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Intervista a Philippe Forest

novembre 5, 2009

di Carlo Mazza Galanti

«Ogni nuovo libro aggiunge un cerchio ai precedenti. Ne costituisce la somma e contemporaneamente crea una specie di spirale che ci conduce più in là, ma sempre facendoci passare per gli stessi punti»: sono le parole del narratore di Per tutta la notte, il secondo dei quattro romanzi autobiografici pubblicati fino ad oggi (i primi tre tradotti in italiano da Alet) da Philippe Forest. Il centro di questi cerchi concentrici, ciò che ha fatto di Forest, già prolifico saggista e critico letterario, uno dei più coinvolgenti (e sconvolgenti) narratori degli ultimi anni è un evento che sfida la parola, che scoraggia ogni dire e che taglia fuori dal mondo chi, come i protagonisti dei suoi romanzi, non ha potuto fare altro che assistere impotente al vuoto che si apre improvvisamente nella propria vita. Una bambina, una figlia di quattro anni che muore di cancro sembra appartenere a un dominio di fatti destinati all’emarginazione e al silenzio: una tragedia privata, una brutta cosa a cui la gente preferisce non pensare. O altrimenti alla peggiore delle pornografie: quella del patetico, del dolore oleografato, anestetizzato e somministrato. Che altro non è, a sua volta, se non la più efficace e insinuante delle strategie di emarginazione e di rimozione sociale di quello stesso dolore che si pretende di rappresentare.
L’opera di Forest non ha nulla dell’esorcismo, della compensazione, della consolazione. A maggior ragione si oppone alla «denegazione» del male, del negativo, della sofferenza, che pare costituire la principale risorsa del vitalismo esasperato di cui si alimentano la voracità del consumo e la grottesca euforia dello spettacolo. Assomiglia piuttosto all’opera delicata di un equilibrista: di pesi, di vuoti e di vertigini si compone la sua prosa misurata, pulita, eppure così precaria, e capace, quasi di sorpresa, di commuoverci e di scioccarci. Combinazioni di parole apparentemente impossibili suggeriscono, dietro una profonda padronanza degli strumenti della scrittura e del pensiero, l’ombra di un carico trasportato senza ostentazione e senza vergogna. Un carico diventato un «incarico» : l’obbligo di dire, nonostante tutto, quello che non si deve e non si può dire : «Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della nostra vita. Non ce ne sarà un altro uguale. Qualsiasi cosa riservi l’avvenire non staremo mai più tutti e tre insieme. E anche la routine angosciante delle cure, il terrore ripetuto degli esami, non li conosceremo mai più. Quella dolcezza nell’orrore ci sarà preclusa» (
Tutti i bambini tranne uno, Alet).
Come i cerchi concentrici, che allargandosi diventano sempre più inclusivi e sempre meno calcati, col passare degli anni i libri di Forest si fanno più tersi, più meditativi e più obliqui. Sarinagara (l’ultimo dei romanzi tradotti in italiano) un romanzo critico-filosofico, un viaggio interiore nella cultura e nella letteratura giapponese, sopporta, nella sua apparente tranquillità, tutta la pressione dei primi due libri. E ne distilla una specie di essenza mentale, quella particolare tonalità di bianco che apre il romanzo, o quella congiunzione (Sarinagara significa «eppure») che sospende la sintassi e la consegna all’ «esperienza», per usare una parola cara a Forest.
In queste sospensioni intermittenti, in queste improvvise schiarite, anche nelle situazioni più disperate, troviamo, a rifletterci, la bellezza e il tratto comune di tutti i suoi libri. Che altrimenti appaiono molto diversi, opera di uno scrittore colto ed eclettico, di un prosatore versatile e di un autobiografo «militante», refrattario ad ogni forma di egotismo e di narcisismo, ad ogni irrigidimento e spettacolarizzazione dell’io.
La violenza dell’intimo, a tratti (soprattutto nel primo romanzo) quasi opprimente, si giustifica, nella pagine di Forest, in questa volontà che potremmo anche chiamare «politica» se non fosse prima di tutto e sostanzialmente poetica: nella ferma decisione di non dimenticare, nella missione solitaria di restare fedeli, nonostante tutto, alla dolcezza di quell’orrore.

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