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Alternative al carcere

febbraio 1, 2010

«L’opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l’amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso. Il diritto all’informazione libera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispetto della sicurezza pubblica. Al ministro della Giustizia, che denuncia l’emergenza carceri, segnaliamo che esiste anche un’emergenza informazione, per questo chiediamo di cambiare regole e prassi autorizzando l’accesso ai giornalisti nelle sezioni delle carceri al fine di raccontare la quotidianità della vita reclusa, non solo gli eventi tragici o eccezionali».
Questo quanto si legge nelle pagina web del
Manifesto dopo l’appello lanciato dal quotidiano, in collaborazione con l’Associazione Antigone, di autorizzare l’accesso ai giornalisti negli edifici carcerari.
A minimum fax l’anno scorso abbiamo pubblicato un libro di Angela Davis, dal titolo
Aboliamo le prigioni?; ne pubblichiamo qui sotto un estratto che ci sembrava particolarmente significativo in questi giorni di dibattito sul tema.

«Lasciate perdere la riforma; è ora di cominciare a parlare dell’abolizione di carceri e prigioni nella società americana […] Tuttavia… abolire? E dove li mettiamo i detenuti? I «criminali»? Qual è l’alternativa? Intanto, non avere alternative creerebbe meno criminalità di quanto non facciano gli attuali centri di addestramento dei criminali. E poi, l’unica vera alternativa è costruire quel tipo di società che non ha bisogno di prigioni: una decorosa ridistribuzione del potere e del reddito, così da estinguere il fuoco occulto dell’invidia bruciante che infiamma oggi i reati contro la proprietà, che si tratti dei furti commessi dai poveracci o dell’appropriazione indebita da parte dei ricchi. E un senso decente della comunità che possa sostenere, reinserire e riabilitare davvero quelli che sono presi improvvisamente dall’ira o dalla disperazione, che li tratti non come oggetti – «criminali» – ma come persone che hanno commesso atti illegali, come la maggior parte di noi tutti».

Arthur Waskow, Institute for Policy Studies

Se aboliamo carceri e prigioni, con che cosa le sostituiremo? Questo è il grande punto interrogativo che spesso blocca ogni ulteriore considerazione sulle prospettive abolizioniste. Perché dovrebbe essere così difficile immaginare delle alternative al nostro attuale sistema detentivo? Ci sono svariate ragioni per cui siamo titubanti all’idea che sia possibile creare alla fine un sistema giudiziario totalmente diverso e forse più ugualitario. Innanzitutto pensiamo al sistema attuale, con la sua esagerata dipendenza dalla reclusione, come a uno standard assoluto e fatichiamo perciò a immaginare un qualunque altro modo di trattare gli oltre due milioni di persone attualmente rinchiusi nelle carceri, nelle prigioni, nei riformatori e nei centri di detenzione per gli immigrati. Ironicamente, perfino le campagne contro la pena di morte si fondano di solito sul presupposto che l’ergastolo sia l’alternativa più razionale alla pena capitale. Per quanto importante possa essere abolire la pena di morte, dovremmo renderci conto di come l’attuale campagna contro di essa tenda a ricalcare proprio il percorso storico che ha portato alla nascita della prigione come forma dominante di punizione. La pena di morte è coesistita con il carcere, nonostante quest’ultimo dovesse fungere proprio da alternativa alle pene corporali e capitali. È una dicotomia non da poco, che richiederebbe, per un’analisi critica, che si prendesse seriamente in considerazione la possibilità di collegare l’obiettivo dell’abolizione della pena di morte con le strategie per l’abolizione del carcere.
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