Posts Tagged ‘Michael Walzer’

Il male minore

ottobre 28, 2009

Questo articolo di Alessandro Leogrande è apparso sul Riformista. Lo scrittore israeliano Eyal Weizman affronta la questione dei conflitti giusti e ingiusti: come porre fine ai massacri di massa. La sua è una prospettiva radicale: che ogni aut aut nasconda in realtà una soluzione debole a tal punto da essere un viatico per la leggittimazione di qualsiasi aggressione.

di Alessandro Leogrande

Walzer_blogFino a che punto è lecito un intervento militare che ponga fine a un’atrocità ancora più grande? È questa una delle domande chiave che attraversa la filosofia politica contemporanea, o meglio quel sottile diaframma dato dall’intersezione tra questa e il dibattito sulle «questioni pubbliche» e internazionali cruciali. È possibile formulare una risposta, o una serie di risposte, non in termini di «economia della violenza» bensì di filosofia morale?
Una trentina di anni fa, il filosofo ebreo-americano Michael Walzer ha dedicato al tema un libro importante, Guerre giuste e in giuste (pubblicato da Liguori nel 1990, ora da Laterza), in cui provava a sciogliere la matassa, ripercorrendo il pensiero politico occidentale, da due punti di vista: la legittimazione morale di un intervento armato e – una volta che il conflitto è iniziato – le leggi scritte e non scritte che dovrebbero catalogare una sua condotta il più possibile «etica».
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La prima vittima. Tom & Jerry & la guerra giusta

settembre 9, 2009

di Raffaele Alberto Ventura

Poiché passiamo la porzione più dilettevole della nostra esistenza di cittadini democratici a «prendere posizione», a «giudicare», ad «aderire», spesso a «condannare» e ovviamente ad «argomentare», come passeremmo le giornate se non fossimo informati d’un numero congruo di rivoluzioni, esecuzioni, attentati e varie catastrofi? Ma soprattutto chi saremmo, se non potessimo definire noi stessi per mezzo d’una guerra lontana? La politica estera, si direbbe, è la forma più pura di politica interna. Per fortuna di conflitti se ne trovano a ogni angolo e anche di giornali, documentari, flussi RSS, twitter per raccontarne i sordidi dettagli. A noi spettatori resta l’onere di soppesare a mente fredda le ragioni dei contendenti, documentandoci quanto basta — cioè pochissimo. In fondo la regola dello spettacolo è semplice: tra gatto e topo, ha sempre ragione il topo. Ma chi è il topo?
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Il pensiero politico di Obama

luglio 15, 2009

di Alessandro Leogrande

A oltre sei mesi dall’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, vorrei tirar fuori un commento che scrissi a caldo per Lo straniero (n. 102-103, dicembre 2008-gennaio 2009) sulla sua vittoria elettorale di novembre 2008, e sulla campagna elettorale che ha portato alla sua elezione. Perché? Perché credo che, anche a distanza di tempo, bisogna avere il coraggio di ribadire ciò che si è scritto a caldo, azzardando una presa di posizione. Ma non è solo per questo. Obama è una meteora che ha scombussolato le sinistre occidentali, rigenerando parte del nostro discorso e facendo proprie (nel senso che le ha letteralmente portate alla Casa Bianca) parole e idee che fino a pochi anni fa si sentivano solo in cortei e assemblee minoritarie (o in carbornari seminari universitari). The times they are a-changin’, cantava Dylan… Tuttavia, nonostante il fascino della sua escalation politica, in molti rimangono sospettosi, titubanti, pronti alle prime critiche. Obama ci è o ci fa? Questa la domanda, neanche tanto sottaciuta, che attraversa le scosse sinistre. Detto in altri termini: cosa cova sotto le parole; e – soprattutto – i buoni discorsi hanno il potere di cambiare il corso degli eventi? Come è evidente, queste sono domande cruciali che trascendono la figura e il ruolo dello stesso Obama. E allora?
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