Posts Tagged ‘Giorgio Vasta’

L’Italia è un paese antigravitazionale

novembre 4, 2009

Questo testo è uscito sul numero 7 della rivista Mono, edita da Tunué, ed è stato trasformato in un’istallazione durante il Festival di Arte e Cultura Contemporanea tenutosi a Prato dall’1 al 4 ottobre. Qui i dettagli.

di Giorgio Vasta

vauroLa scorsa estate, in giro per i quartieri di Palermo, mi sono imbattuto in una festa di piazza. Una specie di processione che mobilitava tanta gente. Tra i penitenti, il carro con il Cristo, i dolci e le famiglie ho notato un bambino di tre quattro anni che stringeva nel pugno un filo di nylon semi-invisibile. Ho seguito il filo con lo sguardo e in cima, barcollante sopra le teste della folla, c’era Berlusconi. Un palloncino a forma di Berlusconi. Il suo viso, il suo sorriso, la stempiatura, il naso a patata un po’ pronunciato, un rosso clownesco intorno alle labbra. Gli occhi neri con un lampo bianco al centro della pupilla. Ce n’era solo uno, di questi palloncini, ed è stato sufficiente perché nel giro di qualche minuto, continuando a vagare per la festa senza mai perdere d’occhio Berlusconi gonfio d’elio – il suo impulso verso l’alto contrastato dalla presa ferrea del bambino che stringeva il filo – mi sono reso conto di qualcosa.
Mi sono reso conto che l’Italia è un paese antigravitazionale. Una capsula spaziale all’interno della quale nulla, mai, mai più, ha facoltà di cadere. Di ac-cadere.
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Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria

ottobre 23, 2009

new-logo-novevolt1Questo testo è la seconda parte di un’introduzione alla collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, a partire dal 2011, per la casa editrice Zona. Il primo testo può essere letto qui, ed ha il carattere di un’apertura violenta del vaso di Pandora. Questo secondo testo, dopo l’apertura del vaso, ci guarda circospetto dentro, e si interroga sul futuro e la possibilità di scardinarne le pareti, o almeno distanziarle. La collana Novevolt, oltre a proporsi come soggetto culturale nell’organizzazione di un festival letterario nazionale (ULTRA-Festival della letteratura, in effetti) e di altri progetti collaterali, auspicherà una promozione, attraverso piccoli libretti, romanzi brevissimi e racconti lunghi di autori affermati e giovani promesse, di luoghi quali la qualità, la densità e il rischio nella letteratura italiana. Le prime due uscite saranno gli autori Enzo Fileno Carabba e Franz Krauspenhaar. [Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi]

di Alessandro Raveggi

Viviamo, oggi, in una condizione in cui le nostre parole sono un nodo, una tag associata a un’informazione, verso le quali e dalle quali si irradia una rete, alcune reti, nella Rete. La Rete è un modello di autonomia relativa, di libertà limitata e temporanea, meravigliosamente anarchico e labirintico (per i fanatici del labirinto), ma anche ambiguamente accessibile. Siamo completamente accessibili, siamo completamente visibili, purtroppo, ovvero: vulnerabili. La Rete ha le sue falle e i suoi pescecani, che navigano a vista con i propri specchietti per le allodole tra i denti. La possibilità di essere fregati, di essere illusi, di perdere la nostra libertà, è paradossalmente maggiore. Dal Sistema anarco-capitalistico in crisi, dal mainstream che pur sta cercando di mimetizzarsi nella nostre forme di resistenza vitale, quasi biologica – per rinascere quando forse rinasceremo – si è sempre delusi.
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La causa e l’affetto

ottobre 15, 2009

logofactoryVenerdì 2 ottobre è uscito sul Manifesto questo articolo di Giorgio Vasta come introduzione alla writer’s factory – Oronzo Macondo organizzata da Agnese Manni nel cuore del Salento. Una singolare tre giorni con autori e critici impegnati in tavole rotonde, dibattiti e workshop sulla letteratura contemporanea e soprattutto sul suo rapporto con il web. Qui sotto vi lasciamo anche il link del sito Oronzo Macondo, dove potrete curiosare tra le foto e i video dell’evento e leggere gli interventi dei vari protagonisti.

di Giorgio Vasta

Per quale ragione se dalla tastiera del mio computer salta via una lettera io di colpo mi sento sdentato? E perché se la barra spaziatrice smette di funzionare costringendomi a scrivere le parole senza spazi, dando così luogo a un lungo grottesco nastrino alfabetico, ho la sensazione fisica che la mia lingua diventi un blocchetto di gesso inarticolabile? E ancora, come si spiega che se per qualche motivo la connessione a internet non è attiva io non solo non mi limito a constatare il guasto con un sentimento neutro ma subito mi convinco di stare subendo un terribile ingiustizia, la preclusione di un diritto logico, una ghettizzazione che mi esclude da qualcosa che magari non saprei perfettamente definire ma che ha comunque un’importanza capitale? Detto in altri termini: com’è possibile che nel giro di poco più di dieci quindici anni il supporto tecnologico che usiamo per scrivere – con tutte le sue diramazioni e le sue spire molteplici che lo immergono nel fitto della rete – sia entrato così profondamente dentro di noi, nella nostra storia personale, e che questo sia avvenuto mobilitando quote di affettività concreta – di umanità – che solo dieci anni fa ci sarebbero sembrate inimmaginabili e in ogni caso parecchio discutibili?
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Berluspinning. Il premier come trainer #2

ottobre 5, 2009

di Giorgio Vasta

Deduzioni e teorie
È evidente che l’ecosistema attraverso il quale il gruppo di spinner si sta muovendo non aderisce a regole biologiche, discendendo piuttosto dall’apparato retorico di immagini cosiddette suggestive e pittoresche che è patrimonio di ogni trainer di calibro.
Tutto questo ci porta nel cuore del fenomeno spinning.
Lo spinning è essenzialmente un’attività che pone come condizione centrale – come patto ineludibile, potremmo dire, e oseremo spingerci fino a parlare di contrattola dissimulazione del dato di realtà. O, meglio, una interpretazione dissimulatrice del dato di realtà.
Nei trenta minuti trascorsi ancorato alla cyclette, accartocciato e rantolante, con la spina dorsale che crepitava e la muscolatura striata che dissolveva in fiocchi di cotone, io ero di fatto chiuso all’interno di un seminterrato. Sentivo caldo, sentivo puzza. Intorno a me c’erano altre dieci persone che si accanivano sui pedali e sul manubrio modificando l’impugnatura e la frequenza della pedalata, risollevando le spalle a un segnale del trainer o riaccoccolandosi a conchiglia quando si doveva scendere in picchiata lungo una forte pendenza.
Ora, io dico «scendere in picchiata», dico «forte pendenza», e nel dirlo visualizzo le condizioni orografiche che il trainer evocava man mano, ma se vengo fuori dall’incantamento e mi concentro bene sono certo che non c’era niente di tutto ciò. Ero chiuso in un seminterrato insieme ad altre dieci persone sudate e stanche come me, intorno a noi solo specchi appannati, la musica a tutto volume nelle orecchie che passava da una frequenza all’altra, la puzza stretta nel naso, il cuore che batte a casaccio, un senso di collasso incipiente, in via San Massimo 40d, a Torino, tempo fa.
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BerluSpinning. Il premier come trainer (I parte)

settembre 30, 2009

Riportiamo un pezzo di Giorgio Vasta apparso qualche anno fa su Nazione Indiana, e tuttavia ancora spaventosamente attuale.

di Giorgio Vasta

Ci sono retoriche – anche retoriche politiche e di configurazione sociale – che si incarnano in un’attività fisica, in un impegno muscolare e agonistico. Lottare, ad esempio, oppure correre, tirare di scherma, pedalare.

Per la prima volta ne ho sentito parlare tre anni fa. Mi ero iscritto a una palestra a due passi da casa – economica, scalcinata, essenziale. Quello che mi serviva. Desideravo recuperare un po’ di forma, di tono muscolare, un minimo di elasticità, di postura, eventualmente persino vigore. Prima dei fisiologici prolassi, del crollo dei pannicoli, della disgregazione delle adipi. Avevo bisogno di stancarmi fisicamente per dormire meglio la notte e per favorire la digestione.
Avevo fatto l’iscrizione base, quella che ti permette soltanto l’utilizzo della sala attrezzi, rinunciando così a tutte le altre attività, dal tone up al tai-chi al cosiddetto gag (gambe addome glutei). Prevedevano orari precisi, lavoro di gruppo, la presenza di un istruttore. E poi, al di là di questo, mi imbarazzavano in sé, mi davano la sensazione di un coinvolgimento eccessivo, di affiliazione. Preferivo un’attività più solitaria, persino introversa, crepuscolare.
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Occhiali, sigarette e bocconi di carne: ovvero, raccontare storie come lotta tra il normale e l’eccezionale

agosto 24, 2009

Questo articolo è apparso, in forma diversa, sul bimestrale PiBook, nei numeri di maggio/giugno 2008.

di Giorgio vasta

sarajevo_blogDurante la guerra in Bosnia, un fotoreporter americano, Ron Haviv, scatta una fotografia. Nella fotografia ci sono tre militari, due dei quali si guardano intorno imbracciando le armi. E ci sono tre civili. Proni sul marciapiede umido, le teste nascoste tra le braccia. Il terzo militare – uno delle famigerate tigri di Arkan – sta per colpire con un calcio uno dei civili, una donna. Sta per colpirla, e per certi versi continuerà a stare per colpirla all’infinito, in una specie di riverbero incompiuto di quel movimento, perché Ron Haviv ha scattato la sua foto esattamente nel momento in cui la gamba destra del soldato è piegata all’indietro e il calcio sta per essere sferrato.
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Il Grande Fratello ai tempi degli zombie

luglio 30, 2009

Questo articolo è apparso, in forma diversa, sul bimestrale PiBook, nei numeri di gennaio/febbraio 2008 e di marzo/aprile 2008.

di Giorgio Vasta

Più o meno, la televisione la guardiamo tutti. Lamentandocene, e a ragione, oppure seguendone i programmi con sospetta appassionata partecipazione. In ogni caso, anche quando vogliamo farne a meno, anche nei periodi in cui abbiamo l’impulso a chiudere l’apparecchio dentro il cestello della lavatrice, ugualmente quello che sta nella tv, e che dalla tv viene fuori, ci raggiunge. Perché la tv è tentacolare, si insinua in ogni interstizio, arriva dappertutto. È come la polvere quando abbiamo appena finito di pulire: c’è ancora.
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Quando parliamo della nostra generazione

giugno 13, 2009

Fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso

di Giorgio Vasta

Quando usiamo espressioni come “la mia generazione”, “la nostra generazione” – spesso pronunciandole con orgoglioso autocompiacimento o con sottintesa recriminazione, sempre calcando sul possessivo che delimita i confini e marca le differenze – stiamo facendo una mappatura del tempo. Lo distinguiamo in zone cercando di riconoscere, nella filiazione o nel contrasto tra le diverse generazioni, una dialettica e dunque un cambiamento.
Rappresentazioni di questo genere valgono anche in ambito letterario: la generazione degli scrittori che hanno una quarantina d’anni, la “mia” generazione di scrittori, esiste in fuga. Nel senso che si allontana da qualcosa e procede verso qualcos’altro: non lo fa serenamente – e del resto nessuno lo pretende – e neppure con una consapevolezza inscalfibile, semmai come scappando da un’esplosione.
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