Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Intervista a Pier Paolo Pasolini

marzo 6, 2010

A seguito dell’articolo di Alessandro Leogrande, riproponiamo il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano «La Stampa» l’8 novembre del 1975. Alcuni lettori di minima&moralia già la conosceranno. Altri no. Altri ancora – come il sottoscritto – si rinfrescheranno la memoria, rabbrividendo magari quando di tanto in tanto si riterrà di rintracciare paralleli tra quello che Pasolini dice qui di Eichmann, e quanto emerge da poesie come “La ballata delle madri”. A tutti gli amici di minima&moralia una buona lettura e una buona giornata.

                                                                                

Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. 
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo. (more…)

L’arte di scrivere canzoni: Bob Dylan in pillole

febbraio 25, 2010

Qui sotto un collage di pensieri sparsi di Bob Dylan raccolti dal cantautore e critico musicale statunitense Paul Zollo in un’intervista del 1991 contenuta nella raccolta Songwriters.

I have made shoes for everyone,
even you, while I still go barefoot
Bob Dylan

«Songwriting? Che ne so io di songwriting?», mi chiede Bob Dylan, poi scoppia a ridere. Porta un paio di jeans, una canotta bianca, beve caffè da un bicchiere di vetro. «Nel bicchiere di vetro è più buono», mi dice con un sorrisone. La sua chitarra acustica di legno chiaro è appoggiata su un divano accanto a dove siamo seduti. La chitarra di Bob Dylan. La sua influenza è talmente enorme che tutto ciò che lo circonda si carica di significato: I mocassini di Bob Dylan. La giacca di Bob Dylan.

Pete Seeger una volta ha detto: «Tutti i songwriter sono anelli di una catena», eppure in questo arco evolutivo sono pochissimi gli artisti che hanno lasciato un’influenza profonda come quella di Bob Dylan. È difficile immaginarsi l’arte di scrivere canzoni così come la conosciamo prescindendo da lui. Nell’intervista ripete che «l’avrebbe fatto qualcun altro», ma in verità è stato lui l’istigatore, quello che sapeva che le canzoni potevano fare di più, che potevano sobbarcarsi un compito più importante. Sapeva che la forma canzone poteva contenere una ricchezza lirica e un significato che andassero molto oltre il raggio d’azione delle canzonette pop, che le canzoni potevano avere la stessa bellezza, la stessa forza della più grande poesia, e che per il fatto di essere scritte con un loro ritmo e in rima potevano parlare alle nostre anime.
Partito dai modelli dei suoi predecessori, il talking blues imparato dai pezzi di Pete Seeger e Woody Guthrie, Dylan scartò presto le vecchie forme per modellarne di nuove. Infranse tutte le regole del songwriting senza abbandonare il mestiere e la cura necessari per creare canzoni che durano. Alla poesia folk di Woody Guthrie e Hank Williams aggiunse la bellezza della lingua di Shakespeare, Byron, Dylan Thomas e l’apertura e la sperimentazione beat di Ginsberg, Kerouac e Ferlinghetti. E mentre il mondo si stava appena abituando a questa nuova forma, portò la sua musica in una direzione ancora diversa, fondendola con l’elettricità del rock’n’roll. «È troppo e non è ancora abbastanza», dice riferendosi alla natura aperta di molte delle sue canzoni.
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Seminario sui luoghi comuni

febbraio 2, 2010

4. Le leggi della fisica

di Francesco Pacifico

Dopo la prospettiva Nevskij, porto oggi una versione italiana del quadro d’insieme: la descrizione di una pensione in «Una buona nutrizione», racconto contenuto in Accoppiamenti giudiziosi. Gadda si impasta le mani di tutti gli elementi quasi obbedendo ai principi della dodecafonia e volendo usare tutte e dodici le note della scala nella stessa descrizione. Tutto è citato, dal vegetale all’umano, dai metalli alle stoffe, ma in un modo che trovo più complesso che nella prospettiva gogoliana: dove Gogol’ ha osservato con attenzione qualcosa che ha una vita certa, un certo viale conosciuto in tutto il mondo, Gadda ha riprodotto oppure inventato un luogo che spettava a lui costruire sulla carta in modo che non potesse crollare: e l’ha fatto con pochi elementi tutti eterogenei, riuscendo a farli rimare (dove in Gogol’ contava e interessava soprattutto la varietà di umani).
Allora ci racconta di vasi da fiori capovolti e di una sporta fiammeggiante di sedani dove i sedani sono come ipocalorici fulmini di Zeus. Ci racconta di una cameriera che sculaccia col battipanni il groppone indignato dei tappeti: ci sta dentro tutta la morale italiana, in cui non si capisce mai se l’igiene è una metafora o il vero scopo della repressione violenta. Bisogna far prendere aria alle cose per ritardare la decadenza della cose e delle persone: vasi capovolti, tappeti sbattuti: come rinnoviamo la sopravvivenza ogni giorno. Chi di noi apre le finestre della camera la mattina? Chi no? E come differiscono questi due generi di vita? (Oggi ci metterei senz’altro il collutorio e quelle specie di yogurt da bere molto pubblicizzato; oggi si parla tanto dell’intestino e di come si va di corpo, nonostante lo schermo multitouch e il trionfo dell’inorganico.)
Poi: arriva Cesare il giardiniere e viene descritto nelle sue abitudini come fosse una creatura non umana, comprensibile, quel poco, solo per analogia con gli umani – se ama qualcosa ama il caldo estivo, ma non si saprà mai bene il perché, lo si potrà solo dare per assodato osservandolo, è una lucertola; mentre il pero, all’opposto, reagisce agli eventi della propria vita (la visita provvidenziale del giardiniere) come un umano, anzi, come un vecchio appena uscito dal podologo che gli ha limato i calli: prende l’aspetto di chi s’è liberato d’un fastidio.
Trionfa infine, come nel disneyano Fantasia, l’insalata di mutandine delle ragazze pensionanti: capriccio di colore e promessa di assoluto che è il fiore all’occhiello del mondo nodoso e naturale della pensione Wedekind: possiamo dire la sua ragion d’essere ultima – la donna? la giovinezza? l’allegria? l’amicizia? insomma, la ragion d’essere della pensione Wedekind e della vita.
Così Gadda, sempre tanto temuto da chi non lo idolatra, temuto come un professore di matematica che pone problemi insolubili usando parole antiche o localissime al posto di x y z e suscitando in noi altrettante incognite, è in realtà un molto responsabile dio che crea un mondo in cui uscio, cameriera, pero, giardiniere e mutandine respirano insieme: invece di produrre insolubili problemi, Gadda stabilisce con certezza le leggi della fisica di un mondo destinato a durare, come dimostra il fatto che aprendo un suo libro a caso per sorprenderlo nell’insensatezza, lo si trova sempre in perfetto controllo, e del tutto sensato.
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Un’introduzione a Raymond Carver

dicembre 1, 2009

Questo testo è l’introduzione che Marco Cassini ha scritto per Niente trucchi da quattro soldi, una raccolta di frammenti, di idee, di ricordi di esperienza personale, di piccoli segreti sulla scrittura svelati da Raymond Carver ai propri studenti e lettori.

di Marco Cassini

Perché voi ragazzi non vi mettete a ballare, decise di dire e poi lo disse: «Perché voi ragazzi non vi mettete a ballare?»
Disse: «Voglio solo dirvi un’altra cosa». Ma poi non riuscì a pensare quale potesse essere.

Ecco com’è Raymond Carver.
Quando leggiamo un suo racconto o una sua poesia, quasi mai ci capita semplicemente di vedere i personaggi che fanno qualcosa, capita di rado che li sentiamo semplicemente dire una battuta. Carver ce li presenta appena un attimo prima, permettendoci di osservarli mentre stanno per dire o fare qualcosa: tentennano, ci provano, e poi alla fine lo fanno, oppure no. E la storia procede per questi piccolissimi passi, come per tentativi, per accumulo di incertezze.
(Sembra quasi sia un tentennamento dell’autore stesso; più avanti in questo libro troverete una frase illuminante al proposito: «In genere scopro che cosa voglio dire nell’atto di dirlo».)
In modo non dissimile da quello in cui presenta i processi mentali dei suoi personaggi, Carver nel breve arco della sua carriera di scrittore pubblicato, durata appena una dozzina d’anni (da Vuoi star zitta, per favore?, 1976, a Da dove sto chiamando, dell’88), ha sempre fatto partecipi i lettori dei processi creativi che stavano dietro alla propria scrittura, tanto da diventare una sorta di simbolo per tutti coloro che negli ultimi tre decenni si sono interessati di creative writing, di insegnamento della narrativa, di tecniche di scrittura: non solo perché i suoi racconti sono – al pari di quelli dei maestri dichiarati Hemingway e Cechov – ormai indiscutibilmente riconosciuti come modelli, ma anche perché Carver ha sempre raccontato moltissimo della sua officina, forse (prima che parlarne diventasse una moda, un vezzo necessario) più di tutti gli altri scrittori della sua generazione e di quelle precedenti.
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A scuola di scrittura con Sandro Veronesi (II parte)

novembre 30, 2009

La seconda parte dell’intervento che Sandro Veronesi ha tenuto durante un corso di scrittura creativa organizzato dalla casa editrice minimum fax.

di Sandro Veronesi

Il corso è un’occasione per sbarazzarvi di cosa lo sapete solo voi perché quello che viene qua a parlare non lo sa.
Sa che c’è un ingombro in ognuno di voi ma non sa quale, è l’occasione di farvi attraversare il più possibile da un flusso che è il flusso di questa persona che è venuta qua a dirvi delle cose. Magari viene qua a dirvi come bisogna mettere il punto e virgola. Potrei stare due ore a parlare del punto e virgola. E voi potreste annoiarvi, sbagliando. Perché io anche c’ho i miei ingombri, io anche piglio una strada che è quella che posso prendere. Però non è che se sto due ore a parlarvi del punto e virgola – ripeto: cosa che ho anche fatto, ci ho scritto un saggio sopra, sicché non sto scherzando – lo faccio per farvi del male, per farvi pensare che avete buttato i soldi, se li avete spesi, che avete speso per iscrivervi a ‘sta cosa. Perché in due ore qualunque sia il pretesto, una persona che viene ascoltata è molto probabile, statisticamente, che vi dica la cosa che avevate bisogno di sentirvi dire quel giorno. Non deve essere così fondamentale, né che vi cambi la vita per sempre però limitatamente a quell’esperienza, a quelle due ore, a quell’ora e mezza, la pagnotta, questo, anche parlandovi per un ora e mezzo del punto e virgola, se la guadagna. E voi ovviamente dovete accorgervene perché se invece sono io che mi devo preoccupare – voi siete pochi – ma ci sono delle scuole di scrittura dove ci sono 20-25-30 allievi – se io mi devo preoccupare di dire a ognuno di voi e fare con ognuno di voi la cosa risolutiva che vi sblocca e che vi dà… e no, non funziona, no.
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