Posts Tagged ‘fratelli Coen’

Se i Coen avessero preso le distanze dai Coen

maggio 8, 2010

di Giuseppe Zucco

Alla letteratura secca e tagliente di Cormac McCarthy, una tra le migliori penne americane, i fratelli Coen hanno sostituito un cinema altrettanto misurato e levigato. Al posto di frasi chirurgiche, di un altissimo senso del ritmo, di un uso della punteggiatura che corteggia le pause di respiro del lettore, di un linguaggio che rasenta l’oralità e la nitidezza delle descrizioni – una scrittura così raffinata che si fa immagine e apre alla visione della storia e alla comprensione dei motivi che la fondano – ora si trovano delle immagini nette ma non ugualmente necessarie.

L’operazione dei fratelli Coen è stata semplice, apparentemente. Libro alla mano, lo hanno letto da cima a fondo, ne hanno selezionato le parti adatte per una trasposizione cinematografica, e infine hanno sfilato via lo scheletro narrativo dalla carne viva del romanzo. Inseguimenti, sparatorie e fiumi di sangue: quella era la cosa più facile da mettere in scena. Molto più complesso tratteggiare i personaggi, scolpire con la luce i protagonisti, mettergli tra le pieghe del viso un’espressione esatta che raccontasse un passato, un futuro, il guado del proprio presente.

E ci sono riusciti con Llewelyn Moss, l’uomo che trova una valigia ripiena di dollari e fugge via. Ci sono riusciti con Anton Chigurh, rendendo quasi umana l’incarnazione paranoica del Male, che non ha storia né tempo, che sparisce così come arriva, che ritornerà di sicuro – un Javier Bardem senza eguali, perfettamente in parte, spietato sotto un caschetto buffissimo, talmente buffo da restituire il Male per quello che è: ridicolo e noioso, ripetitivo nella morte che si trascina dietro.
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I segreti di Twin Peaks (II parte)

settembre 19, 2009

di Paolo Pecere

3. Si tratta di un’ipotesi, forse astrusa. Ma per metterla alla prova, o almeno capirla meglio, si deve almeno mettere a fuoco questo rapporto interno realtà-finzione proprio del cinema di Lynch (che tuttavia, si è visto, pare riflettere, nei suoi termini storicamente contingenti, una più generale caratteristica del rapporto realtà-finzione, dalle pitture murali e i rituali d’iniziazione delle cosiddette civiltà primitive al moderno feticismo dell’opera riproducibile: cioè la tendenza al collasso della distinzione tra attori, personaggi e spettatori). Si è detto che – a prescindere da un diversamente demarcato filtro ironico – un rapporto analogo legherebbe gli spettatori televisivi nel film, che vedono Invito all’amore, e gli spettatori esterni allo stesso film. Si tratta di un compiacimento compulsivo, si direbbe quasi chimico, per il dipanarsi di rapporti inverosimili, ma soprattutto per le loro componenti puramente sensibili, a dispetto del carattere solo abbozzato dei personaggi – come se questi dovessero necessariamente sfumare sullo sfondo, più vistosamente di quanto accada nelle comuni fiction, meno trasparenti o meno consapevoli dei propri meccanismi.
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