Posts Tagged ‘Carlo Mazza Galanti’

The end of bookishness: uno scrittore al confine tra due mondi

aprile 23, 2010

di Carlo Mazza Galanti

In occasione dell’uscita (prevista per i primi giorni di maggio) di Rosso Floyd, il prossimo romanzo di Michele Mari dedicato al tormentatissimo genio di Syd Barrett, propongo ai lettori di minima&moralia una parte del mio breve saggio già pubblicato sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti.

«Perché se è vero che il mezzo è il messaggio e che l’avvento della multimedialità interattiva cambierà tutto (ma voglio prendermi il lusso di sperare il contrario fino all’ultimo, come un soldato giapponese in un atollo), è anche vero che una delle cose più vere e commoventi di ogni creazione artistica è sempre stata il conflitto con il proprio mezzo. Quindi prepariamoci alla lotta, con questi non-libri che ci aspettano, senza affrettarci a salutarli come trionfatori».

È questa la breve ma significativa reazione di Michele Mari (pubblicata sul Corriere della sera del 9 agosto del 2000) al lungo e interessante saggio di Gabriele Frasca che chiude la Storia generale della letteratura diretta da Nino Borsellino e Walter Pedullà. Una riflessione, quella di Frasca (poi sviluppata nel volume intitolato La lettera che muore. La «letteratura» nel reticolo mediale), che guarda con una certa fiducia al mondo post-tipografico e alle possibilità della creazione letteraria (ma giustamente Frasca preferisce parlare di arti basate sul linguaggio) offerte dalle nuove e dalle nuovissime tecnologie (ad esempio le finzioni ipertestuali su cdrom di Michael Joyce o di Shelley Jackson). Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e della progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare il proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione di scrittore in termini di lotta, di confitto, di opposizione. L’immagine amaramente ironica del soldato giapponese che nel ristretto spazio di un atollo continua a combattere una guerra ormai persa (utilizzata a più riprese dallo scrittore) potrebbe far coppia con questa, appena meno drammatica, evocazione dei monaci medievali (tratta da un’intervista di un paio di anni fa): «… ci sono stati anche degli eroici monaci che nel medioevo hanno difeso la letteratura dai barbari», dove Mari si riferisce di nuovo, evidentemente, alla condizione del letterato contemporaneo. Molti suoi personaggi ripetono, ognuno a suo modo, il destino di questi metaforici, anacronistici ribelli e reclusi. Esseri malinconici, marginali e solitari, abitano luoghi remoti, abbandonati o decandenti, a volte circondati da libri. Testimoni di una consunzione irreversibile, di una perdita di aderenza alla realtà, questi uomini sono spesso folli, vaneggianti, immersi nei propri deliri, smarriti dietro oscure fantasie: Osmoc, lo studioso-eremita di Di bestia in bestia, il capitano di La stiva e l’abisso, il custode amnesico della vecchia casa di famiglia in Verderame, il condottiero rimasto l’unico sopravissuto di tutto la sua legione (L’Artigliopapine), il filologo divenuto serial killer (La serietà della serie), il ricercatore di Temperatura esterna (sia questo racconto che i due precedenti fanno parte di Euridice aveva un cane), divenuto folle nella solitudine di una base polare. Infine Syd Barrett, il fondatore dei Pink Floyd (protagonista in absentia di Rosso Floyd), destinato a un esistenza fantasmatica, al limite della follia, lontano dai riflettori nel buio seminterrato della casa materna.
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La perdita del mondo e della carne

marzo 25, 2010

di Carlo Mazza Galanti

È impossibile concentrare in poche righe la ricchezza umana e intellettuale di una personalità complessa come quella di Ivan Illich (1926 – 2002). Storico, filosofo, teologo, pedagogo, moralista, animatore culturale, ecologista militante, spirito indipendente, reazionario illuminato: difensore appassionato delle differenze locali (ma critico accanito dell’ecumenismo multi-culti promosso dal pensiero più conformista e passivo), preoccupato sostenitore delle minoranze svantaggiate (ma duramente polemico verso ogni forma di assistenzialismo e d’imposizione amministrativa), studioso raffinato delle tecniche del passato e del presente (ma implacabile avversario della tecnocrazia). Illich è autore di un discreto numero di opere che non esiterei troppo a definire fondamentali. Di «pamphlet», come li chiamava lui stesso, libri piuttosto brevi e davvero unici per la loro capacità di unire a uno stile divulgativo la complessità di un pensiero tra i più fervidi, originali e incisivi. Testi agili, scritti in punta di penna (Illich sapeva anche essere un straordinario scrittore), sostenuti da un gigantesco bagaglio culturale ed esperienziale. Libri nei quali una cupa visionarietà apocalittica riesce a convivere con la lucidità e con la volontà di scommettere sul futuro, sulla possibilità di ricostruire un mondo abitabile: una «terra», per usare una parola sua. Poliglotta e inesausto viaggiatore, cosmopolita dalla nascita, Illich ha creato un centro di ricerca a Cuernavaca, in Messico (il Cidoc, Centro Intercultural de Documentación), ha avuto (ed ha) discepoli disseminati nei quattro continenti. Ha suggerito, avviato, reso possibile un numero indefinito di importanti iniziative sociali e culturali in ambiti estremamente differenziati. Rappresenta una riferimento indispensabile per tutti coloro che vogliono vedere, capire, e soprattutto cambiare.
È stupefacente la scarsa attenzione consacrata, oggi in Italia, a questa grande figura. Quasi nessuno parla di Illich, qui da noi. La divulgazione dei suoi libri è affidata a piccoli e coraggiosi editori: Boroli, Eleuthera, o la Libreria Editrice Fiorentina. Da quest’ultima è stato recentemente pubblicato La perdita dei sensi, l’ultimo libro dato alle stampe dallo studioso, una raccolta di testi eterocliti composti da Illich nei suoi ultimi anni di vita. Alcuni di questi, i più personali, vibrano di una particolare, difficile emotività, qualcosa che ha senz’altro a che fare con ciò che Illich chiamava «l’arte della morte». La perdita dei sensi, insieme alla lunga intervista con David Cayley, è la migliore summa del pensiero di Illich. Il libro da cui cominciare. Ringrazio di cuore Giannozzo Pucci per avermi permesso di pubblicare su minima&moralia il testo che chiude il volume.
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Se niente importa

marzo 8, 2010

Questo pezzo è apparso sabato su Alias.

di Carlo Mazza Galanti

«In mezzo a tutta l’abbondanza di prodotti della Terra, la migliore di tutte le madri, davvero non ti piace altro che masticare con dente crudele povere carni piagate, facendo il verso col muso ai ciclopi? E solo distruggendo un altro potrai placare lo sfinimento di un ventre vorace e vizioso?» La storia raccontata in Se niente importa; perché mangiamo gli animali? l’ultimo libro di Jonathan Safran Foer (Guanda, trad. di Abigail Piccinini, E. 18, pp. 363) sarebbe potuta cominciare con queste parole, pronunciate da un filosofo greco duemilacinquecento anni fa. È Pitagora, come ci racconta Ovidio alla fine delle Metamorfosi, colui «che per primo denunciò come una vergogna che s’imbandissero animali sulle mense». Fu lui a sostenere per primo la necessità morale del vegetarianismo in nome della solidarietà elementare che unisce l’uomo all’animale nello stesso intrascendibile e mutevole principio vitale.
Safran Foer ha però preferito cominciare la sua storia molto più tardi, come una storia sui tempi moderni. Precisamente nel 1923, sulla costa orientale degli Stati Uniti, dove una certa Celia Steele, casalinga e proprietaria di un piccolo pollaio, «ricevette cinquecento pulcini invece dei cinquanta che aveva ordinato. Invece di disfarsene, decise di condurre un esperimento tenendoli al chiuso durante l’inverno, con l’aiuto di integratori alimentari da poco scoperti, i polli sopravvissero». Dieci anni dopo i cinquecento pulcini erano diventati duecentocinquantamila polli. Un altro paio di decenni e il patrimonio genetico di quei primi animali sarebbe stato completamente sconvolto: la loro esistenza biologica del tutto barattata con la nostra smania consumistica. Come spesso accade nei meandri dello sviluppo tecnico-scientifico, un piccolo incidente ha scatenato una vera e propria rivoluzione: la nascita dell’allevamento intensivo e la conseguente mutazione delle nostre abitudini alimentari. Pochi anni prima, osservando la segmentazione seriale delle operazioni di trasformazione degli animali praticata nei primi impianti industriali (i primi mattatoi), Henry Ford pensò di applicare lo stesso schema alla produzione di automobili. La «catena di smontaggio» delle bestie divenne la catena di montaggio degli oggetti. Il genio della tecnica segue strade imprevedibili.
La storia di Se niente importa è una storia a molte entrate, una storia complessa e sfaccettata: il succedersi delle prospettive, il continuo avvicendarsi dei registri e delle testimonianze, l’orchestrazione dei numerosissimi dati, dei soggetti coinvolti, dei problemi e dei possibili orizzonti d’azione, è probabilmente il motivo di maggior interesse di questo libro eminentemente ibrido e composito, capace di trascorrere senza interruzione dall’intervista al trattato filosofico, dal giornalismo d’inchiesta alla letteratura, dal saggio storico alla storia di vita, dal pamphlet alla tavola verbo-visiva. Anche chi già conosce la letteratura di riferimento e segue attentamente le battaglie della Peta (la maggiore associazione mondiale per i diritti degli animali), potrebbe trovare in questa molteplicità di mezzi e prospettive uno stimolo per nuove riflessioni.
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Gli archivi del cuore

marzo 3, 2010

di Carlo Mazza Galanti

Aggiungo al bell’articolo su Boltanski di Linnio Accorroni (pubblicato da minima&moralia qualche tempo fa) questo mio, apparso settimana scorsa su Alias. Se Accorroni ha potuto riconoscere nell’installazione parigina una metafora dell’attualità, al contrario io ne ho sottolineato il valore «sapienziale», la volontà di Boltanski di sollevare domande elementari, universali forse, certamente antiche. Questa capacità di offrirsi a interpretazioni opposte mi sembra una prova, se ce ne fosse bisogno, del grande valore dell’opera dell’artista francese. Nel mio articolo mi sono inoltre soffermato su un secondo, bellissimo lavoro, parallelo e contestuale a Personnes, intitolato Les archives du coeur.

Sei seduto in una specie di sala d’attesa, in mano il biglietto numerato che hai strappato da una macchinetta di quelle che trovi in posta, o al supermercato, e finalmente arriva il tuo turno. Entri in una stanza bianca, dove una ragazza con camice bianco (ma che non è medico, dice) ti fa sedere accanto al computer, ti fa mettere le cuffie alle orecchie e uno stetoscopio sul cuore, il quale passa le informazioni del battito al programma del computer. Tu senti in stereo il tuo battito e vedi scorrere sullo schermo il grafico delle frequenze, un po’ come il monitor degli ospedali. Poi lei lo salva in un file e ti chiede di scrivere il tuo nome e cognome su un registro, accanto a un numero. Quindi il tuo cuore parte in Giappone, con nome cognome e numero. È tutto, avanti il prossimo. Fa uno strano effetto sentire così forte il proprio cuore nelle orecchie, ma fa un’impressione ancora più particolare, quasi schiacciante, pensare a questa enorme riserva di battiti cardiaci donati da persone qualunque, come te, da individui di ogni genere età e provenienza, e pensare a tutti questi cuori archiviati in una piccola isola del mare del Giappone. Il tuo battito, il tuo unico e irripetibile ritmo vitale, è ormai laggiù, catalogato come in una biblioteca, conservato, irrilevante nella massa enorme e risonante di tutti gli altri battiti. Sono già decine di migliaia, diventeranno centinaia, forse milioni. Boltanski non ha posto un limite temporale ai suoi Archives du coeur. L’artista francese, che si avvicina ormai alla settantina, ultimamente si impegna in progetti a tempo indeterminato, scommette sul futuro, gioca con la propria morte, come nella vendita di alcune sue opere a un collezionista della Tasmania, in cambio di un vitalizio. «Basterà aspettare qualche anno» ha detto «perché questi cuori diventino dei cuori di morti. C’è qualcosa di molto strano in quest’idea che il cuore continuerà a battere quando la persona sarà sparita». L’immaginazione si figura scene di grande pathos, episodi commoventi: persone che attraversano il mondo per recarsi nell’isola di Teshima, in un modernissimo centro per l’arte contemporanea disegnato da Tadao Ando, ad ascoltare il battito del cuore di un proprio caro. Inedite corrispondenze di amorosi sensi, nuovi sepolcri dove «la pia terra», sostituita dai database digitali, continuerà a conservare le reliquie sonore delle vite scomparse. Sembra fantascienza, ma è una delle opere più affascinanti di un’artista che, allevato nell’arte concettuale degli anni ’60 e ’70, non ha mai perso di vista la vita concreta, nuda e palpitante, e che nel corteggiamento macabro della morte è stato anche capace, a momenti, di una levità quasi giocosa.
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La bestia ruminante e la questione del velo

febbraio 11, 2010

di Carlo Mazza Galanti

Di fronte ai discorsi che in questi giorni, sui media francesi, affrontano la questione del velo islamico e della sua legittimità sento muoversi in me un’imbarazzante pulsione regressiva… Perché non riesco riconoscere le ragioni di coloro che si oppongono al velo? Perché, io che con la religione ho un rapporto del tutto esteriore, nel divieto di questo oggetto non vedo altro che un sintomo di oltranzismo laicista e di illuminismo accecato dalla sua stessa luce? Perché immagino strette relazioni tra la nostra imposizione, chiaramente razzista, di conoscenza della costituzione italiana e l’obbligo (proposto come una difesa dei diritti civili) di tenere la testa o il volto scoperto, che in Francia è da qualche anno un punto controverso del dibattito politico-culturale e che ora pare stia procedendo verso una soluzione piuttosto drastica? Forse ultimamente ho letto troppo Pasolini, forse mi sono lasciato plagiare dalle sue mirabolanti provocazioni, come quando si è presentato al convegno dei radicali per sostenere che le persone che non sanno di avere diritti sono molto più umane e simpatiche di quelle che sbandierano diritti a destra e a manca. Il diritto diventato ricatto, strumento di omologazione e di conformismo, o peggio di un fascistoide imperativo identitario, questo mi sembrano oggi certe misure simboliche, come quella del velo, o meno simboliche, come la pretesa della conoscenza linguistica o l’esamino costituzionale per gli aspiranti italiani. Il tutto fa parte di un sinistro e ridicolo dibattito sull’identità nazionale che in Francia, ad esempio, si consuma in altrettanto sinistre e ridicole pretese, come quella che i bambini cantino a scuola, almeno una volta all’anno, la marsigliese. E che mostra il suo volto nascosto ogni volta che prendo un taxi a Parigi e che il tassista africano di turno, approfittando della mia origine straniera, si lamenta del razzismo pesante e strisciante che regna in una città apparentemente aperta, tollerante e cosmopolita. Apprezzo il postino Besancenot, dirigente del NPA, il Nuovo Partito Anticapitalista (il successore del LCR, insomma i vecchi trotskisti), che fa candidare alle amministrative una donna mussulmana e velata, sfidando, oltretutto, le prevedibili resistenze femministe di una parte del suo stesso partito.
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Inventario di Perec

gennaio 16, 2010

Vi proponiamo un testo inedito e un po’ particolare di George Perec, già apparso tempo fa sulla rivista Lo Straniero, con una breve introduzione di Carlo Mazza Galanti che serve per capire.

Nel gennaio del 1969 Georges Perec intraprende un vasto progetto di scrittura che sembra prefigurare l’impresa del miliardario Percival Bathelbooth, il personaggio principale della Vita istruzioni per l’uso. Il progetto di Bartlebooth prevede la composizione di 500 acquerelli dipinti in altrettante località marittime sparse per il globo terrestre, la loro trasformazione in puzzle, la risoluzione dei 500 puzzle così prodotti e la successiva dissoluzione degli stessi nei luoghi in cui sono stati eseguiti gli acquerelli. Un giro del mondo che si dovrebbe stendere nell’arco di 50 anni e che viene interrotto dalla morte del miliardario, sopraggiunta durante la risoluzione del puzzle numero 439. Lieux (Luoghi, questo il titolo del progetto di Perec), meno ambizioso quanto all’estensione temporale, deve durare dodici anni. Al contrario di quella di Barthelbooth inoltre, l’impresa di Perec non prevede grandi spostamenti: dodici luoghi di Parigi (strade, piazze, un passage, incroci), legati al vissuto dello scrittore, sono l’oggetto di una duplice scrittura. Ciascuno dei luoghi scelti dev’essere descritto una volta all’anno sul posto, nel modo più neutro possibile, e in un altro momento dello stesso anno dovranno essere rievocati i ricordi ad esso legati. La rievocazione dei ricordi deve avvenire lontano dal luogo in questione. Un algoritmo matematico (biquadrato latino di ordine 12, creato appositamente per Perec dal matematico indiano Chakravarti) dispone la distribuzione dei 12 luoghi in modo da evitare ripetizioni e sovrapposizioni. Una volta conclusi, i testi sono imbustati e sigillati. All’occorrenza possono entrare nelle buste anche fotografie scattate sul luogo o testimonianze della presenza dello scrittore (biglietti della metropolitana, scontrini di cassa, biglietti del cinema, volantini). Alla fine dei dodici anni di lavoro previsti Perec avrà messo da parte 288 buste sigillate.
Nel 1973, al quarto anno di lavoro, Perec non rivela molto di quello che sarà di Lieux una volta aperte le buste, nel gennaio 1982: «Saprò allora se ne valeva la pena: infatti, non mi aspetto nient’altro che la traccia di un triplice invecchiamento: quello dei luoghi stessi, quello dei miei ricordi e quello della mia scrittura».
Come il progetto di Barthelbooth anche Lieux resta incompiuto. Perdita d’interesse, difficoltà a rispettare le consegne, fattori biografici, convincono lo scrittore ad interrompere la stesura di Lieux nel ‘75. Tuttavia il progetto non viene abbandonato del tutto. Alcune delle 133 buste accumulate in circa sei anni di scrittura non restano a lungo sigillate e sono pubblicate in sedi diverse tra il 1977 e il 1980, tutte sotto il titolo generico di «Tentative de description de quelques lieux parisiens» (Tentativo di descrizione di qualche luogo parigino). Nel ‘76 Perec pubblica un nuovo testo, filiazione diretta di Lieux, intitolato «Tentative d’epuisement d’un lieu parisien» (Tentativo di esaurire un luogo parigino), consistente nella descrizione del carrefour Mabillion (uno dei 12 luoghi scelti per Lieux) operata in loco e nel corso di tre giornate successive.
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I libri da leggere a vent’anni

gennaio 11, 2010

di Carlo Mazza Galanti

Non credo, come ogni tanto qualcuno sostiene, che i libri che hanno più segnato il nostro modo di pensare e di sentire li abbiamo letti prima dei vent’anni. Credo che a vent’anni una persona sia ancora decisamente potenziale, e quindi suscettibile di essere bene o male indirizzata. Ecco perché, nonostante qualche dubbio, il titolo di questa bibliografia selettiva compilata da Nicola Villa e Giulio Vannucci per le Edizioni dell’asino mi sembra tutto sommato giusto.
Qualche dubbio però, perché l’adolescenza nelle società intensamente consumistiche e de-responsabilizzanti come quella in cui viviamo è diventata una stagione interminabile, una dimensione culturale ormai indipendente dalla biologia e dalle tappe che una volta scandivano le diverse fasi della vita. Una debordante, incontenibile ondata di insicurezza e manipolabilità governa l’esistenza di persone sempre più numerose e sempre più avanti negli anni, costrette a mantenersi potenziali (cioè prive di identità) a tempo indeterminato e disponibili a sempre nuove e sempre più effimere esperienze, o meglio pseudo-esperienze.
Se l’invenzione della donna o quella dei figli è stata raccontata e spiegata da storici e studiosi scrupolosi e perspicaci, quella dei giovani è cosa più recente e visibile ma allo stesso tempo più ambigua, controversa e capillare. Credo che bisognerebbe ormai isolare chiaramente il significato della parola giovane da specifiche connotazioni anagrafiche (fenomeno che d’altronde è già in corso nella lingua parlata, dove per distinguere i due concetti spesso si aggiunge ironicamente un seconda “g”) per riferirla ad una dimensione sostanzialmente e generalmente antropologica, qualcosa che forse sfugge persino alle definizione degli istituti di ricerca di mercato e alle griglie dei sondaggisti tanto è diffusa e incontrollata: ggiovane è il concorrente 20enne o 40enne del reality del momento (e tutti quelli di ugualmente varia età che li guardano e che si riconoscono), ggiovane è il mondo televisivo e pubblicitario in generale, ggiovane è chi si iscrive al corso di capoeira e poi a quello di tango e poi a quelli di panificazione, ggiovane è l’ottimismo del premier in bandana, ggiovani sono i gadgets tecnologici che riempiono il presente delle persone, ggiovani sono le alleanze, i legami, gli impegni umani incapaci di serietà e di solidità, e forse ggiovani sono anche i bambini che come gli adulti si muovono mimetizzati nell’anarchia del web, delle nuove tecnologie della comunicazione e del divertimento, precocemente consumatori, esposti e massificati. Tutto insomma tende ad essere oscenamente, incontrollabilmente e sinistramente ggiovane.
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Clément Chéroux – L’errore fotografico

dicembre 26, 2009

Questo articolo è uscito nella rivista Alias del 12 dicembre

di Carlo Mazza Galanti

In una lettera del 1929 indirizzata al fratello una giovanissima Lee Miller, all’epoca assistente (e amante) di Man Ray, racconta di come un giorno, nella camera oscura, sentendo qualcosa sfiorare la sua gamba – probabilmente un topo – e spaventandosi per il contatto inaspettato, abbia istintivamente acceso la luce. Alcuni negativi di un nudo erano nella bacinella del rivelatore: «Man Ray li afferrò e li immerse in una soluzione di iposolfito e li osservò. La parte non esposta del negativo, il fondo nero, sotto l’effetto della luce si era modificato fino quasi ai bordi del corpo nudo e biancastro». Aveva scoperto la solarizzazione.
Casualità, serendipità, eterogenesi dei fini sono processi fondamentali, si direbbe, nella storia dell’invenzione artistica. Come ci ricorda Clément Chéroux, ne L’Errore fotografico, una breve storia (Einaudi, PBE, trad. di Rinaldo Censi), numerosi aneddoti, più o meno leggendari, confermerebbero il valore eminentemente euristico degli imprevisti operativi, anche e soprattutto in ambito artistico. Si racconta che Kandinskij abbia avuto la prima intuizione dell’astrattismo osservando una tela capovolta. Il vetro del Grand verre di Duchamp, inizialmente integro, si sarebbe rotto accidentalmente. E Hans Harp avrebbe concepito il suo primo collage osservando i frammenti sparsi di un disegno da lui stesso fatto a pezzi. Potremmo interpretare in questo senso anche l’uso deliberato della restrizione e dell’autolimitazione praticato da molti artisti e scrittori, dai conclamati oulipiani ad altri, meno sistematici, creatori à contrainte. Cosa può significare, ad esempio, scrivere un intero romanzo senza utilizzare una lettera (La disparition di Perec) se non un meticoloso sabotaggio del sistema linguistico, un modo ludico e vagamente masochistico di propiziare la disfunzione, di inceppare il codice per far emergere l’incidente, il lapsus rivelatore?
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Sangue dalle rape

dicembre 20, 2009

Oltre la congestione del traffico e l’eccitazione consumistica, il Natale favorisce anche più nobili e anacronistiche inclinazioni. Tra queste certamente il piacere delle favole. Proponiamo ai lettori di Minima&moralia questa splendida «fiaba nera» di Michele Mari. Originariamente commissionato dall’Istituto Trentino di Cultura in occasione della rassegna Mesi d’autore, questo racconto è stato rappresentato a Trento il 30 ottobre 2003, quindi pubblicato sulla rivista dell’Istituto (Comunicare / Letterature Lingue, 4, 2004), infine ripreso, due anni dopo, nel numero 25 di Riga dedicato Giorgio Manganelli. Ringraziamo l’autore per averci permesso di ripubblicarlo in questa sede.

di Michele Mari

Nevrotica e ambiziosa, la principessa Melania decise di por fine alla propria noia inventandosi qualcosa di esaltante. E poiché nella sua raffinatissima testa allignava il verme della demenza, si abbandonò come sempre alla sua ecolalia: «Esaltante esultante, sì sì, risaltante risultante, tanti salti risalenti, salienti, seminiamo le genti». Ripetuta sette volte questa litania, si diresse a uno dei tanti verzieri che circondavano il suo palazzo, e là, con gesto teatrale, sparse ovunque manciate di semi.
«Che semini, bella principessa?» le chiese il corvo.
«Semino rape: noi si semina rape: son semi di rapa rapiti alla morte, mi pare».
«Avrei vaghezza di saperne di più, sulla rapa».
«Rapa è quella da cui non puoi cavar sangue, imparammo: per questo io che affiso in alto e lontano lo sguardo ho deciso che caverònnelo. Deucalione e Pirra restaurarono l’umanità seminando pietrame, non potrò io suscitare la vita in rapis per rapas?»
«La vita di rape, ciò è sì», precisò il corvo.
«No, la vita sanguigna dell’uomo! La vita-vita, la nostra animale, la mia razionale!» si infervorò la principessa, che come le capitava in questi casi si abbandonò a una serie impressionante di tic nervosi, dei quali si liberò lentamente solo dopo averli ritmati.
«Domina gli strabuzzamenti nel metro siccome poetessa” pensò il corvo, ma se lo tenne per sé».
«Allora, la rapa», riprese la principessa dopo aver avuto ragione delle sue smorfie: «tu vedrai che la rapa è piena e compatta, ed è dura: ma insieme è sugosa: non solo, ma il suo miracolo risiede in certa sua interna trasparenza, come di madreperla: e vi discerni, se affisi lo sguardo, un sottile ricamo di venature, talquale la filigrana. Questa è la rapa, misteriosa ed ambigua, ma poi… tutto questo mistero, questi arabeschi, la sua iridescenza… ohibò, tutta questa bellezza rimane lì, sterile, inattuata come un simbolo vuoto, senza sangue, perché per definizione la rapa non è suscettibil di sangue: per questo io…»
«Susciterollo!» terminò il corvo, contagiato da tanto entusiasmo.
«Al dio degli orti piacendo», sospirò la principessa, cui non piaceva condividere il proprio entusiasmo con nessuno.
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L’amore nuovo

novembre 6, 2009

di Carlo Mazza Galanti

amorenuovoProbabilmente Philippe Forest non sarebbe diventato uno dei più interessanti, intensi e coinvolgenti romanzieri francesi della sua generazione. Probabilmente avrebbe continuato senza interruzioni la sua brillante carriera accademica; avrebbe continuato a interpretare con raffinata intelligenza l’opera di Sollers, di Proust e dei surrealisti, a disegnare con applicazione certosina mappe tematiche intorno ai romanzi di Butor e Robbe-Grillet, per consegnare infine i risultati delle sue ricerche ai colleghi di Cerisy o ai tipi di piccole edizioni universitarie. Probabilmente: se la sua vita non fosse stata sconvolta da un dolore che quasi nessuno, salvo trovarcisi dentro una volta per tutte, potrebbe impedirsi di ridurre ad una delle tante formule scaramantiche di cui la società offre un campionario inesauribile.
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