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Ahmand e i suoi fratelli indiani ridotti a schiavi per trenta euro al mese

gennaio 4, 2010

Vi riproponiamo un’inchiesta di Alessandro Leogrande uscita sull’Unità; sembra incredibile che queste cose accadano nel nostro paese e per mano di nostri connazionali brava gente. Leggete dunque per credere.

di Alessandro Leogrande

Il grave sfruttamento lavorativo lambisce sempre più marcatamente il lavoro migrante in Italia, come denuncia l’associazione «On the Road» (una delle organizzazioni del Cnca, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) che tra Marche, Abruzzo e Molise ha seguito i casi di 37 uomini e 4 donne cui è stata concessa la protezione sociale garantita dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione.

Oggi, come segnalato dal capo della squadra mobile di Roma Vittorio Rizzi, i programmi di protezione sociale che hanno permesso di liberare migliaia di vittime di tratta a fine sessuale o lavorativa, sono in vertiginoso calo. Eppure storie come quelle intercettate ogni giorno da decine di associazioni simili a «On the Road» suggeriscono che quei programmi andrebbero capillarmente estesi. Includendo, appunto, una vasta gamma di casi che vanno dall’ ipersfruttamento delle braccia alla riduzione in schiavitù vera e propria.
Per capire di cosa stiamo parlando, raccontiamo una storia accaduta a Carsoli, un paesino in provincia di L’Aquila. Nell’aprile del 2007 Ahmad e altri 15 operai indiani iniziano a lavorare presso una ditta di gessi e stucchi. Vengono dalle province di Calcutta, Kanpur e da altre regioni dell’India. Non conoscono una sola parola d’italiano. Ahmad, che ha 25 anni e per tutta la vita ha fatto il contadino, è stato contattato nel suo villaggio da un intermediario che gli ha promesso un lavoro da mille euro al mese in Europa. Così, fa una colletta tra i conoscenti, ipoteca il terreno della sua famiglia e dà al «caporale» 6.000 euro per coprire le spese del viaggio, il rilascio del visto e la ricerca del «posto di lavoro». Formalmente tutti e 16 vengono assunti comelavoratori distaccati da un ditta con sede a Dubai, che si scoprirà essere intestata a un parente del loro datore di lavoro. Ma nel paese arabo non metteranno mai piede.
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