Posts Tagged ‘calcio’

Un’intervista a Enzo Bearzot

febbraio 24, 2010

Quest’estate si giocheranno i mondiali di calcio. E dal momento che dalla nazionale attuale non mi sembra possano emergere personalità davvero interessanti – poca o nulla letteratura, moltissima cronaca usa e getta – riproponiamo quest’intervista di Gianni Mura a Enzo Bearzot, uscita tre anni fa su «La Repubblica» in occasione degli ottant’anni del Vecio.

di Gianni Mura

MILANO – Enzo Bearzot festeggia oggi 80 anni. «Con mia moglie Luisa, una famiglia di amici e don Luigi, della chiesa del Paradiso qui a Milano, uno che era molto amico di padre Turoldo, furlano di quelli dritti». I festeggiamenti erano cominciati in anticipo, lunedì. «La Gazzetta mi ha fatto una bella sorpresa, un bel regalo anticipato. Mi sono un po’ commosso con gli azzurri del 1982, o meglio mi ha commosso il loro calore. Non è obbligatorio affezionarsi al nonno. Ho notato un cambiamento in Zoff: 25 anni fa mi dava del tu solo a quattr’occhi, quando parlavamo in friulano, adesso riesce a farlo anche in pubblico. Era ora».

E gli altri come li ha trovati?
«Un po’ invecchiati, naturale, e alcuni pieni di voglia di fare e con un’amarezza appena percettibile. Forse si sentono trascurati dal calcio. A me è spiaciuto molto per Claudio Gentile, un duro sul campo, un pezzo di pane fuori. Lo hanno silurato quand’era scaduto il tempo per trovarsi una sistemazione. Non m’aspettavo che a trattarlo così fosse un ex calciatore».

S’aspettava che Lippi vincesse i mondiali?
«Lo speravo, ho cercato di stargli vicino, s’è trovato in una situazione simile alla mia nell’82. E anche stavolta l’Italia, che pure non era la più forte del mazzo, ha trovato la forza del gruppo, l’unità vincente».

Chi era più forte?
«L’Argentina nettamente, e anche il Brasile. Ma i loro assi non hanno creato la squadra. E noi quando siamo punti sul vivo diamo il meglio».

C’è qualcuno di Berlino 2006 che avrebbe potuto giocare nell’82?
«Buffon no perché avrebbe tolto il posto a Zoff. Scherzo, a me piace molto Buffon che è diverso da Dino ma una cosa in comune ce l’ha: se prende gol per colpa di un compagno, non lo rimprovera, anzi cerca di tirarlo su. Solo i grandi giocatori hanno questa sensibilità. Le rispondo così: come regista avevo perso Capello, quindi Pirlo mi avrebbe fatto molto comodo. È bravissimo, sia sul tocco breve che sul lancio lungo, sa tirare in porta, è davvero un giocatore completo».

Totti no?
«Bravissimo, per come fa i gol e li fa fare, ultimo passaggio fulminante. Totti e Kakà rappresentano il meglio che si può vedere oggi in uno stadio italiano, ma come faccio a scartare uno dei miei vecchietti?»

Totti, Nesta, mettiamoci anche Maldini: lei avrebbe trovato le parole per farli restare in Nazionale?
«Dico solo il mio parere: un giocatore può essere un fenomeno nella Roma o nel Milan, ma il massimo, per me, è la Nazionale. Precludersela mi sembra autoriduttivo».

Riesce ancora a entusiasmarsi per questo calcio?
«Entusiasmo è una parola grossa. C’è troppa organizzazione e poca democrazia. Lo guardo meno, lo sento più estraneo. Calciopoli ha prodotti danni profondi, quasi quasi non si crede più al verdetto del campo, è come se qualcosa mi si fosse spento dentro. Riesco ancora a indignarmi, questo sì. Per i fischi di San Siro alla Marsigliese, così come nel ’90 a Roma mi ero indignato per i fischi all’inno argentino, con Maradona in campo che piangeva. E fischiavano i politici, in tribuna d’onore, gente che aveva studiato. Che vergogna. L’inno è sacro, cosa costa stare zitti per quei due-tre minuti? Poi ce ne sono novanta per fischiare i giocatori».
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Re Zinedine

settembre 28, 2009

Questo articolo è apparso sullo Straniero

di Alessandro Leogrande

La notte del 12 luglio del 1998 il giovane Yazid, figlio di proletari algerini della periferia di Marsiglia, regala la prima Coppa del mondo di calcio alla Francia, segnando due goal di testa al magno Brasile di Ronaldo e Roberto Carlos. Per i due miliardi di esseri umani che guardano la partita in tv, Yazid è meglio noto come Zinedine Zidane, il più grande giocatore che abbia calcato i prati verdi dopo Diego Armando Maradona. Zidane è un calciatore fuori dal comune, un rettile imprevedibile. Come i grandi di questo sport, da Garrincha a Baggio a Messi, sembra provenire da un altro pianeta: quando nello spazio di pochi secondi fa una giocata in grado di spiazzare – rovesciando la logica comune – non solo gli avversari, ma anche i milioni di spettatori che vi assistono direttamente o sullo schermo, pare visitato dagli dei. Ed è questo in fondo che rende tuttora il calcio, nonostante la sua mutazione, un territorio epico che si rinnova costantemente, anche perché – tranne in rarissimi casi come Kakà – quasi mai queste visite premiamo i figli delle élites sociali.
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Zemanlandia

settembre 25, 2009

Questo articolo è apparso sul Riformista.

di Nicola Lagioia

zeman_bogCampionato di serie B, 10 dicembre 1989. Il Foggia ha appena perso contro il Parma davanti ai suoi tifosi, e rischia di sprofondare definitivamente in zona retrocessione. Gli ultras di casa, inferociti, stringono d’assedio il Zaccheria: urlano, intonano cori minacciosi, vorrebbero regolare i conti di persona con calciatori e mister. I rossoneri, rifugiatisi negli spogliatori, cominciano a infilare le uscite secondarie nella speranza di non essere notati da nessuno. È una triste pantomima andata in scena un’infinità di volte sui campi di calcio del nostro paese: a ciascuno la sua parte. E tuttavia, qualche minuto dopo, in modo assolutamente imprevedibile, all’uscita principale dello stadio si presenta un uomo. È Zdeněk Zeman, l’ancora semisconosciuto allenatore del Foggia: spalle strette in un trench bogartiano, sigaretta tra le labbra, raccoglie sputi e insulti senza battere ciglio. Alza infine lo sguardo di ghiaccio verso chi vorrebbe linciarlo, e zittisce tutti quanti sussurrando mollemente: «non. sprecate. fiato».
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