Posts Tagged ‘Julio Cortázar’

Gioco

marzo 4, 2010

di Gianluca Cataldo

Pensiero senso-munito se letto accanto a Manoscritto trovato in una tasca di Julio Cortazàr.

Igor e Lisa passarono il pomeriggio in libreria a scarabocchiare su una cartina vecchia della metrò di Parigi gli spostamenti di Julio, Ana Margrit , Paula Ofelia, le mille donne del gioco per uno uomo solo, le mille donne sdoppiate per un uomo solo che si impone un gioco di sopravvivenza, uno scherzo di riflesso per riflettere una vita su uno specchio privo di profondità, proprio come il tedesco di quel romanzo che Nicola voleva copiare.
Partirono da Étienne Marcel ed erano ancora due su una cartina, seduti in mezzo ad altri riflessi di cellulosa. Poi divennero tre, con un uomo dallo sguardo torvo e dalle sopracciglia abbondanti, con una gauloise perennemente sulle labbra, un uomo che si aggirava alle loro spalle affaccendato nella ricerca di libri bislacchi, fumetti dimenticati, autori nascosti, vecchi amici italiani con cui chiacchierare di Argentina, Francia, Italia, crimini di guerra, passeggeri di una nave, romanzi storici e spettacoli teatrali, con Susan che non si è mai sdoppiata nel finestrino di un treno a Vaugirard, Châtelet, Odéon.
Lisa non era mai stata in Francia mentre Igor conosceva la meticolosità della metro, la ragnatela di possibilità tessute dai tapiroulant, ragni da itinerario. Che Mondrian… ragni! Si perdeva nei volti di tutti, nelle mete di tutti, nelle svolte, nelle intenzioni, nei progetti di tutti ma non aveva mai fatto il gioco, non aveva mai avuto il coraggio.
Si aggiunse una terza persona, Ana, una ragazza con una borsa rossa tra le braccia seduta ad una poltrona nera, e quella borsa aveva deciso che c’era gioco per tutti e tre, Igor (stavolta anche lui), Lisa, che aveva sorriso, e quell’uomo che non riusciva più a trovare i suoi interstizi. Paula e Ofelia erano scese a Montparnasse Bienvenüe, uscite da una porta che dava sulle due torri ma Ana era rimasta (niente Saint-Sulpice), e Margrit con lei, più agitata, agitato anche l’uomo e anche Lisa che a queste cose teneva particolarmente ma non Igor che riponeva un fiducia infinita nella linea 4. Intanto tra Igor e Lisa cominciava a riflettersi un finestrino e Igor trovò conferma nella mancata preparazione di Lisa. Le donne sono solite controllare i pacchetti con i libri che hanno attorno prima di pagare e andarsene magari per sempre, e Saint-Placide passò serenamente seppur con una lieve inquietudine da parte dell’uomo che inarcò leggermente il sopracciglio dopo un occhiata fugace ad Asil. Ripassò Montparnasse (troppo fresca la ferita di quell’infame coincidenza), passò Vavin, Raspail ma non l’inquietudine dell’uomo che cominciò a solleticare la bile dubbiosa di Igor che si corrucciò leggermente. Intanto Ana ristette quando le cadde la borsa rossa. Margrit si chinò, la raccolse dolcemente e insieme si alzarono e uscirono dalla porta di Denfert-Rochereau. L’uomo le seguì, disinteressandosi delle leggi, del codice, di Igor, Asil e un finestrino di specchio che cominciava a infrangersi.
Nessuno seppe mai come andò a finire. Igor smise di leggere e fissò Lisa, assente. Sembrava essere uscita da se stessa, come se questo fosse possibile. Inarcò leggermente il sopracciglio sinistro.

L’ultima intervista a Roberto Bolaño

febbraio 26, 2010

Roberto Bolaño, ovvero uno scrittore per il XXI secolo.
Un grande ringraziamento a Mirumir e Mirumir 2.0 per aver tradotto l’ultima intervista rilasciata dallo scrittore cileno prima di morire. L’intervista è di Mónica Maristain e fu pubblicata nel luglio del 2003 dall’edizione messicana di «Playboy»
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Nel confuso panorama della letteratura in lingua spagnola, dove ogni giorno che passa appaiono nuovi scrittori più preoccupati di vincere borse di studio e incarichi nei Consolati che di contribuire in qualche modo alla creazione artistica, spicca la figura di un uomo magro, zaino blu in spalla, occhiali dalla montatura enorme, eterna sigaretta tra le dita, sottile ironia a bruciapelo sempre pronta in caso di necessità. Roberto Bolaño, nato in Cile nel 1953, è quanto di meglio sia accaduto al mestiere di scrivere da molto tempo. Da quando il suo monumentale I detective selvaggi, forse il grande romanzo messicano contemporaneo, è diventato famoso e ha ricevuto i premi Herralde (1998) e Rómulo Gallegos (1999), la sua influenza e la sua figura sono andati crescendo: tutto quello che dice con il suo umorismo tagliente e la sua raffinata intelligenza, tutto quello che scrive con la sua abile penna, di grande audacia poetica e profonda complessità creativa, è degno dell’attenzione di coloro che lo ammirano e, naturalmente, di quelli che lo detestano. L’autore appare come personaggio nel romanzo Soldati di Salamina di Javier Cercas e viene omaggiato nell’ultimo romanzo di Jorge Volpi, El fin de la locura. Come tutti gli uomini di genio fa discutere, genera acerrime antipatie malgrado il suo carattere affettuoso, la voce tra l’acuto e l’aspro con cui risponde – con cortesia da bravo cileno – che non scriverà un racconto per la rivista perché il suo prossimo romanzo, che tratterà degli omicidi di donne a Ciudad Juárez, pur essendo arrivato già a 900 pagine non è ancora finito. Roberto Bolaño vive a Blanes, in Spagna, ed è molto malato. Spera che un trapianto di fegato gli permetterà di vivere con l’intensità celebrata da chi ha avuto la fortuna di conoscerlo in privato. I suoi amici dicono che a volte si dimentica di andare alle visite mediche per continuare a scrivere. A 50 anni, quest’uomo che ha girato l’America Latina in sacco a pelo ed è sfuggito alle fauci del regime di Pinochet perché uno dei suoi carcerieri era stato suo compagno di scuola, che ha vissuto in Messico (e forse un giorno un tratto della calle Bucareli prenderà il suo nome), che conobbe i militanti del Farabundo Martí che sarebbero poi diventati gli assassini del poeta Roque Dalton a El Salvador, che fece il guardiano in un campeggio catalano, il venditore di bigiotteria in Europa e fu ladro di buoni libri perché leggere non è solo un problema di atteggiamento, quest’uomo, possiamo dirlo, ha cambiato il corso della letteratura latinoamericana. E l’ha fatto senza avvertire né chiedere il permesso, come avrebbe fatto Juan García Madero, l’antieroe adolescente dei gloriosi Detective selvaggi: «sono al primo semestre di giurisprudenza. Io non volevo studiare giurisprudenza, bensì lettere, però mio zio insisteva e alla fine ho dovuto cedere. Sono orfano. Diventerò avvocato. Fu questo che dissi a mio zio e a mia zia e poi mi chiusi in camera e piansi tutta la notte». Il resto si trova nelle restanti 608 pagine di un romanzo la cui importanza è stata paragonata dai critici a Il gioco del mondo di Julio Cortázar e persino a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Di fronte a una simile iperbole, lui direbbe: non esiste. Meglio allora passare a quello che conta in questo momento: l’intervista.

L’essere nato dislessico ha avuto una qualche importanza nella sua vita?
Nessuno. Problemi quando giocavo a calcio, sono mancino. Problemi quando mi masturbavo, sono mancino. Problemi quando scrivevo, sono destro. Come vedi, nessun problema importante.

Enrique Vila-Matas è ancora suo amico dopo la lite con gli organizzatori del Premio Rómulo Gallegos?
La mia lite con la giuria e gli organizzatori era dovuta principalmente al fatto che pretendevano che avallassi, da Blanes e alla cieca, una selezione alla quale non avevo partecipato. I loro metodi, che una pseudo-poetessa chavista mi comunicò al telefono, sembravano troppo simili alle argomentazioni dissuasive della Casa de las Américas di Cuba. Per esempio, mi sembrava che fosse un errore enorme eliminare subito Daniel Sada o Jorge Volpi. Dissero che quello che volevo era viaggiare con mia moglie e i miei figli, cosa completamente falsa. Dalla mia indignazione per questa menzogna ebbe origine la lettera in cui li chiamavo neostalinisti e altre cose, temo. Di fatto, fui informato che fin dall’inizio volevano premiare un altro autore, che non era Vila- Matas, il cui romanzo mi pare buono e che era certamente uno dei miei candidati.
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