Posts Tagged ‘Christopher Isherwood’

Un uomo solo

gennaio 20, 2010

di Linnio Accorroni

A dar retta a molta cronaca cinematografica dal lido di Venezia in occasione dell’ultima Biennale Cinema ed al Fazio gongolante dell’ultima puntata di Che tempo che fa questo Un uomo solo (uscito il 15 gennaio) dovrebbe essere davvero un mix di eleganza e raffinatezza, almeno quanto lo era ieri sera nello studio televisivo il suo regista, quel Tom Ford che, da stilista glamour e talentuoso, ha saputo metamorfosarsi nel regista raffinato e ispiratissimo di questa pellicola. Sull’onda delle entusiastiche recensioni dal lido veneziano (Colin Firth il protagonista del film ha vinto anche il Premio Volpi quale miglior attore) quest’estate mi sono riletto, nella vecchia edizione Guanda (oggi è in circolazione una nuova edizioni targata Adelphi) il libro di Christopher Isherwood (1904-1986) da cui è stato tratto, con svariate licenze narrative, il film. Pier Vittorio Tondelli, che era un grande estimatore dell’opera omnia di Isherwood, nutriva soprattutto per questo romanzo una predilezione particolare, le cui tematiche fondamentali – il tema della morte del compagno e l’ impossibilità della rielaborazione del lutto – riaffiorano in maniera evidente anche nel suo Camere separate. Ma Un uomo solo era un libro anche adorato da Grazia Cherchi, critica di rango e di nerbo, tutt’altro che facile agli elogi, ma che nel suo Scompartimento per lettori e taciturni (Feltrinelli, 1997) celebra quest’opera alla stregua di un prezioso capolavoro tout-cort. A single man è del 1964, scritto quando Isherwood aveva 60 anni. È la descrizione, trasparentemente autobiografica, di una giornata del professor George Falconer nel dicembre del 1961 a Los Angeles: sullo sfondo c’è l’incubo della crisi internazionale legata alla Baia dei Porci, un evento che, fatalmente, in quei giorni, trasforma Cuba nel luogo più temuto e disprezzato dall’immaginario, fortemente suggestionabile e plasmabile, della upper class. Ma Castro è solo l’altra faccia della paura e dell’odio verso ogni forma di diversità, verso lo spettro di ogni alterità la cui estraneità – politico, sessuale, razziale, economica – sembra poter minacciare la quiete pacifica dell’alta borghesia californiana anni ‘60, una quiete confortevole e algida, costruita a colpi di drink, barbecue, prati da golf, televisione e supermarket. George è il protagonista incontrastato di questo racconto: professore d’inglese trapiantato in un college della California, sconvolto dalla recente morte per incidente automobilistico del suo giovane compagno Jim. D.F. Wallace diceva che le opere più belle si riconoscono perché sono capaci di far suonare dentro di noi quella sorta di squillo da jackpot di slotmachine.
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PopCamp

agosto 31, 2009

Una recensione camp del nostro Francesco Pacifico apparsa qualche tempo fa sulla rivista Rolling Stone.

di Francesco Pacifico

«Il miglior modo di nascondere una cosa è metterla in mostra».
Bellissima frase che non si sa mai quando usare. Per i sodomiti della Londra tardovittoriana, invece, era uno stile di vita. Gruppo eterogeneo di poveri, ricchi, nobili, amanti delle cose belle e dell’inversione, in una società che aveva inventato da pochi decenni il concetto di omosessualità per misurarli e ghettizzarli, si trovarono in questa curiosa posizione: non potevano negare di essere molto distanti dal noioso modello britannico di virilità, ma nemmeno ammettere cos’erano. Di fronte ai bisogni contraddittori e ugualmente imprescindibili di segretezza ed espressione, la soluzione era agghindarsi, fare scena, spiazzare per sfuggire alle definizioni. Un garofano verde all’occhiello, una vistosa pelliccia, andarsene in giro a sparare aforismi. Per questo genere di comportamenti cominciò a utilizzarsi la parola camp, che più o meno voleva dire mettersi sulla scena, esibirsi. Da allora la parola ha fatto moltissima strada ed è stata di volta in volta sinonimo di gay, travestitismo, pop (quando esplose come fenomeno negli anni Sessanta e tutti cominciarono a parlarne).
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