Posts Tagged ‘Michele Mari’

The end of bookishness: uno scrittore al confine tra due mondi

aprile 23, 2010

di Carlo Mazza Galanti

In occasione dell’uscita (prevista per i primi giorni di maggio) di Rosso Floyd, il prossimo romanzo di Michele Mari dedicato al tormentatissimo genio di Syd Barrett, propongo ai lettori di minima&moralia una parte del mio breve saggio già pubblicato sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti.

«Perché se è vero che il mezzo è il messaggio e che l’avvento della multimedialità interattiva cambierà tutto (ma voglio prendermi il lusso di sperare il contrario fino all’ultimo, come un soldato giapponese in un atollo), è anche vero che una delle cose più vere e commoventi di ogni creazione artistica è sempre stata il conflitto con il proprio mezzo. Quindi prepariamoci alla lotta, con questi non-libri che ci aspettano, senza affrettarci a salutarli come trionfatori».

È questa la breve ma significativa reazione di Michele Mari (pubblicata sul Corriere della sera del 9 agosto del 2000) al lungo e interessante saggio di Gabriele Frasca che chiude la Storia generale della letteratura diretta da Nino Borsellino e Walter Pedullà. Una riflessione, quella di Frasca (poi sviluppata nel volume intitolato La lettera che muore. La «letteratura» nel reticolo mediale), che guarda con una certa fiducia al mondo post-tipografico e alle possibilità della creazione letteraria (ma giustamente Frasca preferisce parlare di arti basate sul linguaggio) offerte dalle nuove e dalle nuovissime tecnologie (ad esempio le finzioni ipertestuali su cdrom di Michael Joyce o di Shelley Jackson). Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e della progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare il proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione di scrittore in termini di lotta, di confitto, di opposizione. L’immagine amaramente ironica del soldato giapponese che nel ristretto spazio di un atollo continua a combattere una guerra ormai persa (utilizzata a più riprese dallo scrittore) potrebbe far coppia con questa, appena meno drammatica, evocazione dei monaci medievali (tratta da un’intervista di un paio di anni fa): «… ci sono stati anche degli eroici monaci che nel medioevo hanno difeso la letteratura dai barbari», dove Mari si riferisce di nuovo, evidentemente, alla condizione del letterato contemporaneo. Molti suoi personaggi ripetono, ognuno a suo modo, il destino di questi metaforici, anacronistici ribelli e reclusi. Esseri malinconici, marginali e solitari, abitano luoghi remoti, abbandonati o decandenti, a volte circondati da libri. Testimoni di una consunzione irreversibile, di una perdita di aderenza alla realtà, questi uomini sono spesso folli, vaneggianti, immersi nei propri deliri, smarriti dietro oscure fantasie: Osmoc, lo studioso-eremita di Di bestia in bestia, il capitano di La stiva e l’abisso, il custode amnesico della vecchia casa di famiglia in Verderame, il condottiero rimasto l’unico sopravissuto di tutto la sua legione (L’Artigliopapine), il filologo divenuto serial killer (La serietà della serie), il ricercatore di Temperatura esterna (sia questo racconto che i due precedenti fanno parte di Euridice aveva un cane), divenuto folle nella solitudine di una base polare. Infine Syd Barrett, il fondatore dei Pink Floyd (protagonista in absentia di Rosso Floyd), destinato a un esistenza fantasmatica, al limite della follia, lontano dai riflettori nel buio seminterrato della casa materna.
(more…)

Sangue dalle rape

dicembre 20, 2009

Oltre la congestione del traffico e l’eccitazione consumistica, il Natale favorisce anche più nobili e anacronistiche inclinazioni. Tra queste certamente il piacere delle favole. Proponiamo ai lettori di Minima&moralia questa splendida «fiaba nera» di Michele Mari. Originariamente commissionato dall’Istituto Trentino di Cultura in occasione della rassegna Mesi d’autore, questo racconto è stato rappresentato a Trento il 30 ottobre 2003, quindi pubblicato sulla rivista dell’Istituto (Comunicare / Letterature Lingue, 4, 2004), infine ripreso, due anni dopo, nel numero 25 di Riga dedicato Giorgio Manganelli. Ringraziamo l’autore per averci permesso di ripubblicarlo in questa sede.

di Michele Mari

Nevrotica e ambiziosa, la principessa Melania decise di por fine alla propria noia inventandosi qualcosa di esaltante. E poiché nella sua raffinatissima testa allignava il verme della demenza, si abbandonò come sempre alla sua ecolalia: «Esaltante esultante, sì sì, risaltante risultante, tanti salti risalenti, salienti, seminiamo le genti». Ripetuta sette volte questa litania, si diresse a uno dei tanti verzieri che circondavano il suo palazzo, e là, con gesto teatrale, sparse ovunque manciate di semi.
«Che semini, bella principessa?» le chiese il corvo.
«Semino rape: noi si semina rape: son semi di rapa rapiti alla morte, mi pare».
«Avrei vaghezza di saperne di più, sulla rapa».
«Rapa è quella da cui non puoi cavar sangue, imparammo: per questo io che affiso in alto e lontano lo sguardo ho deciso che caverònnelo. Deucalione e Pirra restaurarono l’umanità seminando pietrame, non potrò io suscitare la vita in rapis per rapas?»
«La vita di rape, ciò è sì», precisò il corvo.
«No, la vita sanguigna dell’uomo! La vita-vita, la nostra animale, la mia razionale!» si infervorò la principessa, che come le capitava in questi casi si abbandonò a una serie impressionante di tic nervosi, dei quali si liberò lentamente solo dopo averli ritmati.
«Domina gli strabuzzamenti nel metro siccome poetessa” pensò il corvo, ma se lo tenne per sé».
«Allora, la rapa», riprese la principessa dopo aver avuto ragione delle sue smorfie: «tu vedrai che la rapa è piena e compatta, ed è dura: ma insieme è sugosa: non solo, ma il suo miracolo risiede in certa sua interna trasparenza, come di madreperla: e vi discerni, se affisi lo sguardo, un sottile ricamo di venature, talquale la filigrana. Questa è la rapa, misteriosa ed ambigua, ma poi… tutto questo mistero, questi arabeschi, la sua iridescenza… ohibò, tutta questa bellezza rimane lì, sterile, inattuata come un simbolo vuoto, senza sangue, perché per definizione la rapa non è suscettibil di sangue: per questo io…»
«Susciterollo!» terminò il corvo, contagiato da tanto entusiasmo.
«Al dio degli orti piacendo», sospirò la principessa, cui non piaceva condividere il proprio entusiasmo con nessuno.
(more…)

La letteratura salvata dalle donne

ottobre 9, 2009

di Valeria Parrella

parrellablogA domanda rispondo, pur non essendo certa che la domanda, cosa e dove sia la nuova narrativa italiana, sia giusto porla a una scrittrice: la quale in primo luogo aspira a farne parte, e quindi si vede costretta ad autoanalizzarsi, decomporsi in quella serie di categorie che dovrebbero definire l’oggetto, con la speranza di finirci, in una di queste. O corre il rischio, ben peggiore per gli altri, di inventarsi a bella posta un criterio di analisi che la contenga. Inoltre le categorie le deriviamo da processi induttivi, e quindi bisognerebbe aver letto moltissimo, se non tutto. E non è il mio caso. Leggo letteratura italiana contemporanea da pochissimi anni. Prima mi dedicavo quasi esclusivamente alla letteratura straniera, e alla saggistica talvolta. Per un paio d’anni ho lavorato come commessa-libraia in una libreria della catena Feltrinelli, e ricordo che la narrativa contemporanea italiana in classifica ci arrivava poco e a stento. Altra cosa che mi affascinava, quando ero commessa-lettrice, era che la maggior parte dei nostri clienti erano donne. Davvero molte. E la maggior parte dei nostri scrittori erano uomini. Davvero molti. Io, con lo sconto dipendenti, me ne vedevo bene tra i nord americani, dopo aver avuto i sud americani, e prima ancora, come tutti, i francesi e i russi, e prima ancora, come molti, i greci, laddove e quando non ci si stava troppo ad arrovellare sui generi ma si leggeva e basta.
(more…)

Se a Mari e Scarpa gli tirano le pietre

ottobre 1, 2009

Questo articolo è apparso sul Riformista.

di Stefano Ciavatta

La principale novità dello Zingarelli 2010 è la segnalazione di oltre 2800 parole da salvare: parole come fragranza, garrulo, solerte, sapido, fulgore il cui uso diviene meno frequente perché tv e giornali privilegiano i loro sinonimi più comuni (ma meno espressivi) come profumo, chiacchierone, diligente, saporito, luminosità.
2800 parole: un’oasi ancora utile per uno scrittore, o l’immagine di un dizionario obsoleto?
Quale la scelta per un letterato?
Al Festival della Letteratura di Mantova lo stregato e istrionico Tiziano Scarpa e l’austero e categorico Michele Mari hanno risposto all’appello di Giuseppe Antonelli, storico e linguista, portando ognuno un termine esemplare per il loro vocabolario.
(more…)