La fisica delle coincidenze

aprile 28, 2010 by

Questo articolo è già apparso su Repubblica il 16 aprile scorso

di Piergiorgio Odifreddi

Sappiamo tutti che, alla roulette di un casinò, i colori rosso e nero escono in modo perfettamente casuale, senza alcuna regolarità. Supponiamo però che due amici si rechino in due casinò diversi, e registrino alla stessa ora le successioni di colori usciti alle rispettive roulettes. Se, confrontando le registrazioni, si accorgessero che le due successioni sono perfettamente coincidenti, cosa potrebbero pensare? Ovviamente, soltanto che le due roulettes sono truccate, e collegate in qualche modo. Se però i gestori dei casinò spergiurassero che non ci sono trucchi, permettessero controlli, e non si scoprisse effettivamente niente di sospetto? Beh, questo sarebbe un ottimo esempio di ciò che Jung chiamava sincronicità: un concetto da lui introdotto per spiegare l’ esistenza di quelli che a volte ci appaiono come i «casi strani», o le «coincidenze significative», della vita. Di solito, posti di fronte a questi casi o coincidenze, alcuni li accettano di buon grado, e altri invece li rimuovono. Jung trovò insoddisfacente l’opposizione tra causalità e casualità, e propose di affiancare loro un «terzo escluso», che chiamò appunto sincronicità: cioè, una connessione fra eventi che non è nè causale, nè casuale. Sorprendentemente, l’ esempio più inequivocabile di sincronicità viene oggi dalla fisica. Più precisamente, dai lavori di John Bell, di cui Adelphi pubblica un’ interessantissima raccolta di saggi più o meno divulgativi e filosofici, intitolata Dicibile e indicibile in meccanica quantistica. Saggi in cui è Bell stesso a dare l’interpretazione autentica dei suoi lavori. E lavori che hanno fatto storia non solo nella fisica, ma anche e soprattutto nella filosofia della scienza, perché hanno portato alla prima refutazione sperimentale di una visione metafisica del mondo, proposta nel 1936 da Albert Einstein e da lui difesa strenuamente fino alla morte.
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Seminario sui luoghi comuni

aprile 27, 2010 by

15. But I digress

di Francesco Pacifico

Con Tristram Shandy Sterne scrive un romanzo a mulinelli in cui il narratore cerca di raccontare la sua vita ma per un paradosso di Zenone non riesce a superare tutto ciò che ruota intorno alla sua nascita materiale, e finisce a parlare soprattutto di tare genetiche, fisime del padre e dello zio, teorie su tutto, dalla guerra all’onomastica. È che ci sono troppe «situazioni da armonizzare, aneddoti da cogliere, dediche da redigere, racconti da legare insieme, tradizioni da vagliare, personaggi da presentare…» Insomma la storia non comincia mai, è un continuo di premesse. Così, avvicinandosi alla metà dell’opera, Tristram fa l’ennesima sosta per giustificare l’andamento caracollante del racconto.
A lui sembra tutt’altro che caracollante, in effetti, e il suo racconto comicamente sbicchierato sente di tenerlo in pugno. Nel brano di oggi sentiamo Tristram richiamare l’attenzione sul talento con cui riesce a divagare senza mai far perdere tensione narrativa alle sue memorie. Il che è evidentemente falso, nonostante il libro sia un parco di divertimenti: la tensione si perde eccome e, al pari di un giorno alle giostre, leggendo si ciondola da un’attrazione all’altra con una sorridente, benevola nausea, di quelle nausee da divertimento che fanno venir voglia di tornare a lavorare.
La cosa stupefacente di questo strano libro di Sterne è la quantità di cose che chiede al lettore di sopportare, e la classe e l’umiltà e la simpatia con cui si giustifica. Il suo protagonista si vanta della propria intelligenza digressiva, per un intero capitoletto si riempie di complimenti. Si dà del fuori classe, si paragona ai grandi scrittori, non dubita che il lettore stia ricevendo le informazioni nel modo più convincente, esaustivo, ritmato. Alla fine del capitolo, chiude questa descrizione del funzionamento e dello scopo delle digressioni con il tipico acuto dello scocciatore: promettendo che se le cose continuano a procedere per il meglio, intende continuare a scrivere la sua vita per digressioni fintanto che camperà.
Il romanzo ha un problema ineludibile. Si basa sempre su una richiesta disperata dell’autore: seguimi; anche quando la tiro per le lunghe. I libri sono sempre troppo lunghi rispetto a un aneddoto: sì, d’accordo, ma alla fine hanno scopato? Ma il lavoro, l’ha perso? Il padre l’ha perdonato? Nei romanzi si passano alla lente di ingrandimento le cose in maniera deliberatamente poco efficiente: è faticoso ma dà grandi soddisfazioni; l’unico problema è che il bisogno naturale di pettegolezzo viene quasi sempre frustrato (sono rari i casi di rapporto uno a uno fra aneddoto e racconto; i miei preferiti del genere sono i racconti brevissimi di Maupassant e le storie del Decamerone). Il senso di un eccesso di informazioni e di una ridondanza è un’esperienza ineliminabile della lettura. (Allo stadio, durante una partita noiosa, ho sentito un tifoso dire «Che palle, me pare che sto a legge ‘n libro».)
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Pavolini nonno e nipote

aprile 26, 2010 by

Questo articolo è apparso sullo Straniero di aprile

di Alessandro Leogrande

Per chi ne scrive oggi, a oltre sessant’anni di distanza, è difficile non associare il nome di Alessandro Pavolini ai corpi dei partigiani impiccati o infilzati a ganci da macello e lasciati lì a decomporsi in strada. Pavolini è il fondatore delle Brigate nere, il più fanatico dei seguaci di Mussolini nell’esperienza tragica di Salò, il teorico del ritorno al fascismo delle origini e della necessità dello squadrismo, l’unico tra i gera rchi che poi verranno fucilati a Dongo, e appesi a testa in giù in Piazzale Loreto, a morire con un fucile in mano, nell’estrema volontà di riaccendere un ultimo fuoco fascista in Valtellina. Per questo gesto, forse soprattutto per questo gesto, nella galassia post-fascista e neofascista che si è ritrovata, dopo il 25 aprile, fuori dall’arco costituzionale Pavolini è stato un «mito assoluto», secondo solo al Duce. Ancora oggi, nel XXI secolo, tra i soliti nostalgici e soprattutto tra gli esponenti di quel composito post-neofascismo finito sotto il nome di Casa Pound rimane un nome da scrivere sui muri, o da stampare sui manifesti.
Ma chi era davvero Alessandro Pavolini? La domanda oggi non avrebbe forse molta importanza, a patto che si consideri non importante interrogarsi sulla biografia di una di quelle tante figure che hanno vissuto un passaggio storico fatto di sangue, potere, ideologia e violenza, stando a pochi metri dal Principe. Ma ne ha invece molta se a porsi quella domanda è suo nipote, il figlio del figlio, Lorenzo Pavolini. Uno scrittore, redattore di Nuovi Argomenti, curatore di programmi per Radiotre, che oggi ha quarantacinque anni e che non solo non ha mai conosciuto quel nonno per oggettive ragioni anagrafiche, ma è cresciuto circondato da una forte ritrosia famigliare a parlarne, tanto da venire a sapere casualmente che il suo avo era quel Pavolini solo sui banchi di scuola.
Al tentativo di stabilire una qualche forma di rapporto con la memoria del nonno gerarca, seguendo strade che – moralmente, politicamente, storicamente, familiarmente, umanamente – si fanno via via più sdrucciolevoli, Lorenzo ha dedicato un libro cui ha lavorato per molti anni, Accanto alla tigre, edito ora da Fandango. Ed è un libro importante perché, nel tentativo di capire quel «gorgo di cultura e violenza, rivoluzione e potere» che ha spinto Alessandro Pavolini a fare alcune cose e a non farne delle altre, nel tentativo di decifrare quella brama di azione, piena di ebbrezza e alle volte tragicomica, che porta a cavalcare la tigre delle dittature, o della Storia sotto le sembianze della violenza politica, fino a non poterne più scendere, se non davanti a un plotone di esecuzione, l’autore ci restituisce i brandelli di una «autobiografia della nazione» novecentesca che ancora ci inquieta. Non solo: ci dice anche qualcosa sul modo di entrare in contatto con tutto questo, avvicinandosi alla tigre, ma restandone solo accanto, non cedendo alle sue lusinghe, alle sue ipocrisie, al suo mantra ideologico.
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Critica da toccata e caduta: prove di testamento di Bloom

aprile 24, 2010 by

di Marco Pacioni

Com’è noto, gli angeli volano e si recano istantaneamente nei luoghi più lontani e diversi. Forse per questo hanno facilità a comparire in tante religioni, culture e forme d’arte. In molti hanno provato a seguirne il percorso e ad assumerne il punto di vista per capire di più le cose degli uomini. Si pensi all’angelo della storia della Tesi Walter Benjamin o agli Angeli sopra Berlino del film di Wim Wenders.
Nella cultura odierna, a tutti i livelli, la presenza degli angeli sembra godere ancora di ottima salute. È recentissima una monumentale pubblicazione di 2012 pagine a cura di Giorgio Agamben ed Emanuele Coccia, Angeli. Ebraismo, Cristianesimo, Islam (Neri Pozza). Circa tre anni fa, in dimensioni materialmente meno cospicue di quelle del libro di Agamben e Coccia, ma non meno ambiziose, ha toccato l’argomento Harold Bloom, Angeli caduti (trad. it. di Elisabetta Zevi, Bollati Boringhieri).
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The end of bookishness: uno scrittore al confine tra due mondi

aprile 23, 2010 by

di Carlo Mazza Galanti

In occasione dell’uscita (prevista per i primi giorni di maggio) di Rosso Floyd, il prossimo romanzo di Michele Mari dedicato al tormentatissimo genio di Syd Barrett, propongo ai lettori di minima&moralia una parte del mio breve saggio già pubblicato sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti.

«Perché se è vero che il mezzo è il messaggio e che l’avvento della multimedialità interattiva cambierà tutto (ma voglio prendermi il lusso di sperare il contrario fino all’ultimo, come un soldato giapponese in un atollo), è anche vero che una delle cose più vere e commoventi di ogni creazione artistica è sempre stata il conflitto con il proprio mezzo. Quindi prepariamoci alla lotta, con questi non-libri che ci aspettano, senza affrettarci a salutarli come trionfatori».

È questa la breve ma significativa reazione di Michele Mari (pubblicata sul Corriere della sera del 9 agosto del 2000) al lungo e interessante saggio di Gabriele Frasca che chiude la Storia generale della letteratura diretta da Nino Borsellino e Walter Pedullà. Una riflessione, quella di Frasca (poi sviluppata nel volume intitolato La lettera che muore. La «letteratura» nel reticolo mediale), che guarda con una certa fiducia al mondo post-tipografico e alle possibilità della creazione letteraria (ma giustamente Frasca preferisce parlare di arti basate sul linguaggio) offerte dalle nuove e dalle nuovissime tecnologie (ad esempio le finzioni ipertestuali su cdrom di Michael Joyce o di Shelley Jackson). Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e della progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare il proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione di scrittore in termini di lotta, di confitto, di opposizione. L’immagine amaramente ironica del soldato giapponese che nel ristretto spazio di un atollo continua a combattere una guerra ormai persa (utilizzata a più riprese dallo scrittore) potrebbe far coppia con questa, appena meno drammatica, evocazione dei monaci medievali (tratta da un’intervista di un paio di anni fa): «… ci sono stati anche degli eroici monaci che nel medioevo hanno difeso la letteratura dai barbari», dove Mari si riferisce di nuovo, evidentemente, alla condizione del letterato contemporaneo. Molti suoi personaggi ripetono, ognuno a suo modo, il destino di questi metaforici, anacronistici ribelli e reclusi. Esseri malinconici, marginali e solitari, abitano luoghi remoti, abbandonati o decandenti, a volte circondati da libri. Testimoni di una consunzione irreversibile, di una perdita di aderenza alla realtà, questi uomini sono spesso folli, vaneggianti, immersi nei propri deliri, smarriti dietro oscure fantasie: Osmoc, lo studioso-eremita di Di bestia in bestia, il capitano di La stiva e l’abisso, il custode amnesico della vecchia casa di famiglia in Verderame, il condottiero rimasto l’unico sopravissuto di tutto la sua legione (L’Artigliopapine), il filologo divenuto serial killer (La serietà della serie), il ricercatore di Temperatura esterna (sia questo racconto che i due precedenti fanno parte di Euridice aveva un cane), divenuto folle nella solitudine di una base polare. Infine Syd Barrett, il fondatore dei Pink Floyd (protagonista in absentia di Rosso Floyd), destinato a un esistenza fantasmatica, al limite della follia, lontano dai riflettori nel buio seminterrato della casa materna.
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Morire di Stato

aprile 22, 2010 by

04. Decesso di Brenda 19/11/2009
di Gianluca Cataldo

Si riporta un articolo di Enrico Fierro apparso su Il Fatto Quotidiano sabato 21 novembre 2009. Il resto della cronaca è, per l’appunto, cronaca, anche recente. È del 30 marzo 2010 la notizia dell’arresto del maresciallo Nicola Testini, uno dei carabinieri coinvolti nel ricatto a Piero Marrazzo. Nell’ordine di cattura si parla di omicidio volontario ai danni di Gianguarino Cafasso, anch’egli coinvolto nello scandalo a base di cocaina che ha travolto l’ex governatore del Lazio.

L’unico fatto certo è che Brenda la trans è morta. Ora i suoi clienti possono dormire sereni. Se ne è andata soffocata dal fumo in un buco fetente di 18 metri quadrati. Una porta, l’ingresso con un pertugio usato come bagno, un soppalco e un letto. Tutta qui la vita e la morte del trans chiamato Brenda, ma che Marrazzo appellava Blenda, quando la sentiva e quando è stato costretto a ricordarsi di lei. La sua vita valeva poco, ma i misteri che avvolgono la sua morte impreziosendola hanno già trasformato il dramma di un uomo politico sprofondato nelle sue debolezze in un altro mistero italiano. Il luogo della morte parla di uno squallore immenso. Siamo in via Due Ponti 180, cuore della Cassia. Palazzi fatiscenti, mura dove l’intonaco è un ricordo lontano. «Palazzina numero cinque»: la toponomastica è un pezzo di cartone. Italiani pochi, immigrati tantissimi. Questa è una delle zone del «puttan tour» capitolino, qui si incontrano trans a prezzi da realizzo. Il locale dove Brenda ha passato le ultime ore della sua vita è un sottoscala con soppalco. Quando arrivano i vigili del fuoco è l’alba, sfondano la porta ed entrano. Le fiamme non sono potentissime, basta poco per spegnerle. La casa era chiusa dall’interno a doppia mandata e dentro c’era un altro mazzo di chiavi. Sul soppalco un letto e il corpo di Brenda. È seminuda, il volto gonfio per il soffocamento. Le fiamme non hanno toccato il corpo, sulla pelle solo fuliggine. Accanto al letto una bottiglia di whisky. Brenda beveva tanto. In casa le finestre sono chiuse, non ci sono segni di «effrazione», recita il primo verbale della polizia. Il fumo ha potuto lavorare indisturbato. Come è morta Brenda? Incidente o omicidio? Di questo si discute. Perché tutti, i magistrati che hanno aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio volontario, innanzitutto, escludono il suicidio. Le sue amiche ne parlano. Brenda era depressa, voleva fuggire, aveva crisi isteriche. «Ma non si è mai visto un suicidio così. Uccidersi soffocandosi col fumo di un incendio non esiste in natura», spiega un investigatore.
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Ricci vs Lagioia

aprile 21, 2010 by

A proposito dell’argomento: qual è oggi il linguaggio del potere?, si è consumato di recente, sulle colonne de Il Fatto Quotidiano, uno scontro tra Nicola Lagioia e Antonio Ricci. Aveva iniziato Lagioia scrivendo in un suo articolo:

Credo che un buon libro sia sempre di per sé contro il potere, visto che parla, per sua intima natura, una lingua antitetica rispetto a quella dominante, che oggi per intenderci è la lingua pubblicitaria, intesa ovviamente in senso lato (il linguaggio della politica è quasi sempre pubblicitario). È per questo che ritengo che l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia ad esempio una fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio. E chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui.

Antonio Ricci ha risposto sullo stesso giornale.
È seguita la replica – sempre sul
Fatto – di Lagioia.

La risposta di Antonio Ricci

Caro Nicola Lagioia,
Fascista sei tu! Con tracotanza e violenza, mi accusi di essere una «fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi», perché uso il loro stesso linguaggio.
Le prove di quello che scrivi non esistono, naturalmente, per la tua esecuzione sommaria bastano i pregiudizi razzisti di cui grondi. Mi spiace che tu non capisca che quello che si propone Striscia è un lavoro di smontaggio, di messa a nudo di quei meccanismi che sono in grado di rivelare al telespettatore la natura di finzione della Tv. Se la televisione è l’oggetto da decostruire, la scelta più efficace è cercare di demolire il genere televisivo che più di tutti gli altri chiede, ottiene credibilità, e si propone come contrario della finzione, come “finestra sul mondo”: l’informazione.
Il dubbio è il padre di Striscia. Il linguaggio usato è quello dell’ironia. Nessuno al mondo ha mai conosciuto un fascista dubbioso e ironico. Te lo dico dalla mia continua e consapevole esperienza di antifascista (pensa che, ironia della sorte, l’ANPI mi dà la tessera onoraria).
Striscia da sempre ha dato voce ai consumatori, ai più deboli, agli handicappati. Tu senz’altro dirai «me ne frego», come hai scritto «me ne frego se Striscia critica Berlusconi». «Me ne frego», te lo voglio ricordare, è lo slogan del tipico fascista.
Molto «arcitaliano» è il tuo tentativo (come questo per altro) di cercare espedienti per avere «un posto al sole», una qualunque visibilità per promuovere il tuo successino librario, peraltro basato su analisi sociologiche farlocche. I tuoi contorcimenti pseudo-intellettuali per giustificare la tua appartenenza editoriale ti rappresentano più come una rampante ballerina del ventre che come un giovin scrittore coraggioso e impegnato come vuoi martellantemente far credere.
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Seminario sui luoghi comuni

aprile 20, 2010 by

14. Amore e morte

di Francesco Pacifico

I matrimoni fra gente che non si ama probabilmente non esistono più per la maggior parte degli italiani, perché non è più obbligatorio sposarsi. Quindi sembra difficile affermare che questo brano di Svevo sia classico nel senso calviniano, dire che ancora ci parli in modo chiaro ed esplicito. I condizionamenti nella nostra epoca sono meno diretti; il nostro conformismo è più difficile da decifrare, e può darsi che una gran parte di ciò che fanno i grandi romanzi di molte generazioni fa – mettere nero su bianco la rete di pregiudizi che costituisce una comunità e stare a vedere come emerge l’individuo dallo sfondo, per contrasto, con la lotta (Anna Karenina) o come l’individuo nonostante abbia «un cuore» non emerga affatto (Cicikov nelle Anime morte) – alla fin fine ci sfugga e non illumini la realtà che ci circonda, priva di carrozze e non misurabile in verste.
Fatta questa premessa, ecco un matrimonio senza amore che ha fatto la storia della letteratura italiana, quello fra Zeno Cosini e Augusta Malfenti. Il brano di oggi è un meraviglioso pasticcio dove ogni possibile ambiguità del matrimonio fra i due esce fuori frase dopo frase costringendoci contemporaneamente a guardare la commedia di un uomo e una donna, niente di più triviale, e l’abisso assoluto cui si affaccia l’essere umano quando è in scacco, quando pensa alla morte, quando riflette sulle convenzioni sociali fino al punto da trovarle misteriose, insensate, non-morte: come una parola ripetuta troppe volte.
Zeno qui è in viaggio di nozze, e mentre la moglie ammira Venezia lui, invece, sente, con pieno sconforto, se stesso. Questo sentirsi se stesso è la conseguenza di uno spirito filosofico e sensibile o solamente un eccesso morboso di interiorità? Forse la seconda, visto che Zeno è paranoico e si fissa sull’idea che presto morirà e sua moglie andrà in viaggio di nozze con un altro.
Ma a far da contraltare a questa paranoia la moglie gli dice che lo amava da prima di conoscerlo. E lo amava per motivi assurdi, per un aneddoto su di lui che le fa provare una sorta di tenerezza per la mediocrità.
Altro giro: lei al primo incontro era distratta dall’amore per lui, lui invece dalla bruttezza di lei.
Lui insiste e dice che comunque con lui morto lei si risposerà.
Lei dice che è troppo brutta per trovare un altro marito. Il che significa che Zeno ha preso per moglie il peggio che poteva trovare. E qui se non bastasse Zeno ci mette lo humour più nero che c’è: «Infatti, probabilmente, mi sarebbe stato concesso qualche momento di putrefazione tranquilla». Come a dire che l’angoscia di essere vittima di scherzi del destino e ironie della sorte la percepiamo con tale potenza da pensare che lasci un’eco di sconforto anche nel nostro corpo senza vita, che insomma meglio putrefarsi senza che ci ridano dietro. Così il pensiero della fine entra in una qualunque riflessione da ipocondriaci-paranoici, conferendole una stralunata dignità che non sappiamo se prendere sul serio.
Da qui si precipita nel ridicolo: «Ma la paura d’invecchiare non mi lasciò più, sempre per la paura di consegnare ad altri mia moglie. Non s’attenuò la paura quando la tradii e non s’accrebbe neppure per il pensiero di perdere nello stesso modo l’amante».
E infine la soluzione geniale: nella coppia si stabilisce questa tenera usanza: quando Cosini è angosciato gli basta dire «Povero Cosini!» perché la moglie corra a consolarlo. Una volta, pensando addolorato di aver tradito la moglie, Zeno Cosini mormora automaticamente «Povero Cosini!» E la moglie si precipita a consolarlo.
L’abisso e la comedy of manners formano un matrimonio ben più riuscito di quello dei Cosini. La comedy of manners, quel gioco a mettere in scena fissazioni di una classe sociale, relazioni, scambi, tic, da sola vale poco se non c’è una sincera disperata vertigine verso il vuoto, l’assoluto, la morte. Quanto all’abisso: fa più impressione quando sbuca negli interstizi delle nostre porose sicurezze sociali piuttosto che in scenari appositamente creati (un infarto su un campo di calcetto fa molta più impressione di un disaster movie).
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Ballard un anno dopo

aprile 19, 2010 by

Iniziamo la settimana con la voce di Nicola Lagioia, che ieri ha pubblicato sul Riformista un articolo dedicato allo scrittore inglese James Graham Ballard, morto il 19 aprile dello scorso anno.

di Nicola Lagioia

Un anno fa moriva James Ballard, nato a Shangai da genitori britannici, maestro del genere letterario che forse ci rappresenta meglio – la fantascienza del presente – e, insieme a Philip K. Dick e William S. Burroughs, coraggioso esploratore di quel particolarissimo stato di coscienza alterato che, grazie all’esplosione dei mass media, è diventato una condizione permanente del nostro stare al mondo. Si potrebbe quasi dire che il discorso iniziato da Sigmund Freud ad apertura di XX secolo (L’interpretazione dei sogni uscì a cavallo tra 1899 e 1900, proprio mentre Nietzsche moriva lasciando al Novecento una delle eredità più scomode e controverse dalla cui vertiginosa altezza un filosofo si sia mai congedato) si sia aggiornato – su piani e con linguaggi decisamente diversi – grazie a opere come Pasto Nudo (Burroughs), Le tre stimmate di Palmer Eldritch (Dick), e La mostra delle atrocità, probabilmente il capolavoro di Ballard insieme a Crash.
Simile in questo a Franz Kafka, a cui fu sufficiente un interno praghese con scarafaggio per ribaltare la letteratura del suo tempo, l’intuizione più profonda di James Ballard consistette nel capire che le contemporanee forme di comunicazione (tv, cinema, pubblicità), di convivenza (i grattacieli, i centri commerciali), di trasporto (l’automobile, cioè il vero oggetto-simbolo del secolo breve) spalancavano scenari tanto nuovi quanto inquietanti e inimmaginabili se indagati a fondo, tanto da far retrocedere a semplice modernariato non solo i viaggi al centro della terra di Verne o gli uomini invisibili di H.G. Wells, ma anche l’epica fantascientifica del pur valoroso Isac Asimov, che però da questo punto di vista sta a Ballard come Salgari a Conrad.
È sufficiente così un presunto monumento di razionalità e tecnica (il grattacielo londinese de Il condominio, i cui abitanti a un certo punto iniziano ad ammazzarsi barbaramente tra di loro) perché Ballard ci mostri quanto sia breve il passo che ancora separa la civiltà dalla barbarie; gli basta rileggere (in Crash) il concetto di incidente automobilistico come speculare dell’apoteosi erotica per riaggiornare gli studi sulla pulsione di morte che in Al di là del principio di piacere segnarono proprio il pensiero dell’ultimo Freud; ecco allora che i centri commerciali diventano i nuovi catalizzatori delle tensioni sociali (Regno a venire e il suo celebre incipit: «I quartieri residenziali sognano la violenza…»); e soprattutto ecco che un ospedale psichiatrico (La mostra delle atrocità) diventa il luogo giusto per raccontare la schizofrenia da bombardamento massmediatico da cui siamo affetti tutti noi uomini ufficialmente sani di mente, il cui diaframma tra interiorità e immaginario collettivo è ormai andato in frantumi.
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Svendita sulla collezione Alitalia

aprile 17, 2010 by

Questo pezzo è uscito sulla rubrica curata da Stefano Catucci per il settimanale Romac’è.

di Stefano Catucci

I lavori per «Italia 90» hanno modificato le vie d’accesso all’aeroporto di Fiumicino e nascosto tra gli svincoli la statua di Leonardo da Vinci che prima troneggiava solitaria e imponente. Di Leonardo l’aeroporto esibisce però una citazione collocata nella sala delle partenze internazionali: una grande scultura in legno di Mario Ceroli del 1967, Squilibrio, che riproduce al suo interno l’immagine dell’uomo vitruviano così com’è stata disegnata dal Leonardo e che i viaggiatori conoscono bene come riferimento per gli appuntamenti. Qualche settimana fa Alitalia ha venduto la scultura per 120.000 euro ma si può star tranquilli: Squilibrio resterà dov’è, visto che ad acquistarla è stata la società Aeroporti di Roma.
Chi pensasse a una vendita incestuosa o a una semplice alchimia finanziaria dovrebbe tener conto che Aeroporti di Roma non aveva molta scelta, giacché Alitalia avrebbe venduto – o tentato di vendere – comunque. Da un anno, infatti, è iniziata la dismissione del patrimonio artistico accumulato da Alitalia negli anni del boom economico e di cui Finarte ha curato la vendita all’asta l’8 dicembre scorso. Collezionare arte italiana era un modo di costruire l’immagine di una compagnia e di un paese. I quadri erano esposti nelle sedi internazionali, nelle sale d’aspetto Vip, decoravano l’interno dei DC8 per farne «una galleria di via del Babuino», come diceva un cinegiornale d’epoca. Per ironia della sorte la vendita si è consumata nei paraggi, a via Margutta, ma per chiunque sappia cosa significa, anche in termini di valore, l’unità di una collezione d’arte, saperla frantumata è imperdonabile. Se Alitalia doveva o si era impegnata a vendere, il Ministero dei Beni Culturali o una Regione, un Comune, avrebbero potuto acquistare dando un aiuto non a fondo perduto. Più di 180 tele e incisioni con tutti i nomi più importanti del dopoguerra, sono state vendute per 811.000 euro, una goccia nel mare del deficit dell’Alitalia e più o meno il minimo preventivato. Fra i pochissimi invenduti c’è l’opera più pregiata, Zeus partorito dal sole di Gino Severini, quadro di 3 metri per 4 commissionato negli anni Cinquanta per la sede di Parigi. Verrà messo di nuovo all’asta in aprile con il prezzo base di 350.000 euro, non raggiunto a dicembre.
Non è un buon periodo per le vendite d’arte. La crisi si ripercuote molto sul settore, banche e fondazioni in difficoltà vendono e inflazionano l’offerta. Sarebbe stato un buon momento per comprare, tanto più che le amministrazioni pubbliche soffrono da tempo di una pulsione museale che resta spesso priva di contenuti. Sul sito web della Finarte la collezione Alitalia si può ancora vedere. Ma sarebbe bene che il catalogo dell’asta diventasse una pubblicazione a tutti gli effetti, prima che l’ultima testimonianza sparisca.