Posts Tagged ‘Marcel Proust’

Seminario sui luoghi comuni

marzo 2, 2010

8. Scene di lotta di classe

di Francesco Pacifico

Il motivo per cui Proust è tanto citato ancora oggi a prescindere da quanto poco sia letto è che le scienze cognitive sono andate nella sua stessa direzione e quindi col senno di poi Alla ricerca del tempo perduto sembra un esperimento pionieristico sulla percezione e la memoria. (Tanto per dirne «…nel riquadro del finestrino, al di sopra di un boschetto nero, vidi delle nubi concave la cui dolce lanugine era d’un rosa fisso, morto, immutabile, come quello che tinge le piume dell’ala che se n’è imbevuta o il pastello dove l’ha collocato la fantasia del pittore. Ma io sentivo che, invece, quel colore non era né inerzia né capriccio, ma necessità e vita. Dietro, non tardarono ad accumularsi riserve di luce. Il rosa si ravvivò, il cielo divenne d’un incarnato che mi sforzavo, non staccando gli occhi dal vetro, di vedere meglio, perché lo sentivo in rapporto con l’esistenza profonda della natura, ma a una svolta della linea ferroviaria il treno girò, alla scena mattutina subentrò nella cornice del finestrino un villaggio notturno dai tetti azzurri di luce lunare, con un lavatoio incrostato della madreperla opalescente della notte, sotto un cielo ancora trapunto di stelle, e io stavo disperandomi d’aver perduto la mia striscia di cielo rosa quando la scorsi di nuovo, ma rossa questa volta, nel finestrino di fronte, che poi abbandonò a una seconda svolta della strada ferrata; e così passavo il tempo a correre da un finestrino all’altro per ricomporre, per “rintelare” i frammenti opposti e intermittenti del mio bel mattino scarlatto e versatile e averne una visione totale, un quadro ininterrotto».)
Il problema è che da noi intellettuali-giovani-e-tristi aspiranti autori di romanzi-mondo questo genere di temi altisonanti viene di solito assimilato male e a forza, diventa una moda, come va di moda fra i giovani scrittori usare come esergo la frase di David Foster Wallace «Mi manca chiunque». Difficile fare un uso responsabile di quel che i grandi scrittori ci hanno lasciato come distillato dei loro pensieri più sentiti e di visioni e intuizioni che hanno costretto la loro scrittura ad andare dov’è andata. (È come portare vestiti usati della DDR: non abbiamo lo spessore.) Il rischio di un rapporto con i grandi maestri in cui non si approfitta delle continue riletture per misurare le nostre penose insufficienze intellettuali e creative è che invece di semplici scrittori inesperti finiamo col diventare come giocatori di Guitar Hero che si dimenano con la finta chitarra elettrica semiconvinti che dalle loro dita venga la magia della chitarra di Keith Richards. (Il segreto di Bolaño non sta nella struttura di 2666 ma nell’odore di banconote vecchie e di poetesse ricche che emana la prima sezione dei Detective Selvaggi; non sta nei giochetti borgesiani prevedibili di La letteratura nazista in America, ma nel racconto del cuore nero e reazionario dell’orrendo superuomo protagonista di Stella distante. Provate a fare un romanzo alla Bolaño, vediamo se avete la sua stessa comprensione di come si affonda nel letto di una ventenne o di come si rubano libri agli amici o di come ci si guadagna un soprannome.)
Cosa abbiamo bisogno di capire per far parlare la realtà di cui vogliamo scrivere? Vogliamo continuare a vita a scrivere sull’agendina «Non posso continuare, continuerò»?, o «Madame Bovary c’est moi»? Riusciamo davvero a imparare qualcosa del romanzo continuando ad abusare delle idee ricevute da Beckett e Flaubert? Delle citazioni che leggiamo sulle pareti delle librerie Feltrinelli?
Il brano di oggi è una lezione di Proust sullo spirito classista. Descrive l’imbarazzo di una nobildonna, la principessa di Luxembourg, di fronte a due borghesi: il narratore e sua nonna. Come trattarli? Come evitare di farli sentire umiliati per la loro inferiore condizione? Non si tratta della più grande trovata di Proust, sarà al trecentesimo posto nella mia classifica di pagine della Recherche segnate con un’orecchietta, eppure è un esempio molto lucido di una cosa che va sempre ricordata quando si scrive: tutto è problematico. Abbiamo in questa scenetta due nobildonne, la principessa succitata e la marchesa di Villeparisis: per un paio di pagine entrambe riescono a risultare assolutamente classiste pur non esprimendo nessun giudizio negativo sui loro interlocutori borghesi. Tutto è problematico nel senso che in un romanzo non si tratta di inventarsi motivi per l’azione (come al cinema nella tipica situazione: un vedovo deve salvare sua figlia da un traffico di droga internazionale in cui si è cacciata per sbaglio e senza colpe): il romanzo consiste nel definire la quantità di domande cui si vorrebbe rispondere prima ancora di cominciare. Come primo esempio mi viene da dire «Ma lui ama davvero sua moglie?» (uno crede di doverlo capire prima di mettersi a scrivere, ma probabilmente il romanzo durerà per tutto il tempo in cui dura la domanda e la ricerca della risposta). Per quanto riguarda la scena in questione, invece di dare per scontati i rapporti fra aristocrazia e alta borghesia e a partire da questo quadro fisso far succedere qualcosa, Proust ci mostra i lavori in corso, usa come materia narrativa quel mare di domande di cui si ritiene che l’autore sappia già da sempre la risposta. Nelle trecento pagine che precedono il brano in questione, ci siamo fatti l’idea che la famiglia di Marcel sia potente e importante. Qui vediamo Marcel e sua nonna trattati come bestioline o tutt’al più bambini. Cos’è dunque la società? Cos’è la borghesia? Cos’è lo status sociale?
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L’invenzione della nostalgia

agosto 21, 2009

È arrivato recentemente il libreria, pubblicato da Donzelli, L’invenzione della nostalgia di Emiliano Morreale. Si tratta di uno studio molto interessante su come i mass media siano, prima ancora che dei divulgatori, i creatori su vasta scala di un particolare sentimento, quasi del tutto sconosciuto fino alla modernità e oggi diventato pervasivo, ingombrante. Che cos’è la nostalgia? Da dove viene? Come è stata manipolata da un secolo di cinema e mezzo secolo di televisione? Riproduciamo qui, per i lettori di Minima&Moralia, un breve estratto del libro.

di Emiliano Morreale

5. Storia della nostalgia

Il termine «nostalgia» ha una data di nascita recente ed esattamente situabile. Viene creato come neologismo medico, introdotto dal diciannovenne alsaziano Johannes Hofer nella sua Dissertatio Medica de Nostalgia (1688) e definito come «la tristezza ingenerata dall’ardente brama di tornare in patria». Parente della malinconia e dell’ipocondria, se ne distingue per dei tratti più «democratici»: è malessere di sradicati, di soldati (svizzeri, per lo più) e marinai lontani da casa, è insomma patologia «borghese» e moderna (o piuttosto: lo diviene appunto quando viene trasposta e schedata come patologia). Ma più precisamente sembrerebbe nascere dall’attrito tra vecchio e nuovo, e infatti gli Stati Uniti se ne riterranno immuni fino a gran parte dell’800.
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