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Omaggio a Giuseppe Genna

aprile 12, 2010

Durante la presentazione di Assalto a un tempo devatato e vile. versione 3.0 a Libri Come, domenica 28 marzo a Roma, Tommaso Pincio è intervenuto all’incontro leggendo questo “Omaggio a Giuseppe Genna”, in cui racconta il suo rapporto con il libro e con l’autore. Buona lettura e buon inizio di settimana.

di Tommaso Pincio

È da diverso tempo ormai che Giuseppe Genna perturba le nostre lettere. In rete e sulla carta stampata. E dico perturba non perché sia per vocazione un agitatore. È il suo semplice esistere che scuote. Solitamente, con uno scrittore, la partita si risolve con un «mi piace» o il suo contrario. Talvolta, tanto il «mi piace» che il suo contrario si amplificano in forme di adorazione incondizionata o rifiuto assoluto ma soltanto in rari giungono a toccare lo scrittore al di là di quel che egli scrive. La persona, solitamente e per quanto possibile, viene lasciata al riparo, risparmiata.
Il caso di Giuseppe è diverso. Certo, c’è chi lo ama e molto per quello che scrive e altri che, per la stessa ragione, lo amano meno. A un certo punto del suo percorso Giuseppe ha iniziato a usare per sé una strana definizione: il Miserabile scrittore. Era qualcosa di più di un comune epiteto, un nomignolo, un nick di battaglia affibbiatosi da sé. Giuseppe non si era semplicemente autobattezzato Miserabile né si limitava a palesare una discendenza adottiva da un assai noto maestro dei tempi andati. Giuseppe, quando si presentava al mondo in questa maniera — un mondo che era perlopiù quello della rete di cui egli un profondissimo conoscitore — parlava di sé in terza persona. Definirsi il Miserabile scrittore non era per lui un’obliterazione momentanea del nome, era un modo per parlarsi in terza persona, considerasi altro da sé, guardarsi da fuori.
Di più: era un modo di espellersi.
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A scuola di scrittura con Sandro Veronesi (I parte)

novembre 27, 2009

Solo per voi, cari lettori di minima&moralia, abbiamo rispolverato questa lezione di Sandro Veronesi tenuta qualche anno fa al corso di scrittura creativa organizzato dalla casa editrice minimum fax. Il trucco, per far fruttare l’investimento (di denaro e aspettative) che richiede un corso di scrittura, o scuole di questo tipo, dice Veronesi, è mantenere la mente il più possibile neutrale, e liberarsi dagli ingombri. Noi vi auguriamo una buona lettura e vi consigliamo di non perdere la seconda parte.

di Sandro Veronesi

Il problema di questi…chiamiamoli corsi, più o meno strutturati, è sempre il rapporto che si determina tra chi viene a parlare e chi va ad ascoltare. C’è tutta una teoria secondo la quale questi corsi sono inutili perché non si può imparare e non si può insegnare (a scrivere) ma molto dipende dall’atteggiamento di chi viene. Io lo so per esperienza. E mi sono reso conto che la qualità di un corso, di un seminario, di una serie di seminari su questo argomento è in primo luogo determinata dal progetto, da chi ci partecipa, dalla qualità degli interventi, ma anche dalla qualità dell’attenzione di chi partecipa. Perché capita di rado nella vita di passare due ore a parlare di cose che ci interessano tutti quanti qui presenti come la letteratura. Non lo fa la televisione, non lo fa la radio, non lo fa nessuno. Tendenzialmente nelle conversazioni private in terrazza se ne parla, ma non per due ore.

Mi sono reso conto molte volte che il cosiddetto allievo di questi corsi viene con un ingombro che è determinato dalla più che legittima aspirazione a dare visibilità al proprio lavoro. Un lavoro che già c’è, che già va avanti, magari da un po’ di tempo. Già uno è fortunato a vivere a Roma, per esempio, perché a Roma, in un modo più o meno istituzionale, si possono generare quelle condizioni per essere coinvolti a vario livello, con interlocutori credibili in progetti come questo. A Prato, dove son cresciuto io: niente. Uno scrittore in carne e ossa l’ho visto a Roma. Poi c’erano i corsi, ma chi li fa? Lì ci sono le sovvenzioni, il comune, la regione, però è roba da sottobosco, si sa, e per disperazione uno ci può andare. Ma è chiaro che non producono nulla. Sono solo utilizzo di danaro (anche poco), quelle rotelline che fanno funzionare gli apparati burocratici degli assessorati. Però in una città come Roma, in città con un po’ più di fervore, sono occasioni importanti.
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