Posts Tagged ‘Elogio della ghigliottina’

Autobiografia di una repubblica

dicembre 10, 2009

Riprendiamo il discorso di un nostro precedente post, in cui avevamo teorizzato come le tesi di Piero Gobetti nel suo Elogio della ghigliottina fossero ancora pericolosamente attuali e attuabili nel nostro Paese. Una conclusione molto simile sembra arrivare dal nuovo saggio di Guido Crainz, come ci racconta Nicola Lagioia in un suo articolo apparso sullo Straniero.

di Nicola Lagioia

La prima volta che sono andato in crisi riflettendo sul fascismo è stato davanti alle pagine di Piero Gobetti. Mi ero appena iscritto a giurisprudenza, galvanizzato come tanti altri studenti dal vento euforico di Mani Pulite, e fino a quel momento (complice la mia ignoranza e la retorica di una sinistra la cui crisi identitaria non era ancora così tanto conclamata) avevo considerato il Ventennio come qualcosa che – storicamente, eticamente, antropologicamente – riguardava sempre gli altri. Ma quando lessi per la prima volta il famoso «Elogio della ghigliottina», in cui il fascismo veniva definito da Gobetti come “autobiografia della nazione” ne fui spiazzato. E quando tre o quattro settimane più tardi mi sorpresi inattivo, e dunque complice, davanti a uno dei tanti abusi di potere che si consumavano in seno alla facoltà di legge di Bari (un professore aveva interrotto un esame per andare a ricevere un cliente importante nel suo studio d’avvocato), le parole di Gobetti mi tornarono in mente rivelando tutta la potenza del loro significato, e poi mi si piantarono davanti agli occhi come il più giusto dei rimproveri che avessi mai ricevuto. Il che, tra l’altro, la dice lunga sul valore dei maestri in carne e ossa che mi era capitato di incontrare nei miei primi diciannove anni di vita.
Una sensazione molto simile si può ricevere dalla lettura del nuovo libro di Guido Crainz, Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale (Donzelli, 241 pp., euro 16.50). Dopo l’interessantissima ricognizione del nostro passato recente operata nei suoi libri precedenti, il processo di avvicinamento di Crainz al cuore – vivo e marcio contemporaneamente, non morto direbbe forse George Romero – della nostra quotidianità tocca un primo importante punto d’arrivo con questo breve e lucido saggio. Utilizzando lo stile polifonico che è ormai diventato un suo segno distintivo, Crainz analizza l’attuale disastro italiano (politico, civile, ma soprattutto identitario) prestando continuamente la voce a tutti gli attori capaci di restituire una forma al pozzo nero in cui siamo stati capaci di infilarci, contrappuntando la propria ricostruzione dei fatti con fonti che vanno dalle bibliografie degli altri storici ai dati degli istituti di statistica, dal giornalismo alla letteratura, dal preciso termometro sociale che spesso è stata la musica leggera allo spesso inquietante apparecchio radiografico rappresentato dalla pubblicità.
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Elogio della ghigliottina

novembre 11, 2009

di Piero Gobetti

Ho riletto recentemente il celebre Elogio della ghigliottina di Piero Gobetti, pubblicato su La rivoluzione liberale nel novembre del 1922, all’indomani della marcia su Roma. Temo che, per certi versi, l’analisi e le riflessioni di Gobetti (allora appena ventunenne) siano purtroppo ancora attuali. Così, mi sembra utile sottoporre ai lettori di minima&moralia questo brano d’antologia scaturito da una delle menti più illuminate comparse nella storia recente del nostro Paese.

gobettiIl fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure.
La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il nostro antifascismo prima che un’ideologia, è un istinto.
Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antichi, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo letterario dei cristiani, delusione di ottimisti. La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti.
Temiamo che pochi siano così coraggiosamente radicali da sospettare che con queste metafisiche ci si possa incontrare nel problema politico. Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso un insolente realismo obbiettivo.
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