Posts Tagged ‘Boltanski’

Gli archivi del cuore

marzo 3, 2010

di Carlo Mazza Galanti

Aggiungo al bell’articolo su Boltanski di Linnio Accorroni (pubblicato da minima&moralia qualche tempo fa) questo mio, apparso settimana scorsa su Alias. Se Accorroni ha potuto riconoscere nell’installazione parigina una metafora dell’attualità, al contrario io ne ho sottolineato il valore «sapienziale», la volontà di Boltanski di sollevare domande elementari, universali forse, certamente antiche. Questa capacità di offrirsi a interpretazioni opposte mi sembra una prova, se ce ne fosse bisogno, del grande valore dell’opera dell’artista francese. Nel mio articolo mi sono inoltre soffermato su un secondo, bellissimo lavoro, parallelo e contestuale a Personnes, intitolato Les archives du coeur.

Sei seduto in una specie di sala d’attesa, in mano il biglietto numerato che hai strappato da una macchinetta di quelle che trovi in posta, o al supermercato, e finalmente arriva il tuo turno. Entri in una stanza bianca, dove una ragazza con camice bianco (ma che non è medico, dice) ti fa sedere accanto al computer, ti fa mettere le cuffie alle orecchie e uno stetoscopio sul cuore, il quale passa le informazioni del battito al programma del computer. Tu senti in stereo il tuo battito e vedi scorrere sullo schermo il grafico delle frequenze, un po’ come il monitor degli ospedali. Poi lei lo salva in un file e ti chiede di scrivere il tuo nome e cognome su un registro, accanto a un numero. Quindi il tuo cuore parte in Giappone, con nome cognome e numero. È tutto, avanti il prossimo. Fa uno strano effetto sentire così forte il proprio cuore nelle orecchie, ma fa un’impressione ancora più particolare, quasi schiacciante, pensare a questa enorme riserva di battiti cardiaci donati da persone qualunque, come te, da individui di ogni genere età e provenienza, e pensare a tutti questi cuori archiviati in una piccola isola del mare del Giappone. Il tuo battito, il tuo unico e irripetibile ritmo vitale, è ormai laggiù, catalogato come in una biblioteca, conservato, irrilevante nella massa enorme e risonante di tutti gli altri battiti. Sono già decine di migliaia, diventeranno centinaia, forse milioni. Boltanski non ha posto un limite temporale ai suoi Archives du coeur. L’artista francese, che si avvicina ormai alla settantina, ultimamente si impegna in progetti a tempo indeterminato, scommette sul futuro, gioca con la propria morte, come nella vendita di alcune sue opere a un collezionista della Tasmania, in cambio di un vitalizio. «Basterà aspettare qualche anno» ha detto «perché questi cuori diventino dei cuori di morti. C’è qualcosa di molto strano in quest’idea che il cuore continuerà a battere quando la persona sarà sparita». L’immaginazione si figura scene di grande pathos, episodi commoventi: persone che attraversano il mondo per recarsi nell’isola di Teshima, in un modernissimo centro per l’arte contemporanea disegnato da Tadao Ando, ad ascoltare il battito del cuore di un proprio caro. Inedite corrispondenze di amorosi sensi, nuovi sepolcri dove «la pia terra», sostituita dai database digitali, continuerà a conservare le reliquie sonore delle vite scomparse. Sembra fantascienza, ma è una delle opere più affascinanti di un’artista che, allevato nell’arte concettuale degli anni ’60 e ’70, non ha mai perso di vista la vita concreta, nuda e palpitante, e che nel corteggiamento macabro della morte è stato anche capace, a momenti, di una levità quasi giocosa.
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Persone/Nessuno

febbraio 5, 2010

Riprendiamo un post apparso la settimana scorsa sul blog di Linnio Accorroni, Un cuore intelligente; la sua associazione delle opere di Christian Boltanski, nella mostra recentemente allestita dall’artista al Grand Palais di Parigi, con le immagini che ci sono arrivate nelle utlime settimane dal terremoto di Haiti o dai dormitori-lager in cui vivono i nuovi schiavi di Rosarno, ci è sembrata particolarmente interessante e per questo ve la riproponiamo.

di Linnio Accorroni

Only connect, come al solito. Così, quasi inavvertitamente, per una suggestione sensoriale e cromatica prima ancora che concettuale e cronologica – quei vestiti colorati, quei panni smessi e/o indossati – viene quasi naturale sovrapporre in questi giorni immagini che provengono da contesti (Haiti, Parigi, Rosarno) e da ambiti (la realtà e la sua rappresentazione figurale) profondamente diversi. Le prime, quelle più tragiche e sconvolgenti – anche se ben presto placate dalla serialità anestetizzante della televisiva morte in diretta – erano quelle provenienti da Haiti. Ciò che accadeva nell’isola dopo il terremoto del 12 gennaio: le immagini delle centinaia di cadaveri abbandonati, le strade di Porte au Prince trasformate in una enorme morgue a cielo aperto. E la possanza / Qui con giusta misura / Anco estimar potrà dell’uman seme, / Cui la dura nutrice, ov’ei men teme, / Con lieve moto in un momento annulla / In parte, e può con moti / Poco men lievi ancor subitamente / Annichilare in tutto.
Persone certamente, quelle di Haiti, ma anche tanti Nessuno. Personnes: si chiama così anche l’esposizione di Boltanski inaugurata, proprio il giorno dopo il terremoto haitiano, al Grand Palais di Parigi fino all’11 febbraio: Personnes è lemma volutamente ambiguo che rimanda a più registri semantici: Personnes, cioè persone, certo, ma al singolare, in francese, questa parola significa Nessuno. E questa mostra di Boltanski è un trasparente omaggio alle tante Persone, ai tanti Nessuno che hanno lasciato, lasciano e lasceranno tracce effimere del loro involontario passaggio sulla terra. Un’installazione questa di Boltanski dove lo sgomento si fa plurisensoriale, dove il freddo glaciale («Lo spettatore – dice l’artista – non deve essere davanti, ma dentro l’opera, che deve avvolgerlo completamente: Personnes è stata concepita per essere un’esperienza dura»), il rumore infernale, assordante (che altro non è se non il battito amplificato di tanti cuori), la vista (un’enorme distesa di vestiti multicolori accatastati per terra, inquadrati in una meticolosa scansione per settori di uguale misura, recintati da pali di ferro ed illuminati da pallide, gelide luci al neon da obitorio) concorrono a sollecitare senza sosta una desolante meditazione sulla condizione umana: «Al visitatore non viene chiesto di dire se l’opera è bella o brutta, ma deve sentirsi all’interno della tragedia. I vestiti sono rappresentazioni di corpi umani:ci sono migliaia di persone, ma in realtà non c’è nessuno, perché sono tutti morti».
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