazione delle sue aspettative e della personale percezione del mondo.
Probabilmente il miglior termine che descrive questa declinazione dell’animo è una particolare forma di sensibilità, ossia: l’insicurezza. Chi accetta, nella propria vita, l’inclusione di tale variabile farà costantemente ricorso a meccanismi di difesa da questa paura ubiqua. Le paure derivate, dunque, si auto-alimentano.
Il negativo dell’insicurezza è la sicurezza, un simulacro politico cui si sono votati i partiti di destra – e non solo – di mezza Europa.
Il Devoto-Oli Ed. 2008 definisce sicurezza la «condizione oggettiva esente da pericoli, o garantita contro eventuali pericoli».
Attribuisce al termine simulacro il significato letterario di immagine divina o meglio, dal punto di vista tecnico, di «[…] modello al vero di una macchina o di una parte di essa, riproducente per lo più la sola forma esteriore».
L’incolumità, invece, rimanda alla sfera personale del proprio corpo e delle sue estensioni.
La stessa Europa che vive nell’incubo di una costante emergenza-sicurezza è, oggi, il continente statisticamente più al sicuro della storia dell’umanità. «Viviamo senza dubbio […] nelle società più sicure finora mai esistite »[1], eppure, nella sua assuefazione alla paura, la Società ha dimenticato di liberarsi dalle ansie e dalle paure derivate, nate e nutritesi in seno all’insicurezza.
Bauman analizza, a questo punto, le tre aree che hanno prodotto insicurezza nell’epoca pre-moderna:
1) La tecnologia ha sedato la natura rendendo stabile e sicuro il nostro habitat
(salvo vistose eccezioni quali l’uragano Katrina o l’alluvione a Giampilieri).
2) La cura di malattie e persino dei difetti congeniti del corpo ha raggiunto
livelli di protezione elevatissimi.
3) Inimicizia e ostilità tra gli uomini.
Riguardo alla terza area la promessa di sicurezza non è stata adempiuta e, anzi, se ne è persino complicata la realizzazione. Si può affermare che la paura nei confronti degli altri esseri umani rappresenti oggi il genus fondamentale dell’insicurezza moderna.
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Caro Presidente

maggio 5, 2010

di Igiaba Scego

Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal contenuto gemello. Ma la politica sul precariato non cambia. Che fare?

L’Unità – Edizione Nazionale – 30/04/2010

Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe ‘74 e volevo informarla che mi sto arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall’Italia». Ci ha rivolto parole dolci e sincere. Purtroppo Signor Presidente io mi sto arrendendo. E vorrei tanto avere quel coraggio che ho sentito nelle sue parole. Ma questi sono giorni molto difficili. Temo di non essere la sola a sentirsi così. Faccio parte, e non è una vuota statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita. Sono settimane che penso a lei. Mi sono detta «Il nostro Presidente deve sapere». Mi sono chiesta per settimane come ci si deve effettivamente rivolgere al Presidente della nostra Repubblica. Alla fine ho optato per un Caro Presidente perché la parola caro è una parola legata all’intimità della sua figura che ci è padre (e sempre amico), ma anche all’intimità della disperazione quieta che le sto per illustrare. Io sono figlia di somali nata a Roma. Sono cittadina italiana. La Somalia, il paese dei miei genitori, della mia altra lingua madre, della mia pelle, delle mie tradizioni più intime si è liquefatto. La Somalia come stato non esiste più dal 1991. La guerra ci sta portando all’apocalisse, alla fine di ogni sogno. Ma ecco la perdita della Somalia mi ha fatto capire quanto invece è importante per me fare qualcosa, anche piccola, per salvare l’Italia e i sogni della mia generazione.
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Seminario suoi luoghi comuni

maggio 4, 2010

16. La matrice

di Francesco Pacifico

Ecco un racconto di Kafka, trascritto per intero

Risoluzioni di Franz Kafka

Sollevarsi da una misera condizione dev’essere, anche con voluta energia, facile. Mi strappo dalla poltrona, giro correndo intorno alla tavola, metto in moto la testa e il collo, faccio divenir fuoco gli occhi, tendo intorno ad essi i muscoli. Combatto ogni impulso, saluterò A. con calore, quando ora verrà, sopporto amichevolmente B. nella mia stanza, e mando giù tutto quello che vien detto in casa di C., nonostante il dispiacere e la fatica, a lunghe sorsate.
Ma anche in questo caso a ogni errore che non si potrà evitare, l’insieme – il facile e il difficile – si arresterà e io sarò costretto a rigirarmi in cerchio.
Perciò la miglior soluzione è di accettare tutto, contenersi come una massa pensante, e, anche se ci si sente come soffiati via, non lasciarsi trascinare a compiere un passo non necessario, guardare il prossimo con occhio animalesco, non provar pentimenti, insomma soffocare colla propria mano quel che ancora resta della vita come fantasma, e cioè aumentare ancora l’ultima pace sepolcrale e non lasciar sussistere nient’altro.
Un movimento caratteristico di un simile stato d’animo è di passarsi il mignolo sulle sopracciglia.
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Da Verne all’Islanda cristiana. Il fascino dei vulcani è per sempre

maggio 3, 2010

Questo pezzo è uscito il 25 aprile sul Riformista

di Francesco Longo

Gli ebrei furono liberati dalla schiavitù egiziana perché il Signore mandò una nube che li condusse dritti fino al Mar Rosso. La colonna di fumo aveva questa caratteristica: «la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte». Sull’attuale nube vulcanica islandese è facile trarre suggestive interpretazioni circa arcani moniti divini o moniti di Madre Natura, ma due cose sono certe. Primo: i vulcani hanno spesso attirato l’attenzione degli scrittori. Secondo: certe volte la religione e la letteratura si incontrano: sui vulcani. E si potrebbe anche aggiungere che la letteratura a volte si avvera, proprio come le preghiere o gli scongiuri.
Un vulcano islandese alzò la voce nell’anno mille, quando non esistevano ancora i processi mediatici, ma il cristianesimo se la passava lo stesso maluccio. Nei giorni in cui l’immagine della chiesa è ai minimi storici, nell’alto dei cieli si è alzata una nube che ha fatto strisciare a terra gli aerei. Una leggenda vuole che nell’anno mille, in Islanda, un vulcano fu determinante per il futuro della religione cristiana. All’epoca, il parlamento si riunì a Thingvellir, sopra una vecchissima distesa di lava, per prendere una decisione cruciale per il futuro della nazione. Era infatti arrivato il momento di decidere se adottare la religione cristiana o se proseguire ad adorare i loro antichi dei. Il parlamento riunito si spaccò in due fazioni. Ogni ala denunciava l’altra sostenendo che gli avversari erano fuori legge. Mentre la discussione era ancora accesa, irruppe un messaggero che sconvolse la disputa. Avvertì che la lava del vulcano aveva iniziato a sgorgare e che presto il villaggio del capo della comunità cristiana sarebbe stato spazzato via. Per i pagani era la prova dell’esistenza dei loro dei che non volevano essere cacciati. I loro discepoli tirarono queste conclusioni: «Cristiani: i nostri dei sono irritati dalla vostra proposta». Era possibile però leggere il fenomeno anche in un altro modo. Per il capo dei cristiani infatti c’era qualcosa che non tornava. La riunione avveniva su una colata di lava precedente. E il cristiano concluse così la sua arringa: «per quale motivo al tempo di quella antica eruzione i vostri dei sarebbero stati irritati? Forse proprio perché non esisteva ancora il cristianesimo sull’isola!». Si passò alla votazione. Il capo cristiano era stato più convincente. I voti dissero chiaramente che l’Islanda doveva voltare le spalle ai vecchi idoli e convertirsi al cristianesimo. Insomma il vulcano avrebbe portato la chiesa cristiana sull’isola.
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Morire di Stato

aprile 22, 2010

04. Decesso di Brenda 19/11/2009
di Gianluca Cataldo

Si riporta un articolo di Enrico Fierro apparso su Il Fatto Quotidiano sabato 21 novembre 2009. Il resto della cronaca è, per l’appunto, cronaca, anche recente. È del 30 marzo 2010 la notizia dell’arresto del maresciallo Nicola Testini, uno dei carabinieri coinvolti nel ricatto a Piero Marrazzo. Nell’ordine di cattura si parla di omicidio volontario ai danni di Gianguarino Cafasso, anch’egli coinvolto nello scandalo a base di cocaina che ha travolto l’ex governatore del Lazio.

L’unico fatto certo è che Brenda la trans è morta. Ora i suoi clienti possono dormire sereni. Se ne è andata soffocata dal fumo in un buco fetente di 18 metri quadrati. Una porta, l’ingresso con un pertugio usato come bagno, un soppalco e un letto. Tutta qui la vita e la morte del trans chiamato Brenda, ma che Marrazzo appellava Blenda, quando la sentiva e quando è stato costretto a ricordarsi di lei. La sua vita valeva poco, ma i misteri che avvolgono la sua morte impreziosendola hanno già trasformato il dramma di un uomo politico sprofondato nelle sue debolezze in un altro mistero italiano. Il luogo della morte parla di uno squallore immenso. Siamo in via Due Ponti 180, cuore della Cassia. Palazzi fatiscenti, mura dove l’intonaco è un ricordo lontano. «Palazzina numero cinque»: la toponomastica è un pezzo di cartone. Italiani pochi, immigrati tantissimi. Questa è una delle zone del «puttan tour» capitolino, qui si incontrano trans a prezzi da realizzo. Il locale dove Brenda ha passato le ultime ore della sua vita è un sottoscala con soppalco. Quando arrivano i vigili del fuoco è l’alba, sfondano la porta ed entrano. Le fiamme non sono potentissime, basta poco per spegnerle. La casa era chiusa dall’interno a doppia mandata e dentro c’era un altro mazzo di chiavi. Sul soppalco un letto e il corpo di Brenda. È seminuda, il volto gonfio per il soffocamento. Le fiamme non hanno toccato il corpo, sulla pelle solo fuliggine. Accanto al letto una bottiglia di whisky. Brenda beveva tanto. In casa le finestre sono chiuse, non ci sono segni di «effrazione», recita il primo verbale della polizia. Il fumo ha potuto lavorare indisturbato. Come è morta Brenda? Incidente o omicidio? Di questo si discute. Perché tutti, i magistrati che hanno aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio volontario, innanzitutto, escludono il suicidio. Le sue amiche ne parlano. Brenda era depressa, voleva fuggire, aveva crisi isteriche. «Ma non si è mai visto un suicidio così. Uccidersi soffocandosi col fumo di un incendio non esiste in natura», spiega un investigatore.
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Morire di stato

aprile 8, 2010

04/08/2009 Decesso di Francesco Mastrogiovanni

di Gianluca Cataldo

Francesco Mastrogiovanni è morto, secondo quanto riportato nella cartella clinica, alle 7.20 del 4 agosto 2009 all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania durante l’esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O. come da legge Basaglia).
Il caso Mastrogiovanni ha portato alla luce come all’interno dell’ospedale di Vallo della Lucania vigesse un sistema para-detentivo, dove l’aspetto contenitivo della malattia psichiatrica è preminente su quello della cura.
La storia del maestro anarchico la si può leggere sui quotidiani (pochi: Liberazione, Il Fatto Quotidiano e Il Cilento) che si sono occupati della vicenda. Ottanta ore di agonia, «durante le quali i suoi polsi e le sue caviglie sono rimasti costantemente legati, l’alimentazione resa possibile solo attraverso le flebo. Tutto registrato da nastri delle telecamere interne dell’ospedale. […]. Il maestro è morto per edema polmonare».[1]
Nonostante i filmati e l’enorme lasso di tempo contenuto con legacci e malnutrito con la flebo, nessuno tra personale medico, infermieristico né tantomeno il direttore sanitario è intervenuto. L’edema polmonare è conseguenza logica della prolungata e coatta posizione, quasi cristologica, cui Mastrogiovanni è stato costretto per ottanta ore.
I sette medici e i dodici infermieri indagati per omicidio colposo sono lì a testimoniarlo, così come la sospensione del direttore del dipartimento.
Invece che addentrarsi in dettagli di ordine tecnico-legislativi, è bene riportare alla memoria il processo intellettuale che, a partire dal 1961, ha suscitato in Franco Basaglia l’esigenza di un rovesciamento, prima, e una negazione, poi, di quella particolare istituzione totale definita manicomio (legge Giolitti, istitutiva dei manicomi).
Il termine ultimo della negazione dell’Istituzione sarà la chiusura degli ospedali psichiatrici (già sostituitisi ai manicomi). Il punto di partenza si basa su una duplice consapevolezza: della condizione dell’internato e della condizione dello psichiatra.
Il primo, in un manicomio, è posto in una situazione di totale spoliazione di sé in un contesto di violenza ed esclusione, determinate l’una da presunte finalità rieducative, l’altra giustificata sul piano della necessità come conseguenza della malattia. Una malattia che, a ben guardare, sembra elevarsi a passaggio burocratico, un’etichetta che codifica una passività data come irreversibile.
L’approccio esclusivamente organicista alla malattia la identifica in un’alterazione biologica da accettare e arginare in considerazione dell’assenza di una cura effettiva. Il corto circuito è rappresentato dell’oggetto d’indagine medica: un corpo che si presume malato e che in tal modo viene visto da chi quel corpo lo vive.
Paradossalmente finiscono per coincidere le visioni dello psichiatra, dell’istituzione e dell’internato, cosicché l’oggettivazione travalica il corpo per assorbire l’intera persona. La violenza trasla, per così dire, dal corpo-oggetto alla persona-oggetto. E non può essere diversamente dato che il rapporto medico-paziente-istituzione si basa su un’etichetta che definisce il malato come portatore di malattia.
Inoltre, in un’istituzione totale, la malattia sembra guidare qualsiasi atto dell’internato che vive, agli occhi dello psichiatra, sotto la sua continua deviazione.
«[…] C’era una paziente un giorno che era allegra perché le avevano detto che entro poco tempo sarebbe uscita dal manicomio. Quando lo seppe si mise a cantare a squarciagola dalla gioia. La caposala la vide e secondo lei non poteva cantare dalla gioia, poteva cantare solo perché era pazza. Così ci obbligò a prenderla con la forza e a rinchiuderla in un camerino […]».[2]
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Pazienza e Astarte

aprile 3, 2010

Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Più passa il tempo, e più ci si accorge di quanto Andrea Pazienza sia stato importante nella storia del disegno italiano. E non solo nel disegno, ma anche in quella particolare forma d’arte che definiamo «romanzo per immagini», o «graphic novel». L’inventore di Penthotal, Zanardi, Pompeo e di un mucchio di altre storie per Linus, Alter, Il Male, Cannibale, Frigidaire è stato un maestro nel mescolare parola e immagine, dialoghi e ritratti, lavorando ora sul dettaglio, ora sul montaggio. Le storie di Pazienza non possono essere lette semplicemente né come una galleria di immagini geniali, né come una serie di pagine in cui il linguaggio viene reinventato, frullato, dilatato. Sono l’uno e l’altro insieme. E oggi – come ammesso da molti dei disegnatori contemporanei, Gipi in testa – il «graphic novel» italiano non avrebbe intrapreso alcune delle strade che ha intrapreso, se non ci fosse stato il genio di Pazienza ad aprire un varco. Un genio da imitare, rifiutare o superare, a seconda dei momenti, ma la cui influenza non si può ignorare o aggirare facilmente.
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I famosi all’assalto delle librerie

marzo 17, 2010

Prendiamo atto dell’uscita per Rizzoli (in straordinaria coincidenza con il festival di Sanremo) del libro di Antonella Antonellina Clerici e pubblichiamo «I famosi all’assalto delle librerie» di Maria Teresa Carbone, articolo apparso su Il Manifesto del 6 marzo 2010. L’articolo ci è stato segnalato da Gianluca Cataldo.

di Maria Teresa Carbone

Fra i pochi effetti positivi della scarsa considerazione di cui gode la pratica della lettura in Italia c’è il fatto che alla maggior parte dei nostri «famosi» – quelli che in gergo internazionale si chiamano «celebrities» – non passa neanche per l’anticamera del cervello di sobbarcarsi la fatica di scrivere o di far finta di scrivere (con l’aiuto di un «nègre» o, come si dice ora, di un «meticcio») un libro. Diversamente vanno le cose negli Stati Uniti e in Inghilterra, come testimonia una conversazione uscita sull’ultimo «Observer» alla quale hanno partecipato una scrittrice di professione (A.L. Kennedy, autrice di alcune belle raccolte di racconti, edite qui da minimum fax), un critico letterario appassionato di storia dell’editoria (John Sutherland) e infine la «cantante e personalità televisiva» (citiamo da Wikipedia) Martine McCutcheon, che – forte del successo dei suoi primi due libri, di taglio autobiografico – ha pubblicato nel 2009 un romanzo, The Mistress. Tema dell’incontro: «il fiume di inchiostro da parte delle “celebrities” nazionale è un bene o un male per l’editoria?», e: «i libri dei “famosi” hanno un qualche merito letterario?». Già dalle prime battute si capisce che l’incontro rischia di trasformarsi in una battaglia. «Sono una scrittrice, e sto dalla parte degli scrittori, di qualsiasi tipo essi siano», è l’esordio solo apparentemente conciliante della Kennedy, che subito precisa: «In un momento come questo, in cui è così difficile per i buoni libri trovare un editore, è fastidioso che vengano incoraggiate a scrivere narrativa persone note solo perché si sono esibite in un reality. Forse hanno le doti per scrivere un libro ma, date le circostanze, non le affineranno di certo». Si offende McCutcheon: «Sarebbe ingiusto non poter pubblicare un romanzo solo perché si è una “celebrity”», l’importante è che «i libri possano ispirare chi li legga, indipendentemente dal fatto che li abbiano scritti attori, macellai o medici». Quanto a The Mistress, aggiunge, lo ha scritto tutto da sola e, nonostante la sua inesperienza, è andato molto bene, ha venduto centoventimila copie. «Un risultato straordinario per quello che in fondo era l’esordio di un’autrice alle prime armi», è l’acido commento di Kennedy.
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Seminario suo luoghi comuni

marzo 16, 2010

10. Prima che il gallo canti
mi avrai frainteso tre volte

di Francesco Pacifico

Questo brano su una comparsa che fa saltare i nervi al protagonista come una goccia cinese non ha bisogno di molta introduzione.
Il protagonista del racconto è alle prese con il servizio militare; si ammala; ha paura di questa insolita debolezza fisica, che gli toglie ogni certezza; parla con un prete: il prete lo tormenta con una dispettosa parvenza di saggezza che parrebbe incomprensione; il prete, in sostanza, alla ricerca di un’interpretazione di quel male che possa stimolare il soldato a livello spirituale, si esercita in una delle discipline umane che meglio si può rendere nei romanzi: il gioco di non dar soddisfazione all’interlocutore, di lasciarlo appeso e incapace di spiegarsi e ottenere conforto.
Ѐ notevole la fiducia di Pontiggia negli elementi a sua disposizione. All’astenia acuta del protagonista, alla sua anoressia di origine depressiva, Pontiggia rende onore con altrettanta anoressia e astenia narrativa: il lettore si ritrova lui stesso trattato come un malato: gli si somministra una breve descrizione, lo si trasporta all’Ospedale militare insieme al soldato. Poi: «assunzione lenta e graduale dei cibi, altre istruzioni, fra cui l’invito a parlare col cappellano militare. Qui praticamente ci troviamo a fare anche noi tutto ciò che ci viene ordinato, e sentendoci malati col malato ci avviamo al colloquio col cappellano: Gli confessa che la scoperta dell’imperfezione fisica l’ha gettato nell’angoscia. Una frase cui non manca nulla, il distillato di tutto ciò che ha pensato e provato il soldato mentre deperiva, mentre lo curavano – per giunta espresso con dignità.
Qui comincia il fraintendimento sistematico da parte del cappellano, che rifiuta di accettare l’ordinata lamentela del protagonista. (Una volta confessai a un gesuita che desideravo la ragazza di un mio caro amico; mi rispose: «Eee, che sarà mai, ci siamo passati tutti… Per caso le dici le preghiere?» Questo si chiama ascoltare.) Per tre volte il cappellano rigira le frasi del malato in cerca di uno spiraglio da cui quello intraveda l’amore di Dio: per tre volte di fatto non gli dà veramente retta. Alla terza, il soldato si stufa e smette di incontrarsi col prete.
Il ritmo di questi pochi paragrafi sulla malattia tradisce non una tecnica ma una comprensione del ritmo della malattia. Sono paragrafi che si leggono con la lentezza del malato che non può far niente di corsa. Prima Pontiggia formula frasi che si mangiano come pastina in brodo, poi una volta arrivati dal prete ci dà il ritmo di una parabola religiosa, quelle tre risposte, il botta e risposta da storiella ebraica. Il suo stile molto personale non gli impedisce di concedersi completamente alla natura di ciò che racconta, e cambiare accento con il ruotare dei temi intorno al protagonista.
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Da 0 a 52 La semplice, o non così semplice, stesura di una sceneggiatura televisiva

marzo 11, 2010

La scrittura seriale ha peculiarità che la rendono diversa da altre forme di scrittura narrativa. Per esempio: nasce per non concludersi e costruisce personaggi che protraggono il più possibile la soluzione dei loro nodi psicologici. Alla base di questo meccanismo si può individuare la creazione di un motore capace di generare un numero potenzialmente infinito di storie. Gli americani sono maestri riconosciuti di questa tecnica, forse perché dai primi del Novecento la utilizzano per produrre fumetti – e più tardi radiodrammi pensati per i broadcaster commerciali (così nascono le soap opera). Per capire meglio il suo funzionamento vi proponiamo questo articolo apparso sul numero 8 di Link. Idee per la televisione. L’autore è il canadese Jeremy Boxen, regista cinematografico e autore di serie tv. Jeremy ci racconta la nascita di una puntata per mezzo di un espediente efficace e divertente: la strada virtuosa contrapposta a quella catastrofica, in cui nulla funziona come dovrebbe e l’obiettivo dei 52 minuti si rivela un inferno.

di Jeremy Boxen
Segnalatoci da Fabio Guarnaccia


Come fa uno sceneggiatore a passare da una pagina bianca alla prima bozza di un episodio di una serie televisiva? Che sia un dramma di un’ora o una commedia di mezz’ora – e le ho provate entrambe – c’è un sistema, un metodo quasi burocratico, di scrittura per la tv. Ne esistono alcune varianti ma, almeno per quanto riguarda le sterminate lande del Canada, uno sceneggiatore che si è formato da un lato del Paese può sedersi con uno che lavora dall’altro e sa cosa deve fare. L’aspetto importante da tenere in mente, tuttavia, è che il sistema funziona solo in alcuni casi, mentre in altri è solido quanto una barchetta di origami durante un uragano.

Un sistema che funziona
Quando tutti gli sceneggiatori e produttori rispettano il processo e sono competenti, le cose vanno così.

1) L’incarico: vengo assunto come autore per una serie televisiva che mi stimola tantissimo. È una nuova serie drammatica di un’ora sui soldati canadesi in Afghanistan[1]. La serie è originale, divertente e ricercata. Sono stato assunto in veste di story editor, e il contratto mi garantisce due sceneggiature da scrivere.

2) La redazione: mi siedo in una stanza con altri sei story editor con vari livelli di esperienza alle spalle. Uno di questi è lo showrunner. Lui, uno sceneggiatore esperto, ha creato la serie, ne possiede la visione creativa, ed è sua responsabilità assicurarsi che tutti i dipartimenti coinvolti nella produzione si attengano a questa visione. Ci sediamo intorno a un grande tavolo, in una stanza con tanto spazio sulle pareti su cui attaccare le nostre idee. Questa è la redazione. Dato che si tratta di una nuova serie tv, passiamo molto tempo a discutere di ogni personaggio principale, pensando a come svilupparli nel corso della stagione.
Decidiamo l’ordine in cui saranno scritte le prime 13 puntate in base alla gerarchia della stanza, e scopro che il mio primo episodio sarà il terzo. Ci sono modi diversi per creare le storie dei vari episodi. A volte, l’autore ha già ben chiaro cosa scriverà. A volte, lo showrunner ha già in mente le storie che vuole vedere nella serie. A volte, la storia emerge naturalmente dalle nostre chiacchiere in redazione, mentre improvvisiamo come musicisti jazz, le nostre menti che vibrano in armonia creativa.
La mia idea per questo episodio nasce da un incontro che abbiamo avuto con un soldato in pensione, che ci ha raccontato la sua esperienza in Afghanistan. Prendo uno dei suoi racconti di vita vissuta e vi aggiungo un colpo di scena drammatico, in modo da trasformarlo in un conflitto che si adatta al nostro personaggio principale. La premessa piace allo showrunner, e anche agli altri autori. Da questo momento iniziamo a «rompere la storia»[2].
Dalle 9.30 del mattino alle 5.30 di sera lavoriamo insieme. Ci concentriamo sul mio episodio prima di passare al successivo. Ogni autore nella stanza contribuisce con idee creative, sorprendenti. A volte imitiamo la voce dei personaggi mentre ci recitiamo le scene a vicenda. Ci sono tante risate. Lo showrunner guida la discussione e fa in modo che la storia che sta prendendo forma rispecchi la sua visione della serie. Ci prendiamo una piccola pausa a metà giornata per il pranzo, ma per farlo non lasciamo l’edificio. Invece di uscire, la compagnia di produzione compra il pranzo per noi, ed è allo stesso tempo sano e delizioso. Il morale è alto[3].
Altro sulla struttura: c’è un sistema per tenere d’occhio le varie idee per l’episodio. Nel momento in cui siamo d’accordo su una battuta, la scriviamo su un foglietto e lo attacchiamo sul muro nella colonna che rappresenta l’atto in questione. Le schede sono di vari colori, e ne usiamo uno diverso in base a ogni singola trama all’interno dell’episodio. Questo ci permette, al primo sguardo, di vedere il ritmo dell’episodio nella sua interezza, cioè nella trama e nelle sue sottotrame, il che rende tutto più efficiente. E poi i colori sul muro sono carini.
Dopo un paio di giorni, abbiamo creato un episodio di una serie televisiva sul muro, con le nostre schede colorate, e sappiamo che è fantastico. Il produttore esecutivo, colei che ci ha assunto e che ci paga gli stipendi, arriva in redazione. Io le propongo l’episodio, accompagnandola attraverso la storia aiutandomi con le schede colorate sul muro. Lo adora. Ottengo il via libera per il passo successivo.

3) Il soggetto: mentre continuo a partecipare al lavoro redazionale, aiutando a «rompere» l’episodio successivo, scrivo un soggetto che sintetizza, in una pagina, l’idea generale dell’episodio. Lo adora. Ottengo il via libera alla stesura dell’outline.

4) L’outline: anche se sono in redazione tutti i giorni, mi prendo una settimana per scrivere l’outline dell’episodio. L’outline consiste semplicemente nel trasformare gli appunti sul muro in scene dettagliate su carta, scritte in un linguaggio televisivo appropriato, ma senza dialoghi. L’outline va allo showrunner. Lo adora. Mi suggerisce di aggiungere un po’ di azione in una scena e di tagliarne un’altra in due parti, in modo da aiutare il ritmo. Sono felice di apportare i cambiamenti. L’outline va al produttore esecutivo. Lo adora. L’outline va ai dirigenti del network. Lo adorano. Nel corso di una conference call tra i dirigenti, il produttore, lo showrunner e me, concordiamo una serie di dettagli che cambierò procedendo con la sceneggiatura. Ottengo il via libera alla stesura della prima bozza.
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