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La perdita del mondo e della carne

marzo 25, 2010

di Carlo Mazza Galanti

È impossibile concentrare in poche righe la ricchezza umana e intellettuale di una personalità complessa come quella di Ivan Illich (1926 – 2002). Storico, filosofo, teologo, pedagogo, moralista, animatore culturale, ecologista militante, spirito indipendente, reazionario illuminato: difensore appassionato delle differenze locali (ma critico accanito dell’ecumenismo multi-culti promosso dal pensiero più conformista e passivo), preoccupato sostenitore delle minoranze svantaggiate (ma duramente polemico verso ogni forma di assistenzialismo e d’imposizione amministrativa), studioso raffinato delle tecniche del passato e del presente (ma implacabile avversario della tecnocrazia). Illich è autore di un discreto numero di opere che non esiterei troppo a definire fondamentali. Di «pamphlet», come li chiamava lui stesso, libri piuttosto brevi e davvero unici per la loro capacità di unire a uno stile divulgativo la complessità di un pensiero tra i più fervidi, originali e incisivi. Testi agili, scritti in punta di penna (Illich sapeva anche essere un straordinario scrittore), sostenuti da un gigantesco bagaglio culturale ed esperienziale. Libri nei quali una cupa visionarietà apocalittica riesce a convivere con la lucidità e con la volontà di scommettere sul futuro, sulla possibilità di ricostruire un mondo abitabile: una «terra», per usare una parola sua. Poliglotta e inesausto viaggiatore, cosmopolita dalla nascita, Illich ha creato un centro di ricerca a Cuernavaca, in Messico (il Cidoc, Centro Intercultural de Documentación), ha avuto (ed ha) discepoli disseminati nei quattro continenti. Ha suggerito, avviato, reso possibile un numero indefinito di importanti iniziative sociali e culturali in ambiti estremamente differenziati. Rappresenta una riferimento indispensabile per tutti coloro che vogliono vedere, capire, e soprattutto cambiare.
È stupefacente la scarsa attenzione consacrata, oggi in Italia, a questa grande figura. Quasi nessuno parla di Illich, qui da noi. La divulgazione dei suoi libri è affidata a piccoli e coraggiosi editori: Boroli, Eleuthera, o la Libreria Editrice Fiorentina. Da quest’ultima è stato recentemente pubblicato La perdita dei sensi, l’ultimo libro dato alle stampe dallo studioso, una raccolta di testi eterocliti composti da Illich nei suoi ultimi anni di vita. Alcuni di questi, i più personali, vibrano di una particolare, difficile emotività, qualcosa che ha senz’altro a che fare con ciò che Illich chiamava «l’arte della morte». La perdita dei sensi, insieme alla lunga intervista con David Cayley, è la migliore summa del pensiero di Illich. Il libro da cui cominciare. Ringrazio di cuore Giannozzo Pucci per avermi permesso di pubblicare su minima&moralia il testo che chiude il volume.
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