Posts Tagged ‘libri’

Il fantasma di Aldo Moro

aprile 9, 2010

Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno
di Alessandro Leogrande

Un fantasma si aggira nel mondo dell’editoria. Il fantasma di Aldo Moro. A oltre trent’anni dal sequestro e l’uccisione del leader democristiano, ogni anno spuntano in libreria quattro, cinque volumi dedicati direttamente o indirettamente al più tragico «affaire» della storia repubblicana, ai suoi protagonisti, ai suoi enigmi. Saggi, ricostruzioni, testimonianze, romanzi. Alcuni «dietrologici», tesi a dimostrare qualsiasi complotto possibile e immaginabile, altri tesi a inquadrare l’oggetto della narrazione da un nuovo punto di vista. Tra questi titoli, la parte più insopportabile e trascurabile è costituita dai memoriali degli ex brigatisti, pieni di autoindulgenza.
La prima causa del successo di questo singolare filone editoriale che ha attraversato il passaggio dalla prima alla seconda repubblica è nel trauma irrisolto che la morte di Moro ancora costituisce. La seconda risiede nelle zone d’ombra della vicenda e della strategia dei terroristi, nei tanti perché che non hanno ancora trovato sufficienti risposte, nonostante i processi e le migliaia di pagine di carte giudiziarie. La terza è nel continuo rinnovarsi, anche a trent’anni di distanza, del dibattito sulla fermezza e sulla trattativa (strettamente legato a quello sulla «pazzia», o più semplicemente sull’autonomia di pensiero e azione, dell’autore delle lettere nella prigione dei brigatisti).
In un modo o nell’altro, colui che in vita è stato uno dei massimi simboli del linguaggio e della mediazione democristiani, in morte ha finito per incarnare (quasi metastoricamente) la critica più profonda dello sfaldamento della prima repubblica e del suo stesso partito. Del resto, è proprio Moro a scrivere in una delle sue lettere: «non creda la Dc di aver chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi».
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La solitudine di Busi

aprile 6, 2010

Cari amici di minima&moralia, oggi, in assenza della rubrica di Francesco Pacifico (che riprenderà dal prossimo martedì), torniamo a parlare di Aldo Busi; non tanto della sua breve esperienza di naufrago del tubo catodico, quanto del suo stile appassionato, della sua forma scandalosa, della sua lingua ossessionata di comunicare l’urgenza dell’esistere, dei suoi romanzi, della sua letteratura.

di Stefano Jorio

Quando nell’Italia degli anni 80 Aldo Busi cominciò a pubblicare i suoi romanzi, in molti gridarono allo scandalo. E avevano ragione, anche se di quello scandalo avevano frainteso tutto. Lo accusarono di pornografia senza pensare che la pornografia è una tecnica di rappresentazione e non un tema narrativo. Lo accusarono di volgarità senza considerare che la volgarità esiste solo per le persone volgari. Non lo sapevano, ma a scandalizzarli era una cosa diversa: Seminario e Sodomie e gli altri cadevano sulla letteratura e sulla società italiana al modo dei capolavori, nei quali la lingua e la forza dell’immaginazione sono un grimaldello in grado di scoperchiare un intero universo sentimentale e cognitivo. Lo scandalo non può nascere da libri inerti. Il cazzo e la fica, con la loro disarmante elementarità, non infastidiscono nessuno nelle pagine già morte. E invece la passione, la perfezione, l’ossessione formale di Busi avevano questo di scandaloso: rendevano vive e vere e brucianti le esperienze che raccontavano. Erano una lettera minatoria spedita alla letteratura italiana.
La lingua di Busi non descriveva il reale, non era l’atto archivistico del romanziere che intende il mondo come fondale già dato per l’ambientazione di una sequenza pianificata a priori. Nell’atto stesso dello scrivere Busi innervava l’universo dall’interno, lo lasciava respirare e venire alla luce grazie a una rete verbale tanto fanatica e capillare da scoprirlo progressivamente a misura del suo addentrarsi in esso. Lo creava all’istante come cosmo sonoro e spazio mobile nel quale batteva inesausta l’urgenza dell’esistere. «In principio era il Verbo»: non è mai stato tanto vero. La sconfitta, la solitudine, la gioia, il piacere, il rigore, il furore, il livore: Pochi come Busi, negli ultimi trenta anni, hanno unito una tecnica eccelsa, il genio dell’invenzione linguistica e l’intuizione che chi vuole scrivere davvero non può trincerarsi nella biblioteca di casa.
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aNobii: la rivoluzione viene dai lettori?

gennaio 7, 2010

Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 3 gennaio.

di Nicola Lagioia

«I Miserabili: titanico e geniale polpettone della letteratura moderna. Mostra i segni del tempo ma il Tempo non avrebbe proceduto sugli umani come ha fatto se il suo autore («un pazzo che si credeva Victor Hugo», lo definì Cocteau) non lo avesse scritto».
Questo sofisticato giudizio su uno dei romanzi più importanti del XIX secolo non è opera di uno scrittore, né di un critico, e nemmeno di un giornalista culturale. Si tratta di una delle tante recensioni che vi compariranno sullo schermo del computer alla voce I Miserabili collegandovi ad aNobii, il maggior social network letterario presente sulla piazza. Con un catalogo di quindici milioni di titoli e un’utenza che viaggia verso il milione di unità, questa sorta di Cafè le Procope del web 2.0 ha creato in poco tempo la più vasta e febbrile comunità di lettori che si sia mai data appuntamento in un luogo. Fondata a Hong Kong nell’agosto del 2005, la comunità telematica che prende il nome dal tarlo della carta si è espansa rapidamente, dischiudendo ai fanatici della lettura scenari che solo la Rete può rendere reali: riuscire a entrare in contatto nello spazio di un clic con chi ama (o odia, o semplicemente possiede) il libro che ci interessa, scambiare idee con lui o lei, esplorare – puro voyeurismo a fin di bene – la sua libreria seguendo commenti e voti dati a ogni volume (da una a quattro stellette), quindi magari trarre ispirazione per il prossimo libro da acquistare, leggere e segnalare a propria volta on line.
A chi scrive è ad esempio capitata la seguente avventura: considerando un mezzo bluff Nicolai Lilin, l’autore di Educazione siberiana, storia autobiografica di un giovane che cresce tra i criminali della Transnistria prima di trasferirsi nel cuneese come tatuatore e saltuario frequentatore di casa Pound a Roma, ho cercato il suo libro su aNobii sperando in molte stroncature. Ho trovato al contrario parecchi giudizi positivi, ma tra le stroncature ce n’era una che mi ha subito conquistato. Il titolo che precedeva la puntigliosa demolizione dell’opera di Lilin, a firma EnzoB («Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo – Nicolai Lilin: educato male»), era una presa in giro che sintetizzava molto bene la velleità del libro. Ho pensato che questo EnzoB doveva essere un mezzo genio, e mi sono lanciato nell’esplorazione della sua libreria. Vi ho trovato la stroncatura di un clone di Millennium («Stieg Larsson è morto, fatevene una ragione»), un elogio sperticato del bellissimo Suttree di Cormac McCarthy, fino a quando (dopo altre stellette e commenti che facevano guadagnare sempre più a EnzoB la mia fiducia) ho pescato la recensione del libro che da mesi sapevo inconsapevolmente di voler leggere: Il fabbricante di eco di Richard Powers. E poiché la recensione di EnzoB superava – per passione e competenza – tutti i pezzi su carta che avevo letto sull’ultimo Powers, a un certo punto ho spento il computer e sono andato finalmente a comprare il romanzo. Grazie aNobii, e grazie EnzoB.
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