Posts Tagged ‘critica’

Critica da toccata e caduta: prove di testamento di Bloom

aprile 24, 2010

di Marco Pacioni

Com’è noto, gli angeli volano e si recano istantaneamente nei luoghi più lontani e diversi. Forse per questo hanno facilità a comparire in tante religioni, culture e forme d’arte. In molti hanno provato a seguirne il percorso e ad assumerne il punto di vista per capire di più le cose degli uomini. Si pensi all’angelo della storia della Tesi Walter Benjamin o agli Angeli sopra Berlino del film di Wim Wenders.
Nella cultura odierna, a tutti i livelli, la presenza degli angeli sembra godere ancora di ottima salute. È recentissima una monumentale pubblicazione di 2012 pagine a cura di Giorgio Agamben ed Emanuele Coccia, Angeli. Ebraismo, Cristianesimo, Islam (Neri Pozza). Circa tre anni fa, in dimensioni materialmente meno cospicue di quelle del libro di Agamben e Coccia, ma non meno ambiziose, ha toccato l’argomento Harold Bloom, Angeli caduti (trad. it. di Elisabetta Zevi, Bollati Boringhieri).
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I sette peccati capitali della critica italiana

aprile 16, 2010

Una sezione della rivista Lo Straniero del mese corrente è dedicata allo stato di salute della critica. Mi è stato chiesto cosa ne pensavo dell’argomento. Questo è il mio contributo.

di Nicola Lagioia

Relativamente alle faccende di creatività quando non addirittura di genio, ho sempre detestato gli apparati prescrittivi validi a priori. I «si scrive così o cosà», o i «non è più tempo delle voci off» sono discorsi che per me non hanno senso. Non mi azzarderei mai a biasimare preventivamente la poetica di uno scrittore, di un regista cinematografico, di un artista, sapendo bene come le opere d’ingegno siano capaci di spillare dalla singolarità da cui sono misteriosamente generate tesori ben più vasti di quanto possa contenerne il piccolo scrigno della mia filosofia (per quanto ad esempio in letteratura io provi una particolare affinità col tutto pieno e con una certa polifonia narrativa, sarei un vero trombone se affermassi che ai tempi di Faulkner l’asciuttezza di stile non aveva senso, soprattutto perché insieme con il conto mi verrebbe presentato L’Étranger di Albert Camus).
Allo stesso modo, non voglio entrare in questioni di merito per ciò che riguarda la critica (letteraria, cinematografica, teatrale, e così via). A ogni critico la propria vena creativa, le proprie ossessioni, il proprio stile, la propria – si spera – divorante curiosità, sempre che il risultato sia degno di nota. Per fare un altro esempio, non mi dispiacciono i Jefferson Airplane, e in più detesto la vecchia misoginia di stampo bianco anglosassone e protestante, ma quando Harold Bloom prova a spiegarci come i residui della cultura fricchettona da summer of love uniti a un certo femminismo andato a male abbiano contribuito a rovinare i dipartimenti di studi letterari statunitensi (per cui ad esempio l’orientamento sessuale in chiave politically correct assurge a valore estetico, e il romanzo di una lesbica afro-americana di estrazione proletaria e orientamento trotskista vale di per sé più della Wasteland di T.S. Eliot), bhe, io gli credo. E gli credo perché Bloom mostra non solo di aver approfondito l’argomento, ma anche di averlo sofferto, di saperlo inserire in quel contesto più ampio che è la storia della letteratura e della società che l’ha espressa e continua a esprimerla, di usare per esso degli strumenti d’indagine di tutto rispetto, e infine di saperlo dire, o meglio scrivere, il che non significa risultare persuasivi grazie a un banale esercizio di retorica, ma di essersi meritati perfino espressivamente l’asserzione di cui ci si fa portatori (così come leggendo la Recherche credo ai differrenti tipi di gelosia di Swann verso Odette e di Marcel verso Albertine, credo al Bloom di turno quando riesce a estrarre – attraverso l’uso della parola – il bene prezioso di una verità). Gli credo ovviamente anche perché ho letto la Wasteland e ho letto la Recherche, e mi sono convinto che la prima è una grande opera indipendentemente dalle opinioni monarchiche del suo autore, e la seconda non soffre neanche un po’ dal mancato outing di Albertine («oui, je suis Alfredo Agostinelli»).
A ciascuno dunque la propria ossessione, i propri talenti, le proprie strategie… Diverso il discorso se invece passiamo alle questioni di metodo. Fino a prova contraria, difficilmente crederò a uno scrittore che denunci la propria capacità di partorire un romanzo-mondo (mettiamo Cent’anni di solitudine) in otto giorni, o che rivendichi l’uso continuato di psylocibe cubensis – un potente allucinogeno – come possibile aiuto durante la scrittura di romanzi del tipo di Le relazioni pericolose (e cioè congegni narrativi retti da una struttura a prova di bomba, fatta per lo più di logica adamantina e spietata razionalità settecentesca), o che porti la propria naivité – l’avere letto pochissimi libri in vita propria – come solida base culturale da cui partire per costruire opere analoghe a La montagna incantata. Il fatto che questi siano metodi sbagliati rispetto agli obiettivi che si propongono io lo so per via induttiva: mi capita ad esempio di leggere romanzi che chiaramente sono scritti in modo sciatto e frettoloso (se un don Abbondio muovesse in modo spavaldo guerra ai bravi senza nulla che lo giustifichi – nell’ambito di un’economia estetica e narrativa in tutto simile a quella dei Promessi Sposi – come minimo l’aspirante Manzoni si è dato troppo poco tempo per rileggere e meditare il proprio libro prima di mandarlo in stampa).
Un discorso molto simile lo si può fare per la critica (ed è di critica che qui sto e voglio parlare, specie di critica letteraria, vale a dire quella che conosco meglio). A tal proposito, credo che la critica non solo debba, ma addirittura possa svolgere un compito importante per l’ecologia del nostro mondo culturale. Come accade tuttavia per i romanzi o per i film, a saggi critici e interventi giornalistici davvero utili e degni di nota o addirittura di grandissimo livello, vedo alternare totali sprechi di inchiostro nonché veri attentati a quel già fragile e traballante ecosistema che è appunto il nostro habitat intellettuale. E poiché (sempre induttivamente) molto spesso la cattiva e la pessima critica sono imputabili a problemi di metodo, la maggior parte dei quali si manifestano con una ricorsività che oserei definire «rivelatoria», voglio qui provare a enunciare almeno qualcuno tra i peccati capitali in cui credo di essermi imbattuto più frequentemente negli ultimi anni.
Non ho pretese di completezza. E mi auguro che l’essere in qualche modo parte in causa – sono uno scrittore di narrativa – aggiunga in esperienza e attenzione (l’attenzione che ho sempre prestato al lavoro di chi mi giudica) più di quello che sottragga in prevenzione e narcisismo.
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A lezione di cinema da François Truffaut

febbraio 18, 2010

Pubblichiamo un estratto da Il piacere degli occhi di François Truffaut

Sono l’uomo più felice del mondo, ecco perché: cammino per strada e vedo una donna, non alta ma ben proporzionata, molto scura di capelli, molto decisa nell’abbigliamento, con una gonna scura ad ampie pieghe che si muovono al ritmo del suo passo piuttosto rapido; le calze scure sono di certo ben agganciate al reggicalze perché sono tese in maniera impeccabile; il viso non è sorridente, questa donna cammina per strada senza cercare di piacere, come se fosse inconsapevole di ciò che rappresenta: una bella immagine carnale della donna, un’immagine fisica, meglio di un’immagine sexy, un’immagine sessuale. Un passante che la incrocia sul marciapiede non si lascia ingannare: lo vedo che si volta a guardarla, fa un mezzo giro e la segue. Osservo la scena. Ora l’uomo è arrivato all’altezza della donna, le cammina a fianco e le mormora qualcosa, sicuramente le solite banalità: beviamo qualcosa, eccetera. Lei comunque gira la testa dall’altra parte, accelera il passo, attraversa la strada e scompare dietro il primo angolo mentre l’uomo va a tentare la fortuna da qualche altra parte.
A questo punto salgo su un taxi e medito un po’ su quella scena così quotidiana nelle grandi città e non solo a Parigi. Istintivamente solidarizzo con la donna contro l’uomo e modifico la scena in base a quello che sto pensando in quel momento; mi dico che sarebbe fantastico se, per una volta, l’umiliazione la subisse un altro. Scrivo un appunto sull’agenda e quattro mesi dopo mi ritrovo in una strada dietro al Trocadéro, con una macchina da presa, una squadra tecnica di venticinque persone e due attori scelti per l’occasione, un uomo biondo e abbastanza alto, piuttosto bello e robusto, e una donna che – avrete già indovinato – è bruna, ben proporzionata e con una gonna ad ampie pieghe. E mi trovo lì, nell’esercizio del mio mestiere, che a nessuno permetterò di definire inutile o privo di interesse, e dirigo la scena. Chiedo all’attore biondo di camminare, incrociare la donna bruna, voltarsi a guardarla, tornare indietro, raggiungerla e parlarle all’orecchio. Non ho scritto delle battute per l’uomo perché non si sentiranno, se ne indovinerà solo il senso. A questo punto i due attori si avvicinano alla macchina da presa che li precede e l’attrice bruna afferra bruscamente l’importuno per il bavero del cappotto come per impedirgli di scappare e, indifferente a quello che possono pensare i passanti, aggredisce l’uomo con delle frasi che ho in mente da quattro mesi e che ieri sera ho consegnato all’attrice:
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aNobii: la rivoluzione viene dai lettori?

gennaio 7, 2010

Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 3 gennaio.

di Nicola Lagioia

«I Miserabili: titanico e geniale polpettone della letteratura moderna. Mostra i segni del tempo ma il Tempo non avrebbe proceduto sugli umani come ha fatto se il suo autore («un pazzo che si credeva Victor Hugo», lo definì Cocteau) non lo avesse scritto».
Questo sofisticato giudizio su uno dei romanzi più importanti del XIX secolo non è opera di uno scrittore, né di un critico, e nemmeno di un giornalista culturale. Si tratta di una delle tante recensioni che vi compariranno sullo schermo del computer alla voce I Miserabili collegandovi ad aNobii, il maggior social network letterario presente sulla piazza. Con un catalogo di quindici milioni di titoli e un’utenza che viaggia verso il milione di unità, questa sorta di Cafè le Procope del web 2.0 ha creato in poco tempo la più vasta e febbrile comunità di lettori che si sia mai data appuntamento in un luogo. Fondata a Hong Kong nell’agosto del 2005, la comunità telematica che prende il nome dal tarlo della carta si è espansa rapidamente, dischiudendo ai fanatici della lettura scenari che solo la Rete può rendere reali: riuscire a entrare in contatto nello spazio di un clic con chi ama (o odia, o semplicemente possiede) il libro che ci interessa, scambiare idee con lui o lei, esplorare – puro voyeurismo a fin di bene – la sua libreria seguendo commenti e voti dati a ogni volume (da una a quattro stellette), quindi magari trarre ispirazione per il prossimo libro da acquistare, leggere e segnalare a propria volta on line.
A chi scrive è ad esempio capitata la seguente avventura: considerando un mezzo bluff Nicolai Lilin, l’autore di Educazione siberiana, storia autobiografica di un giovane che cresce tra i criminali della Transnistria prima di trasferirsi nel cuneese come tatuatore e saltuario frequentatore di casa Pound a Roma, ho cercato il suo libro su aNobii sperando in molte stroncature. Ho trovato al contrario parecchi giudizi positivi, ma tra le stroncature ce n’era una che mi ha subito conquistato. Il titolo che precedeva la puntigliosa demolizione dell’opera di Lilin, a firma EnzoB («Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo – Nicolai Lilin: educato male»), era una presa in giro che sintetizzava molto bene la velleità del libro. Ho pensato che questo EnzoB doveva essere un mezzo genio, e mi sono lanciato nell’esplorazione della sua libreria. Vi ho trovato la stroncatura di un clone di Millennium («Stieg Larsson è morto, fatevene una ragione»), un elogio sperticato del bellissimo Suttree di Cormac McCarthy, fino a quando (dopo altre stellette e commenti che facevano guadagnare sempre più a EnzoB la mia fiducia) ho pescato la recensione del libro che da mesi sapevo inconsapevolmente di voler leggere: Il fabbricante di eco di Richard Powers. E poiché la recensione di EnzoB superava – per passione e competenza – tutti i pezzi su carta che avevo letto sull’ultimo Powers, a un certo punto ho spento il computer e sono andato finalmente a comprare il romanzo. Grazie aNobii, e grazie EnzoB.
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