Posts Tagged ‘Aldo Busi’

La solitudine di Busi

aprile 6, 2010

Cari amici di minima&moralia, oggi, in assenza della rubrica di Francesco Pacifico (che riprenderà dal prossimo martedì), torniamo a parlare di Aldo Busi; non tanto della sua breve esperienza di naufrago del tubo catodico, quanto del suo stile appassionato, della sua forma scandalosa, della sua lingua ossessionata di comunicare l’urgenza dell’esistere, dei suoi romanzi, della sua letteratura.

di Stefano Jorio

Quando nell’Italia degli anni 80 Aldo Busi cominciò a pubblicare i suoi romanzi, in molti gridarono allo scandalo. E avevano ragione, anche se di quello scandalo avevano frainteso tutto. Lo accusarono di pornografia senza pensare che la pornografia è una tecnica di rappresentazione e non un tema narrativo. Lo accusarono di volgarità senza considerare che la volgarità esiste solo per le persone volgari. Non lo sapevano, ma a scandalizzarli era una cosa diversa: Seminario e Sodomie e gli altri cadevano sulla letteratura e sulla società italiana al modo dei capolavori, nei quali la lingua e la forza dell’immaginazione sono un grimaldello in grado di scoperchiare un intero universo sentimentale e cognitivo. Lo scandalo non può nascere da libri inerti. Il cazzo e la fica, con la loro disarmante elementarità, non infastidiscono nessuno nelle pagine già morte. E invece la passione, la perfezione, l’ossessione formale di Busi avevano questo di scandaloso: rendevano vive e vere e brucianti le esperienze che raccontavano. Erano una lettera minatoria spedita alla letteratura italiana.
La lingua di Busi non descriveva il reale, non era l’atto archivistico del romanziere che intende il mondo come fondale già dato per l’ambientazione di una sequenza pianificata a priori. Nell’atto stesso dello scrivere Busi innervava l’universo dall’interno, lo lasciava respirare e venire alla luce grazie a una rete verbale tanto fanatica e capillare da scoprirlo progressivamente a misura del suo addentrarsi in esso. Lo creava all’istante come cosmo sonoro e spazio mobile nel quale batteva inesausta l’urgenza dell’esistere. «In principio era il Verbo»: non è mai stato tanto vero. La sconfitta, la solitudine, la gioia, il piacere, il rigore, il furore, il livore: Pochi come Busi, negli ultimi trenta anni, hanno unito una tecnica eccelsa, il genio dell’invenzione linguistica e l’intuizione che chi vuole scrivere davvero non può trincerarsi nella biblioteca di casa.
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Non posso smettere di continuare, continuerò

aprile 2, 2010

Questo pezzo è apparso nel numero di marzo dello Straniero.

di Nicola Lagioia

Coltivare l’idea che il sistema culturale di un paese del primo mondo possa stringere rapporti puerili con il mondo del potere è una pia illusione o – al massimo – il rifugio degli ipocriti. Competizione, prevaricazione e narcisismo ci inchiodano sempre più spietatamente alla croce della rispettabilità sociale, e dunque perché mai il mondo delle lettere, del teatro, del cinema, dell’arte dovrebbe esserne immune? Accertata la pervasività crescente di questo tipo di clima (ansia da successo rincorso, logoramento da successo ottenuto, frustrazione da successo perduto o mai avuto, in ogni caso trionfo delle benzodiazepine), in attesa di una bonifica su larga scala la differenza come al solito si gioca sulla vita e sulle opere dei singoli, a seconda che si lascino contagiare e poi travolgere dalla forza distruttiva dell’ordine sociale appena descritto o, al contrario, escogitino stratagemmi per sfuggirvi o meglio ancora educhino il proprio nucleo indistruttibile a non farsene nemmeno contagiare.
A tal proposito, sono almeno tre i libri usciti in Italia negli ultimi tempi che affrontano la questione. Si tratta di piccoli libri a firma di tre scrittori (Juan Rodolfo Wilcock, Aldo Busi, Thomas Bernhard), e si possono intendere come altrettanti specchi della loro vita davanti al problema del rapporto col potere.

Il reato di scrivere di Juan Rodolfo Wilcock, ben curato da Edoardo Camurri che ne scrive anche la postfazione, è una silloge degli interventi dello scrittore argentino che adottò il nostro paese e ancor di più la nostra lingua: rapide riflessioni e più distesi ragionamenti sul piccolo mondo delle lettere nostrane scritti e pubblicati negli anni Sessanta e Settanta per La voce repubblicana, Tempo presente e Il Mondo di Pannunzio. Sia che si occupi di premi letterari, sia che analizzi vizi velleità e legittime aspirazioni dell’intellettuale italiano da dopo-boom, sia che provi a ragionare di morte del romanzo (che Wilcock trova impossibile – e dunque ridicoli i de profundis dei critici – almeno fino a quando il bisogno di raccontare non sarà estirpato dalle radici dell’umano a quel punto già diversamente umano), o di morte della poesia (che invece trova più plausibile, in corrispondenza della morte di Dio, finch’essa dura e sempre che sia definitiva), Rodolfo Wilcock non veste i panni del furibondo fustigatore di costumi ma avanza tra la mediocrità e i poveri veleni e la crescente stupidità dei colleghi armato solo di un acume ben temperato, di una cultura eurocentrica tanto più amata quanto più data per spacciata, e di un’intelligenza tiepidamente dolente e troppo delicata per far sorgere il sospetto di una qualche strumentalità. Insomma, Wilcock incarna molto bene una delle due declinazioni (la più moderata) di una specie intellettuale rara e a quasi esclusivo appannaggio di chi vanta natali entro i confini del nostro paese: l’antitaliano. Leggendolo a trenta e più anni di distanza, se ne esce costernati e consolati allo stesso tempo: da una parte, la conferma di quanto sia profondo il sonno della ragione (e dell’onestà, e della vera sensibilità) da cui è affetto il sistema culturale del nostro paese, dall’altra la consapevolezza che in passato non si stava tanto meglio.
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Busi contro il neo-analfabetismo

marzo 24, 2010

Riportiamo un articolo che trovate oggi sul Riformista, dove Nicola Lagioia interpreta lo scandalo mediatico che si è scatenato nell’ultima settimana intorno alle parole e al personaggio di Aldo Busi, e intorno a quella che può essere definita una legittima e fallimentare crociata contro l’Italia dei neo-analfabeti.

di Nicola Lagioia

Questa sera andrà in onda su Rai Due la quinta puntata dell’«Isola dei Famosi», la prima senza Aldo Busi, neanche in studio, a meno di un’indulgenza plenaria emersa all’ultimo momento dalle acquasantiere della Rai.
Come è noto, nei giorni scorsi la tv di stato ha disposto – unendo destra e sinistra nell’unica perversione incoraggiata bipartisan, e cioè l’incesto tra potere e ipocrisia – di bandire da ogni trasmissione delle proprie reti l’autore di Seminario sulla gioventù e di quell’altra trentina di libri che dovrebbero al contrario rappresentare un salvacondotto privilegiato per l’accesso al dibattito pubblico. Ma a ben vedere, la presenza di Busi al reality (il cui vertice sta proprio nella sparata in cui la cecità dei censori ha visto offese al papa e al presidente del consiglio) è stata una cartina di tornasole capace di rivelarci a che punto è la notte del vero scontro di civiltà in atto da tre lustri in Italia. Due opposte specie antropologiche si contendono il dominio della penisola. Non cristiani contro mussulmani e non toghe rosse contro partiti dell’amore, ma coloro che affidano i propri argomenti alla corretta articolazione del linguaggio, al sillogismo, persino al paradosso – che del linguaggio è una delle possibili declinazioni – partendo dalla convinzione che un patrimonio condiviso esista (per esempio la voltaireana difesa della libera espressione delle opinioni con cui siamo in disaccordo), e quelli che al contrario usano le parole come altrettante onomatopee dell’anima, e cioè abbandonando nell’indistinto oceano della cieca, bruta e in fin dei conti violenta emozionalità (la propria) quei feti adulti di opinioni che sono gli istinti, e ai quali solo l’incubatrice del linguaggio può sperare di donare l’adultità della vita civile. Si tratta, insomma, degli analfabeti di ritorno. E la presenza di Busi all’«Isola» si può leggere come il seguente esperimento: cosa succede se in una vasca di individui pre- (o post-) linguistici viene immerso il pesce sempre più fuor d’acqua di un alfabeta?
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Seminario sui luoghi comuni

marzo 23, 2010

11. La livella

di Francesco Pacifico

Da Le persone normali
di Aldo Busi

Sono arrivato alla Colonia della Salute Purgatori di Uscio, anno di fondazione 1906, nell’entroterra ligure di levante, verso le nove di un mattino forse di fine primavera, pieno di ammirazione per me e per quanti riescono a ascendervi e a discenderne ogni giorno senza scivolare dai dolci clivi negli strapiombi che si aprono dietro ogni curva; la stradina asfaltata ha ceduto qui e là sul ciglio e è così stretta e le curve così improvvise da dare le vertigini e rendere la salita ancora più difficile e meravigliosa. Gli slarghi sono pochi e, se uno ha sempre guidato a valle, qui può incontrare serie e forse insuperabili difficoltà di manovra; se è depresso per il grasso eccedente o la cura che non ha funzionato, potrebbe decidere di farla finita e buttarsi sotto di dieci metri in dieci metri. Chiunque, a dieta terminata, ti si parasse davanti nel senso inverso potrebbe costituire la dieta estrema e risolutiva per chi sta arrancando come me per andare a intraprenderla. Ma i fiorellini e le erbe, procedendo in altezza e in cauto spirito di osservazione, variano sugli orli dei precipizi in brezze di colori vistosi, e i castagni che si infittiscono a compattare i pendii danno conforto perché, se ci si dovesse ribaltare con l’auto, la caduta non sarebbe libera e ci si andrebbe a schiantare dopo non più di due giri su se stessi della lamiera. Sicché il sole già forte dell’estate che preme scompare e nella penombra delle fronde sai che, passato il pericolo e la bella paura che fa da confine, deve esserci un premio: un altro mondo.
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Diritti civili, omofobia e clericalismo «anche» degli attuali contendenti del Pd in ballottaggio

settembre 7, 2009

di Aldo Busi

Io non ho mai dichiarato i miei gusti sessuali pensando così di legittimarli e di forzarli in una dignità che già non avessero di per sé, ho dato bensì voce altisonante al mio legittimo disprezzo ideologico, direi carnale, verso ogni forma di oscurantismo e di dispotismo, dunque, qui in Italia, verso la religione vaticana che mi proibiva biblicamente di avere preferenze e capricci dopolavoristici al di fuori della normativa sessista promossa, almeno a parole, per la sua sopravvivenza e trionfo.
Io odio la tenebra da senso di colpa e la morbosità da rimozione e la violenza a fior di pelle dei chierichetti e dei frustrati a vita, penso che l’omosessualità maschile e femminile, se sanata dai complessi di peccato e di abominio imposti dalle religioni monocratiche, sia il toccasana e il sale della vera civiltà universale a pari merito dell’eterosessualità, perciò soltanto la determinazione personale e individuale, la volontà, la responsabilità, il libero arbitrio non imposto ma mutuo e la dolce intesa alla luce del sole tra cittadini parimenti adulti e maturi mi eccitano e sono il mio lievito naturale da sempre (il che significa che la mia vita sessuale è stata modesta, e l’unico autentico godimento di cui serbo ricordo è consistito nel descriverne gli scacchi, le frane, i bidoni, l’ideale ostinato sempre più patetico e surreale man mano che vado invecchiando, la frenesia apatica in crescendo, la schizzinosa promiscuità e il senso di nausea galoppante che poi tutto ha travolto e annientato, dirottandomi ancora giovanissimo verso una vana e molto vanesia astinenza con tutte le sembianze esterne della foia più partecipe, un coinvolgimento più psichico da ricercatore che non emotivo da parte in causa, anche se ero e se sono a battere in un parcheggio, in una stazione ferroviaria, in una sauna, in un cinemino porno, tanto, come ho scritto, l’amore per me batte solo alle tempie, piattole a parte; adesso che faccio mente locale, non mi viene in mente nessun episodio in cui, non dovendomi una volta tanto accontentare, non abbia preso le distanze magari già con una cappella a tutto sesto nel culo e la mente architettata in uno pneuma altrove, all’esodo dall’immeritato e sproporzionato supplizio; infine, l’unico aggeggio di cui si può fare del tutto a meno in caso di omosessualità maschile è un secondo uomo a parte te; io poi, scrivendo, mi facevo anche da terzo, l’orgia era contemplata già nel privé della mia sintassi).
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Il papi di Silvio

giugno 24, 2009

di Aldo Busi

Ringrazio Peppi Nocera, che nel suo blog Kirkpinar ospita da tempo gli interventi di Aldo Busi, e che ci ha concesso molto gentilmente di riprodurre il seguente pezzo sullo scandalo governativo delle ultime settimane.

Occorre un’emotività rimasta infantile per preferire amici prezzolati a nemici gratis! E la radice malata che blocca la crescita emotiva, intellettuale, sociale, sentimentale, sessuale e infine politica e civile di un maschio, e che lo porta a regredire in modo costante e masochistico nel tempo, è ben piantata nella figura del padre tanto perfetto quanto “inarrivabile”, e di solito è un padre autoritario, anche in modo mellifluo, intransigente, ricattatore ad oltranza (che sia morto può solo aggravare lo stato psicotico paterdipendente dell’orfano, avesse pure settantadue anni). Il padre, che non poteva non andare che in Paradiso, lo guarda dall’alto e lo giudica in ogni istante del suo sentire e del suo fare, e lo giudica solo in base a un metro: le cosiddette palle, tirate fuori o tenute dentro. Per l’anziano orfanello, ancora vacillante creta in divenire, avere le palle verrà confuso col non avere debolezze, compassione, autoironia, capacità d’ascolto. Come farà ad avere degli amici se vorrà solo essere ascoltato senza mai ascoltarli?
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