Posts Tagged ‘Gianluigi Ricuperati’

L’inventario dell’amore

gennaio 28, 2010

Pubblicato sulla Domenica del Sole24Ore il 10 gennaio 2009.

di Gianluigi Ricuperati


L’amore inizia come un’esperienza di invenzione e finisce come un’esperienza di inventario. Il secondo libro di Leanne Shapton, trentasettenne autrice canadese e residente in America, si regge interamente su un’idea: raccontare la nascita, lo sviluppo e la dissoluzione di una storia d’amore come se i due protagonisti avessero deciso di mettere all’asta tutto ciò che di tangibile ha attraversato l’aria che univa e separava e definiva i loro corpi e i loro cuori: gli oggetti, le cartoline, le fotografie, le stampe di e-mail, le scritte sui tovaglioli, i piccoli doni e i soprammobili, gli abiti e i fermacarte: e ancora libri usati e amati, portafortuna e compact disc, videocassette e ritagli. Ma Important artifacts and personal properties from the collection of Lenore Doolan and Harold Morris, including books, street fashion and jewerly non è un romanzo che racconta di un’asta. È la fedele, inventaria riproduzione di un catalogo d’asta, di un’asta in cui nessun articolo vale più di cento dollari, che nessun collezionista frequenterebbe e nessun battitore consegnerebbe al tirannico ritmo del martelletto.

(more…)

Impegno in doppiopetto

dicembre 30, 2009

Questo articolo di Gianluigi Ricuperati è stato pubblicato qualche domenica fa sul Sole 24 Ore e racconta la persona e il lavoro di Frederick Seidel, poeta inedito in Italia considerato però un maestro nel suo paese. Data la recente apertura di minima&moralia alla poesia ve lo riproponiamo.

di Gianluigi Ricuperati

Signore, voglio sentire le tue mammelle. / Voglio far partire le cellule staminali. / La Casa Bianca è preparata / A farmi volare a velocità Mach 3 verso una località sicura segreta. Frederick Seidel ha 73 anni e abita in un appartamento dell’Upper West Side con vista da falco su Broadway, veste in doppiopetto italiano e possiede almeno cinque motociclette Ducati di cui una fatta apposta per lui. Ha pubblicato Final Solutions (lui, ebreo) nel 1963, sotto l’egida di Robert Lowell, il padre della confessional poetry che di lì a poco avrebbe intervistato per la Paris Review. Poi niente, per trent’anni circa: infine, uno dopo l’altro, volumi sempre più originali e potenti: è l’ennesimo caso di artista che trova la propria corda in tarda età, e quando la trova non sbaglia un colpo e d’incanto se ne accorgono tutti – anche il Paris Review, che lo intervista a sua volta sul penultimo numero. Nelle fotografie ha lo sguardo di chi si presenta all’ennesima cena in un ristorante stellato Michelin e vede, intorno, commensali, poi cannibali, poi ancora commensali, e infine ancora cannibali. Vede se stesso. Vede te e vede me. Io vorrei raccontare chi è Frederick Seidel; cos’hanno di unico ed esemplare i versi raccolti per la prima volta in Complete Poems 1959-2009, un volume antologico uscito in primavera da Farrar Straus & Giroux, raccogliendo recensioni entusiastiche da parte di critici, di poeti come Charles Simic e soprattutto una vasta ed eterodossa compagine di giovani narratori sparsi in giro per il mondo; vorrei raccontare perché all’improvviso mi è successo di riconoscere in un uomo nato nel 1936 un esempio d’impegno pressoché assoluto – sì, impegno: ho usato proprio quella parola, per uno che ha passato tutta la vita a collezionare amanti bellissime, beni di lusso, e tonnellate di sprezzatura. Passo la gran parte del mio tempo a non morire. / È a questo che serve vivere. / Mi arrampico su una moto. / Mi arrampico sulle nuvole e sulla pioggia. / Mi arrampico su una donna che amo. / Ripeto i miei temi.
(more…)

Il non-italiano

settembre 21, 2009

Nel 2007 La Stampa commissiona a Gianluigi Ricuperati un articolo su Renato Soru, all’epoca Presidente della Regione Sardegna, con cui Ricuperati collabora insieme a Stefano Boeri per l’organizzazione di Festarch, un festival internazionale di architettura che si tiene ogni anno a Cagliari. L’articolo non verrà mai pubblicato. Ma oggi che sappiamo come sono andate a finire le cose  il suo contenuto sembra  ancora più attuale, mostrando sotto traccia le ragioni della sconfitta di uno sconfitto potenziale. Soru è anche in modo silenzioso il grande assente alle primarie del Partito Democratico in corso di svolgimento.

di Gianluigi Ricuperati

Cosa si può pensare di un uomo che quando si presenta la prima volta ti saluta con la voce ferma e sommessa, tendendo il braccio come un militare; e quando ti conosce abbastanza l’unica differenza ha a che fare proprio con quel braccio, un po’ più rilassato, più vicino alle costole, finalmente molle e mobile? Ora sto cenando con lui e altri: è seduto davanti a me: qualcuno sta finendo di raccontare una storia, lui sembra sempre disattento e parla pochissimo. Il potere, questa astrazione invadente, ha di solito entrambe le caratteristiche: silenzioso, continuamente distratto. Lui, però, pare anche spesso a disagio: è un amministratore ma non si accontenta di amministrare, non ha lampi di seduzione. Chiede vuoi l’acqua? Chiede che cosa ne pensate. Chiede mi passi le posate. Ma è chiaro che se davvero potesse farebbe come i religiosi shaker americani: si alzerebbe, appenderebbe tavoli e sedie al muro e libererebbe lo spazio conviviale per fare qualcosa di nuovo, un’idea ambiziosa, un progetto folle, un’ossessione da far calare nella realtà. Quando se ne trova di fronte uno che gli interessa risponde quanti soldi servono? Ma la simpatia, l’accordo temporaneo delle voci, l’armonia del vino e del cibo – è evidente – sono dei passatempi sbagliati.
(more…)

Il nido

agosto 17, 2009

di Gianluigi Ricuperati

La Cina contemporanea è un luogo del tempo storico in cui quando si arriva al primo gennaio e si pensa al 31 dicembre – beh, il 31 dicembre è davvero l’anno scorso. Lo stadio di Pechino, progettato dallo studio svizzero Herzog & de Meuron in occasione della formidabile accelerazione olimpica – un’accelerazione dentro un’altra accelerazione, quella più generale dell’economia cinese – è un luogo dello spazio storico in cui le cose sono fatte: intendo proprio fatte, con tutto lo scarto etico ed estetico tra ciò che è ancora da fare e ciò che si è davvero fatto, cioè: le cose ancora da fare le guardi ossessivamente, come un simulacro o un monito, o un ammonimento; le cose fatte invece ti guardano, perché sono il disastro riuscito che permette al mondo di funzionare: le case si illuminano, le griglie elettroniche attraverso le quali passano i dati di milioni di transazioni bancarie si aprono con cadenza binaria senza errori degni di nota: le cucine vengono pulite, le tavole vengono imbandite: le strade vengono lavate. Gli edifici vengono costruiti. E dopo non c’è più possibilità di intervento (persino abbattere, perfino demolire è un atto che non nega l’esistenza di qualcosa – anzi, l’afferma con violenza anche maggiore).

(more…)

Una conversazione con Rem Koolhaas

luglio 10, 2009

di Gianluigi Ricuperati

GR: Visto che questa sarà una conversazione sulla scrittura e sulla letteratura, vorrei dichiarare con forza che almeno ora, per questa occasione, Rem Koolhaas non è un architetto ma uno scrittore. La mia prima domanda, infatti, riguarda l’angoscia dell’influenza, termine coniato da Harold Bloom, un teorico della letteratura che in un suo saggio sostiene che per trovare la propria voce bisogna liberarsi dell’influenza dei padri. Vorrei chiedere a Rem Koolhaas da quali influenze si è liberato, se pensa di aver trovato una propria voce e, se sì, quando l’ha trovata. Per me la sua “voce” assomiglia a qualcosa di simile al film Weekend di Jean-Luc Godard riscritto da Roland Barthes.

RK: Questa è la prima volta che sono invitato a parlare in veste di scrittore, e ne sono molto felice. Credo che nel mio caso l’angoscia dell’influenza sia una questione particolarmente complessa perché mio padre era uno scrittore e lo sforzo maggiore per me è stato convincere me stesso che potevo entrare nel territorio già occupato da lui. Ho cominciato a scrivere di architettura e di architettura di interni in inglese, una lingua che non era la mia, e penso che questa sia stata forse la mia prima strategia per liberarmi, per entrare in un territorio differente in cui il confronto fosse più libero e anonimo. Come dimostrano le mie opere o la mia carriera, più che temere le influenze le ho accettate volentieri. Ritengo anzi che alcuni dei miei contributi più originali siano quelli che sono stati più soggetti a un’influenza esterna. Ho capovolto il modello, insomma.

(more…)