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L’ultimo giorno di Firmin

luglio 22, 2009

Credo che i capolavori del modernismo abbiano ancora molto da dare agli appassionati di letteratura. Tra questi c’è sicuramente Sotto il vulcano di Malcolm Lowry. Per i lettori che non si siano mai addentrati nella «Divina Commedia ubriaca» dello scrittore inglese o per quelli che – pur conoscendola e amandola – continuano a farsene interrogare, proponiamo questo importante e sentito pezzo di Enzo Golino, che di Lowry si occupa sin dai tempi del Mondo di Pannunzio (un suo articolo su Ultramarina uscì nel 1964) e ha continuato a farlo nel corso degli anni. Un ringraziamento a Golino per averci concesso di riprodurre qui il suo lavoro, e una buona lettura agli amici di MinimaetMoralia.

di Enzo Golino

Pochi scrittori come l’inglese Malcom Lowry sanno raccontare il primordiale senso di colpa che accompagna i destini dell’umanità. Più vicino a Conrad e a Melville che a Dostoevskij, l’autore di Sotto il vulcano trasforma l’autobiografico console Geoffey Firmin in un capro espiatorio dell’angoscia metafisica. Lo sfrenato narcisismo di quest’uomo ironico e appassionato, lucido anche nelle nebbie del delirio alcolico, è un retaggio romantico approdato agli esperimenti del romanzo moderno. E il Modernismo letterario di matrice anglosassone, situato fra il 1910 e il 1930 – suo massimo vertice l’Ulisse di Joyce – è la culla in cui matura la narrativa di Lowry, quasi tutta tradotta in italiano fin dal racconto «Elefante e Colosseo» (presentazione di Emilio Tadini, Quaderni milanesi n.1, autunno 1960).
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