Posts Tagged ‘ironia’

Ricci vs Lagioia

aprile 21, 2010

A proposito dell’argomento: qual è oggi il linguaggio del potere?, si è consumato di recente, sulle colonne de Il Fatto Quotidiano, uno scontro tra Nicola Lagioia e Antonio Ricci. Aveva iniziato Lagioia scrivendo in un suo articolo:

Credo che un buon libro sia sempre di per sé contro il potere, visto che parla, per sua intima natura, una lingua antitetica rispetto a quella dominante, che oggi per intenderci è la lingua pubblicitaria, intesa ovviamente in senso lato (il linguaggio della politica è quasi sempre pubblicitario). È per questo che ritengo che l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia ad esempio una fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio. E chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui.

Antonio Ricci ha risposto sullo stesso giornale.
È seguita la replica – sempre sul
Fatto – di Lagioia.

La risposta di Antonio Ricci

Caro Nicola Lagioia,
Fascista sei tu! Con tracotanza e violenza, mi accusi di essere una «fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi», perché uso il loro stesso linguaggio.
Le prove di quello che scrivi non esistono, naturalmente, per la tua esecuzione sommaria bastano i pregiudizi razzisti di cui grondi. Mi spiace che tu non capisca che quello che si propone Striscia è un lavoro di smontaggio, di messa a nudo di quei meccanismi che sono in grado di rivelare al telespettatore la natura di finzione della Tv. Se la televisione è l’oggetto da decostruire, la scelta più efficace è cercare di demolire il genere televisivo che più di tutti gli altri chiede, ottiene credibilità, e si propone come contrario della finzione, come “finestra sul mondo”: l’informazione.
Il dubbio è il padre di Striscia. Il linguaggio usato è quello dell’ironia. Nessuno al mondo ha mai conosciuto un fascista dubbioso e ironico. Te lo dico dalla mia continua e consapevole esperienza di antifascista (pensa che, ironia della sorte, l’ANPI mi dà la tessera onoraria).
Striscia da sempre ha dato voce ai consumatori, ai più deboli, agli handicappati. Tu senz’altro dirai «me ne frego», come hai scritto «me ne frego se Striscia critica Berlusconi». «Me ne frego», te lo voglio ricordare, è lo slogan del tipico fascista.
Molto «arcitaliano» è il tuo tentativo (come questo per altro) di cercare espedienti per avere «un posto al sole», una qualunque visibilità per promuovere il tuo successino librario, peraltro basato su analisi sociologiche farlocche. I tuoi contorcimenti pseudo-intellettuali per giustificare la tua appartenenza editoriale ti rappresentano più come una rampante ballerina del ventre che come un giovin scrittore coraggioso e impegnato come vuoi martellantemente far credere.
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Perle Wallaciane

settembre 14, 2009

Per concludere questo lungo weekend di omaggio all’arte e alla persona di David Foster Wallace, vi proponiamo una piccola silloge del suo pensiero; riflessioni dell’autore, raccolte e tradotte da Martina Testa (la «voce» italiana di Wallace), sul valore della letteratura, sul contesto sociale ed etico che stiamo vivendo, sull’importanza e la gratificazione dell’insegnamento umanistico, sul progetto dello scrittore, il suo contatto personalissimo con il lettore, il suo talento, il suo dolore, importante e necessario per intendere e praticare la letteratura come un vero atto d’amore.

Un buon momento per fare lo scrittore

Personalmente, credo che questo sia veramente un buon momento per un giovane che voglia cominciare a scrivere narrativa. Ho degli amici che non sono d’accordo. Al giorno d’oggi la narrativa di qualità e la poesia sono emarginate. È un errore in cui cadono parecchi dei miei amici, questa vecchia idea secondo cui «Il pubblico è stupido. Il pubblico vuole andare in profondità solo fino a un certo punto. Poveri noi, siamo emarginati perché la tv, la grande ipnotizzatrice… bla bla bla». Ci si può mettere seduti in un cantuccio e piangersi addosso quanto si vuole. Ma è una stronzata. Se una forma d’arte viene emarginata è perché non parla davvero alla gente. E un possibile motivo è che la gente a cui si rivolge sia diventata troppo stupida per apprezzarla. Ma a me sembra una spiegazione troppo semplice.
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Appunti su un discorso su Infinite Jest

settembre 13, 2009

Continua il nostro weekend speciale in memoria di DFW con un saggio di Christian Raimo già pubblicato per Lo Straniero, in cui vengono approfondite alcune tra le tematiche e gli stili narrativi di cui si sostanzia la sua opera colossale.

di Christian Raimo

TEMI
Il mondo di Infinite Jest (da qui IJ) è una versione 2.0 del nostro mondo: un futuro non troppo remoto in termini cronologici, dove gli anni sono sponsorizzati («Anno del Glad», «Anno del pantaloni per adulti Depend»…) e dove interi stati sono stati destinati a fungere da discarica per altri stati più sviluppati. Il paesaggio è occupato non più parzialmente, ma totalmente da soggetti di un mondo molto post-fordista, ossia:

Droga & piacere
IJ ha una traccia neanche troppo complessa che lo struttura, e cioè: cosa succede a una cultura che decide che il significato della vita consiste nello sperimentare quanto più piacere possibile per la maggior parte del tempo possibile? L’eroe del libro, Don Gately: «Il senso primario di addiction implica l’essere legati, devoti a qualcosa praticamente o spiritualmente, nell’immolare la propria vita, nell’immergersi. Ecco, io ho cercato proprio questo». (IJ. p. 1073)
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