Posts Tagged ‘Linnio Accorroni’

Alcuni appunti su Natura come cura

marzo 26, 2010

di Linnio Accorroni

Il format rigido della recensione, il numero di battute che, per esigenze di spazio, viene imposto a chi collabora, può suonare talvolta come una specie di diktat quasi grottesco di fronte a certi libri. Così è anche per questo Natura come cura di Richard Mabey; Einaudi, 2010. L’autore è un botanico e scrittore che in Inghilterra tiene rubriche seguitissime su varie riviste e alla BBC. Questo libro, fra l’altro, è anche la cronaca della sua guarigione da una terribile depressione piombatagli addosso dopo il successo del suo monumentale Flora britannica; secondo il Times, una fra le migliori guide naturalistiche mai pubblicate.

Chi legge cosa. Si sa che lo stesso libro, in lettori diversi, può suscitare reazioni estreme e dissonanti: per esempio, Augusto Romano in una recensione del libro di Mabey apparsa su Tuttolibri del 13 marzo scorso, ha rinvenuto in quest’opera una specie di paccottiglia indigesta, una stucchevole riproposizione di ismi logori e stantii: «Romanticismo, utopismo, pacifismo programmatico, vitalismo, con qualche sfumatura new Age e qualche cascame della controcultura ».
Eppure già dalla prime pagine quel velo che solitamente opacizza la nostra percezione della natura, quel diaframma che ci impedisce la più nitida delle visuali, è come spazzato via da questa scrittura che sorprende per la sua capacità di mettere in empatica connessione i paesaggi e la lingua: «le morbide pieghe e le fughe prospettiche di queste colline, il paesaggio mutevole pieno di sorprese», oppure, più avanti: «Il territorio è una lingua imbastardita, piena di modi di dire locali, neologismi, modi e prestiti, che ogni tanto ci fa una piacevole sorpresa e si lascia leggere».
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Letteratura e medicina

marzo 12, 2010

di Linnio Accorroni

C’è una pagina di Carlo Dossi che spiega come «tra medicina e letteratura corse sempre amicizia», e non solo per la gran quantità di medici che «hanno occupato, nel cosidetto(sic) campo letterario, assài pèrtiche per coltivarvi piante non sempre medicinali», ma soprattutto per essere alleate nella stessa missione: medicina e letteratura cercano infatti «di richiamare il bel tempo, o, se non altro, di dissimulare il cattivo, una al corpo, l’altra all’animo» (C. Dossi, Ritratti umani dal calamajo di un mèdico). Oltre ai nomi di scrittori-medici o medici-scrittori (Čechov, Céline, Bulgakov, Benn) che meccanicamente salgono alla memoria quando si menziona questa curiosa liason, è anche interessante segnalare il ricorrere, nella genesi artistica di tre importanti poeti contemporanei (Sinigaglia, Magrelli, Anedda), di un incontro fortuito quanto decisivo con libri di medicina. Per ognuno di essi tale coincidenza del tutto casuale si trasformerà in una specie di folgorazione estetica e verbale, la prima radice di una produzione poetica di grande impatto ed intensità. Val la pena anche riflettere sul fatto che tutti e tre i poeti, quando si troveranno a rievocare i modi e le forme di questa esperienza, preferiscono affidarsi all’analiticità piana e razionale della prosa, la ‘seconda lingua’ per un poeta, ma in questo caso capace di sbrogliare più efficacemente i fili di una questione, carica di implicazioni psicologiche ed esistenziali.

In quell’agglomerato di testi, in quel viaggio stanziale dentro il corpo tra autobiologia ed autobiografia che è Nel condominio di carne di Valerio Magrelli (Einaudi, 2003), c’è una pagina dove l’autore ricorda una straniante tranche de vie: «Quanto a me, teschi giravano per casa. Dopo gli studi di medicina, qualcuno doveva aver dimenticato di metter via i materiali d’esame. Libri, vecchie carte giallastre che cedevano sotto le dita, ma anche vari preparati anatomici, tra i quali, appunto, teschi e calotte craniche». Da queste occasionali lezioni sul campo da autodidatta, si diparte un continuo frenetico interrogarsi su ciò che è dentro e ciò che è fuori, «sul prima e sul dopo della carne nel corpo». Per esempio: tenere in mano «l’architettura dura e spugnosa» di un arco occipitale significa comprendere immediatamente, tattilmente, la corrispondenza tra linea e senso. Ma poi anche: se in una minuscola conchiglia si sente echeggiare il mare, che cosa dovrebbe risuonare nella vuotaggine del cranio ridotto a teschio? Tra tante assorte meditazioni e riflessioni spuntano poche, malinconiche certezze: gli spazi vuoti del corpo, quelli sagomati da calotte e teschi, sono il segnale di un abbandono da parte di misteriosi ‘abitanti del palazzo’. A noi, al nostro teschio vuoto spetterà un destino gramo, da suppellettile, da povero fermacarte.
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Gli archivi del cuore

marzo 3, 2010

di Carlo Mazza Galanti

Aggiungo al bell’articolo su Boltanski di Linnio Accorroni (pubblicato da minima&moralia qualche tempo fa) questo mio, apparso settimana scorsa su Alias. Se Accorroni ha potuto riconoscere nell’installazione parigina una metafora dell’attualità, al contrario io ne ho sottolineato il valore «sapienziale», la volontà di Boltanski di sollevare domande elementari, universali forse, certamente antiche. Questa capacità di offrirsi a interpretazioni opposte mi sembra una prova, se ce ne fosse bisogno, del grande valore dell’opera dell’artista francese. Nel mio articolo mi sono inoltre soffermato su un secondo, bellissimo lavoro, parallelo e contestuale a Personnes, intitolato Les archives du coeur.

Sei seduto in una specie di sala d’attesa, in mano il biglietto numerato che hai strappato da una macchinetta di quelle che trovi in posta, o al supermercato, e finalmente arriva il tuo turno. Entri in una stanza bianca, dove una ragazza con camice bianco (ma che non è medico, dice) ti fa sedere accanto al computer, ti fa mettere le cuffie alle orecchie e uno stetoscopio sul cuore, il quale passa le informazioni del battito al programma del computer. Tu senti in stereo il tuo battito e vedi scorrere sullo schermo il grafico delle frequenze, un po’ come il monitor degli ospedali. Poi lei lo salva in un file e ti chiede di scrivere il tuo nome e cognome su un registro, accanto a un numero. Quindi il tuo cuore parte in Giappone, con nome cognome e numero. È tutto, avanti il prossimo. Fa uno strano effetto sentire così forte il proprio cuore nelle orecchie, ma fa un’impressione ancora più particolare, quasi schiacciante, pensare a questa enorme riserva di battiti cardiaci donati da persone qualunque, come te, da individui di ogni genere età e provenienza, e pensare a tutti questi cuori archiviati in una piccola isola del mare del Giappone. Il tuo battito, il tuo unico e irripetibile ritmo vitale, è ormai laggiù, catalogato come in una biblioteca, conservato, irrilevante nella massa enorme e risonante di tutti gli altri battiti. Sono già decine di migliaia, diventeranno centinaia, forse milioni. Boltanski non ha posto un limite temporale ai suoi Archives du coeur. L’artista francese, che si avvicina ormai alla settantina, ultimamente si impegna in progetti a tempo indeterminato, scommette sul futuro, gioca con la propria morte, come nella vendita di alcune sue opere a un collezionista della Tasmania, in cambio di un vitalizio. «Basterà aspettare qualche anno» ha detto «perché questi cuori diventino dei cuori di morti. C’è qualcosa di molto strano in quest’idea che il cuore continuerà a battere quando la persona sarà sparita». L’immaginazione si figura scene di grande pathos, episodi commoventi: persone che attraversano il mondo per recarsi nell’isola di Teshima, in un modernissimo centro per l’arte contemporanea disegnato da Tadao Ando, ad ascoltare il battito del cuore di un proprio caro. Inedite corrispondenze di amorosi sensi, nuovi sepolcri dove «la pia terra», sostituita dai database digitali, continuerà a conservare le reliquie sonore delle vite scomparse. Sembra fantascienza, ma è una delle opere più affascinanti di un’artista che, allevato nell’arte concettuale degli anni ’60 e ’70, non ha mai perso di vista la vita concreta, nuda e palpitante, e che nel corteggiamento macabro della morte è stato anche capace, a momenti, di una levità quasi giocosa.
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Una cover di Baudelaire

febbraio 17, 2010

Appunti su Nero sonetto solubile di Valerio Magrelli

di Linnio Accorroni

All’origine c’è questo sonetto Recueillement di Charles Baudelaire: composto tutto di versi alessandrini, ma su un impianto irregolare, con rime che seguono lo schema abab abab ccd ede, inserito dai curatori dell’edizione postuma de I fiori de l male nella sezione Spleen et idéal:

Sois sage, ô ma Douleur, et tiens-toi plus tranquille.
Tu réclamais le Soir ; il descend ; le voici :
Une atmosphère obscure enveloppe la ville,
Aux uns portant la paix, aux autres le souci.

Pendant que des mortels la multitude vile,
Sous le fouet du Plaisir, ce bourreau sans merci,
Va cueillir des remords dans la fête servile,
Ma Douleur, donne-moi la main ; viens par ici,

Loin d’eux. Vois se pencher les défuntes Années,
Sur les balcons du ciel, en robes surannées ;
Surgir du fond des eaux le Regret souriant ;

Le Soleil moribond s’endormir sous une arche,
Et, comme un long linceul traînant à l’Orient,
Entends, ma chère, entends la douce Nuit qui marche.

Questa è la traduzione di servizio( quella cioè che risulta almeno sotto l’aspetto lessicale e sintattico, il più aderente possibile al francese) di Valerio Magrelli:

Fa’ la brava, o mia Pena, e sta’ più tranquilla.
Tu invocavi la Sera; essa scende; eccola:
Un’atmosfera oscura avvolge la città,
Agli uni portando pace, agli altri affanno.

Mentre dei mortali la moltitudine vile,
Sotto la sferza del Piacere, questo boia senza pietà,
Va a cogliere rimorsi nella festa servile,
Mia Pena, dammi la mano; vieni qui,

Lontano da loro. Guarda affacciarsi i defunti Anni,
Dai balconi del cielo, in vesti antiquate;
Sorgere dal fondo delle acque il Rimpianto sorridente;

Il Sole moribondo addormentarsi sotto un’arcata,
E, come un lungo sudario trascinato verso Oriente,
Ascolta, mia cara, ascolta la dolce Notte che cammina.

Alla fine c’è invece un sms, quello inviato dall’attrice Marie Trintignant, figlia di Jean Louis. La povera ragazza aveva smessaggiato il primo verso della poesia di Baudelaire a sua madre, appena due settimane prima della propria tragica morte avvenuta a causa delle percosse ricevute dal suo compagno Jean Louis Cantat, cantante del gruppo rock francese Noir désir.
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Persone/Nessuno

febbraio 5, 2010

Riprendiamo un post apparso la settimana scorsa sul blog di Linnio Accorroni, Un cuore intelligente; la sua associazione delle opere di Christian Boltanski, nella mostra recentemente allestita dall’artista al Grand Palais di Parigi, con le immagini che ci sono arrivate nelle utlime settimane dal terremoto di Haiti o dai dormitori-lager in cui vivono i nuovi schiavi di Rosarno, ci è sembrata particolarmente interessante e per questo ve la riproponiamo.

di Linnio Accorroni

Only connect, come al solito. Così, quasi inavvertitamente, per una suggestione sensoriale e cromatica prima ancora che concettuale e cronologica – quei vestiti colorati, quei panni smessi e/o indossati – viene quasi naturale sovrapporre in questi giorni immagini che provengono da contesti (Haiti, Parigi, Rosarno) e da ambiti (la realtà e la sua rappresentazione figurale) profondamente diversi. Le prime, quelle più tragiche e sconvolgenti – anche se ben presto placate dalla serialità anestetizzante della televisiva morte in diretta – erano quelle provenienti da Haiti. Ciò che accadeva nell’isola dopo il terremoto del 12 gennaio: le immagini delle centinaia di cadaveri abbandonati, le strade di Porte au Prince trasformate in una enorme morgue a cielo aperto. E la possanza / Qui con giusta misura / Anco estimar potrà dell’uman seme, / Cui la dura nutrice, ov’ei men teme, / Con lieve moto in un momento annulla / In parte, e può con moti / Poco men lievi ancor subitamente / Annichilare in tutto.
Persone certamente, quelle di Haiti, ma anche tanti Nessuno. Personnes: si chiama così anche l’esposizione di Boltanski inaugurata, proprio il giorno dopo il terremoto haitiano, al Grand Palais di Parigi fino all’11 febbraio: Personnes è lemma volutamente ambiguo che rimanda a più registri semantici: Personnes, cioè persone, certo, ma al singolare, in francese, questa parola significa Nessuno. E questa mostra di Boltanski è un trasparente omaggio alle tante Persone, ai tanti Nessuno che hanno lasciato, lasciano e lasceranno tracce effimere del loro involontario passaggio sulla terra. Un’installazione questa di Boltanski dove lo sgomento si fa plurisensoriale, dove il freddo glaciale («Lo spettatore – dice l’artista – non deve essere davanti, ma dentro l’opera, che deve avvolgerlo completamente: Personnes è stata concepita per essere un’esperienza dura»), il rumore infernale, assordante (che altro non è se non il battito amplificato di tanti cuori), la vista (un’enorme distesa di vestiti multicolori accatastati per terra, inquadrati in una meticolosa scansione per settori di uguale misura, recintati da pali di ferro ed illuminati da pallide, gelide luci al neon da obitorio) concorrono a sollecitare senza sosta una desolante meditazione sulla condizione umana: «Al visitatore non viene chiesto di dire se l’opera è bella o brutta, ma deve sentirsi all’interno della tragedia. I vestiti sono rappresentazioni di corpi umani:ci sono migliaia di persone, ma in realtà non c’è nessuno, perché sono tutti morti».
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Un uomo solo

gennaio 20, 2010

di Linnio Accorroni

A dar retta a molta cronaca cinematografica dal lido di Venezia in occasione dell’ultima Biennale Cinema ed al Fazio gongolante dell’ultima puntata di Che tempo che fa questo Un uomo solo (uscito il 15 gennaio) dovrebbe essere davvero un mix di eleganza e raffinatezza, almeno quanto lo era ieri sera nello studio televisivo il suo regista, quel Tom Ford che, da stilista glamour e talentuoso, ha saputo metamorfosarsi nel regista raffinato e ispiratissimo di questa pellicola. Sull’onda delle entusiastiche recensioni dal lido veneziano (Colin Firth il protagonista del film ha vinto anche il Premio Volpi quale miglior attore) quest’estate mi sono riletto, nella vecchia edizione Guanda (oggi è in circolazione una nuova edizioni targata Adelphi) il libro di Christopher Isherwood (1904-1986) da cui è stato tratto, con svariate licenze narrative, il film. Pier Vittorio Tondelli, che era un grande estimatore dell’opera omnia di Isherwood, nutriva soprattutto per questo romanzo una predilezione particolare, le cui tematiche fondamentali – il tema della morte del compagno e l’ impossibilità della rielaborazione del lutto – riaffiorano in maniera evidente anche nel suo Camere separate. Ma Un uomo solo era un libro anche adorato da Grazia Cherchi, critica di rango e di nerbo, tutt’altro che facile agli elogi, ma che nel suo Scompartimento per lettori e taciturni (Feltrinelli, 1997) celebra quest’opera alla stregua di un prezioso capolavoro tout-cort. A single man è del 1964, scritto quando Isherwood aveva 60 anni. È la descrizione, trasparentemente autobiografica, di una giornata del professor George Falconer nel dicembre del 1961 a Los Angeles: sullo sfondo c’è l’incubo della crisi internazionale legata alla Baia dei Porci, un evento che, fatalmente, in quei giorni, trasforma Cuba nel luogo più temuto e disprezzato dall’immaginario, fortemente suggestionabile e plasmabile, della upper class. Ma Castro è solo l’altra faccia della paura e dell’odio verso ogni forma di diversità, verso lo spettro di ogni alterità la cui estraneità – politico, sessuale, razziale, economica – sembra poter minacciare la quiete pacifica dell’alta borghesia californiana anni ‘60, una quiete confortevole e algida, costruita a colpi di drink, barbecue, prati da golf, televisione e supermarket. George è il protagonista incontrastato di questo racconto: professore d’inglese trapiantato in un college della California, sconvolto dalla recente morte per incidente automobilistico del suo giovane compagno Jim. D.F. Wallace diceva che le opere più belle si riconoscono perché sono capaci di far suonare dentro di noi quella sorta di squillo da jackpot di slotmachine.
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Intervista a Wislawa Szymborska

gennaio 8, 2010

Su Babelia inserto culturale de El Pais è uscita il 5 dicembre scorso questa intervista di Javier Rodrìguez Marcos alla grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996.

di Linnio Accorroni

Wislawa Szymborska è a casa sua, ma ci domanda ugualmente il permesso di fumare. «Una volta –racconta – ho ricevuto una lettera molto lunga nella quale una donna mi implorava di smettere di fumare. Mi sarebbe piaciuto risponderle: sono stata a tanti funerali di gente che mai aveva fumato e che era molto più giovane di me… Mi limitai comunque a dirle che la ringraziavo per essersi tanto preoccupata per me».
La Szymborska è nata 86 anni fa in Kornik, vicino a Poznan, nella parte occidentale della Polonia. Adesso vive in un appartamento dimesso senza ascensore alla periferia di Cracovia, città dalla quale non si è più mossa da quando la sua famiglia vi emigrò quando lei aveva appena 8 anni, nel 1931.
Il tema della memoria, in effetti, è molto presente nel suo ultimo libro di poesia, Qui pubblicato in Polonia proprio questo anno. La sua pubblicazione in Spagna coincide con la prima traduzione delle sue prose intitolate Letture facoltative, una selezione di vivaci ‘recensioni’ pubblicate, durante gli anni, sui quotidiani in una apposita sezione. Lì, in un paio di pagine, la Szymborska commentava Jung e Montaigne, ma anche testi sul giardinaggio, sull’ornitologia e sulle decorazioni. Il risultato è incanto allo stato puro. Per esempio, a proposito del Poema del Cid scrive: «Fu scritto da un Balzac medievale. La guerra è per lui, prima di tutto, una impresa finanziaria. Dato che la guerra è costosa, deve essere anche redditizia. La testa del cavaliere, anche se qualcuno la tagliava, era sempre piena di calcoli». Recensendo un manuale di ideogrammi cinesi invece annota: «C’è un segno, è naturale, per Sposa e un altro per Amante. Sposa è donna più scopa; Amante donna più flauto. Non so se esiste un segno per esprimere l’ideale che ci inculcano tutte le riviste femminili europee: una sintesi di scopa e di flauto».

Quando la Szymborska vinse il Premio Nobel nel 1996, c’era appena un piccolo gruppo di sue poesie tradotte dallo spagnolo e presenti in una antologia collettiva. Oggi la sua opera poetica è stata tradotta integralmente.
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Appunti su Alice Munro: Zona Disagio

dicembre 29, 2009

di Linnio Accorroni

Come dopo un viaggio inconcludente e pericoloso. Come dopo un incontro che ci lascia perplessi, che ci spalanca più interrogativi che risposte: ecco ciò che si prova, dopo la lettura di una qualsiasi delle storie di Alice Munro. Alla fine di quelle pagine ci si ritrova con una manciata di polvere nelle mani, si rimane delusi e spiazzati. Preda persino di una specie di malessere fisico, del disagio tipico di chi non riesce a spiegarsi perchè tutto, in quei perfetti ordigni narrativi costruiti con tanta lucida intelligenza, con mirabile perfidia, tutto appaia tanto nitido e coeso e, al contempo, tanto indecifrabile ed irriducibile. Perché tutto, in quelle storie, è così chiaro e luminoso, eppure tanto inesplicabile? Il paradosso che più spaventa il lettore: più leggiamo, meno sappiamo. Pensavamo di aver capito tutto di un personaggio, di essere arrivati a costruire una cartografia attendibile e pertinente della sua personalità e, invece, un battuta, un gesto, una inezia fa saltare tutto per aria, ci risospinge verso quella Zona Disagio che pare consustanziale alla lettura della Munro. Tutto ci sfugge e, in un attimo, ci manca, rendendo vano ogni tentativo di ristabilire l’armonia perduta: è come tentare di acchiappare il fumo con le mani. Ovvio poi che proprio questa inaccessibilità, questa impossibilità di comprensione piena e totale della storia e dei personaggi, rappresenta il nucleo su cui si fonda gran parte del fascino di queste storie. Ma è la rottura esplicita del patto non scritto fra scrittore e lettore.
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Annie’s box

dicembre 11, 2009

di Linnio Accorroni

Londra, 25 novembre – (Adnkronos) – Una copia della prima edizione di L’origine della specie, il libro con cui Charles Darwin (1809-1882) 150 anni fa rivoluzionò le scienze naturali, è stata battuta ad un’asta di Christie’s a Londra per la cifra record di 103.250 sterline, pari a 114.600 euro. Il nuovo primato mondiale è stato stabilito da uno dei 1.250 esemplari della prima edizione dell’opera che ha segnato la nascita della teoria evoluzionista, pubblicato da W. Clowes and Sons for John Murray nel 1859 a Londra.

L’astuccio di scrittura di Annie Darwin (1841-1851) non era un semplice giocattolo da bambini, ma una versione in formato ridotto di un oggetto posseduto da un adulto, uno dei primi segni che la fanciulla sarebbe diventata presto una giovane donna, ambita e desiderata non solo per le sue indubbie qualità temperamentali. A vedere infatti il dagherrotipo in cui all’età di 8 anni appare eretta, tranquilla, sicura di sé, pienamente consapevole di essere fotografata, era facile profetizzarle un luminoso avvenire. L’astuccio di Annie è un piccolo contenitore in marocchino, con una serratura ed una chiave per la chiusura del coperchio incardinato. Sul coperchio sono impresse le parole «Astuccio di scrittura» in lettere d’oro. Dentro, fogli di carta da lettere con relative buste, punte d’acciaio per le penne d’oca, un piccolo temperino con un manico di madreperla, ceralacca e sigilli. Quattro sono le lettere superstiti di Anna basate sulla descrizione di semplici, quasi banali quotidianità; annotazioni che ritraggono un’esistenza d’ordinaria felicità vissuta nella quiete della Down House: Dick ha ucciso un coniglio nel frutteto…Siamo andati a prendere un tè da zia Sarah; …stiamo per ricevere un gattino…Ho ricevuto una matita su cui è scritto il mio nome.
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