Posts Tagged ‘Morire di stato’

Morire di stato

maggio 6, 2010

14/01/2010 Decesso di undici rimpatriati in Libia

La data fa riferimento all’articolo di Fabrizio Gatti, uscito per L’espresso all’inizio del nuovo anno. Per non perdere l’abitudine. Vi avvertiamo che le immagini del video sono davvero scioccanti ma è probabile che sia esattamente questa la reazione che serve.

di Gianluca Cataldo

L’odierno clima politico trova naturale linfa in quello che Bauman definisce, nel saggio Paura liquida, «lo Stato dell’incolumità personale».
Una paura diffusa, eterea, è definibile come paura di secondo grado. È tale una paura derivata che, indipendentemente dall’attualità di una minaccia, orienta il comportamento di un uomo, in seguito a una modificazione delle sue aspettative e della personale percezione del mondo.
Probabilmente il miglior termine che descrive questa declinazione dell’animo è una particolare forma di sensibilità, ossia: l’insicurezza. Chi accetta, nella propria vita, l’inclusione di tale variabile farà costantemente ricorso a meccanismi di difesa da questa paura ubiqua. Le paure derivate, dunque, si auto-alimentano.
Il negativo dell’insicurezza è la sicurezza, un simulacro politico cui si sono votati i partiti di destra – e non solo – di mezza Europa.
Il Devoto-Oli Ed. 2008 definisce sicurezza la «condizione oggettiva esente da pericoli, o garantita contro eventuali pericoli».
Attribuisce al termine simulacro il significato letterario di immagine divina o meglio, dal punto di vista tecnico, di «[…] modello al vero di una macchina o di una parte di essa, riproducente per lo più la sola forma esteriore».
L’incolumità, invece, rimanda alla sfera personale del proprio corpo e delle sue estensioni.
La stessa Europa che vive nell’incubo di una costante emergenza-sicurezza è, oggi, il continente statisticamente più al sicuro della storia dell’umanità. «Viviamo senza dubbio […] nelle società più sicure finora mai esistite »[1], eppure, nella sua assuefazione alla paura, la Società ha dimenticato di liberarsi dalle ansie e dalle paure derivate, nate e nutritesi in seno all’insicurezza.
Bauman analizza, a questo punto, le tre aree che hanno prodotto insicurezza nell’epoca pre-moderna:
1) La tecnologia ha sedato la natura rendendo stabile e sicuro il nostro habitat
(salvo vistose eccezioni quali l’uragano Katrina o l’alluvione a Giampilieri).
2) La cura di malattie e persino dei difetti congeniti del corpo ha raggiunto
livelli di protezione elevatissimi.
3) Inimicizia e ostilità tra gli uomini.
Riguardo alla terza area la promessa di sicurezza non è stata adempiuta e, anzi, se ne è persino complicata la realizzazione. Si può affermare che la paura nei confronti degli altri esseri umani rappresenti oggi il genus fondamentale dell’insicurezza moderna.
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aprile 29, 2010

05. Decesso della Seconda Repubblica 4/12/09
di Gianluca Cataldo

Dichiarazioni di Spatuzza davanti ai giudici della II sezione della Corte d’Appello di Palermo (in trasferta a Torino). Il pentito verrà poi smentito dai fratelli Graviano, o meglio da uno dei fratelli Graviano. Riportiamo, a tal riguardo, l’estratto di un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su Repubblica il 12 dicembre 2009

Nell’aula risuonano i tre «no» tondi e secchi di Filippo Graviano. «Conosce Marcello Dell’Utri?», chiede la Corte. «No!», risponde. «Ha mai incontrato Marcello Dell’Utri?». «Assolutamente no!». «Ha mai avuto rapporti anche indiretti con Marcello Dell’Utri?». «No!». I tre «no» rendono molto soddisfatta la difesa del senatore. Fanno dire a Berlusconi che «siamo alle comiche». Susciteranno gli animati strepiti dei turiferari del cavaliere.
Con buone ragioni, se l’affare lo si semplifica fino a non tener conto delle anomalie di questo processo e dell’abitudine tutta siciliana all’omissione, all’ambiguità, al non detto che allude, al detto che nasconde: la migliore parola è quella che non si dice, dicono nell’Isola. Anche ieri, la parola più determinante non è stata detta. Avrebbe potuto dirla Giuseppe Graviano. È lui che organizza le stragi del 1993, non Filippo. È lui, non Filippo, che – secondo Gaspare Spatuzza – si gloria di «essersi messo il Paese nelle mani» forte delle promesse di Berlusconi («quello di Canale 5») e di Dell’Utri («il paesano»). Con una sola parola, il mafioso di Brancaccio avrebbe potuto o distruggere la credibilità di Spatuzza o dannare all’inferno il senatore. Quella parola l’ha rifiutata per il momento almeno fino a quando non gli saranno attenuante le severe condizioni carcerarie che lo affliggono.
Ora ci si può sbizzarrire con l’ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese.


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Morire di Stato

aprile 22, 2010

04. Decesso di Brenda 19/11/2009
di Gianluca Cataldo

Si riporta un articolo di Enrico Fierro apparso su Il Fatto Quotidiano sabato 21 novembre 2009. Il resto della cronaca è, per l’appunto, cronaca, anche recente. È del 30 marzo 2010 la notizia dell’arresto del maresciallo Nicola Testini, uno dei carabinieri coinvolti nel ricatto a Piero Marrazzo. Nell’ordine di cattura si parla di omicidio volontario ai danni di Gianguarino Cafasso, anch’egli coinvolto nello scandalo a base di cocaina che ha travolto l’ex governatore del Lazio.

L’unico fatto certo è che Brenda la trans è morta. Ora i suoi clienti possono dormire sereni. Se ne è andata soffocata dal fumo in un buco fetente di 18 metri quadrati. Una porta, l’ingresso con un pertugio usato come bagno, un soppalco e un letto. Tutta qui la vita e la morte del trans chiamato Brenda, ma che Marrazzo appellava Blenda, quando la sentiva e quando è stato costretto a ricordarsi di lei. La sua vita valeva poco, ma i misteri che avvolgono la sua morte impreziosendola hanno già trasformato il dramma di un uomo politico sprofondato nelle sue debolezze in un altro mistero italiano. Il luogo della morte parla di uno squallore immenso. Siamo in via Due Ponti 180, cuore della Cassia. Palazzi fatiscenti, mura dove l’intonaco è un ricordo lontano. «Palazzina numero cinque»: la toponomastica è un pezzo di cartone. Italiani pochi, immigrati tantissimi. Questa è una delle zone del «puttan tour» capitolino, qui si incontrano trans a prezzi da realizzo. Il locale dove Brenda ha passato le ultime ore della sua vita è un sottoscala con soppalco. Quando arrivano i vigili del fuoco è l’alba, sfondano la porta ed entrano. Le fiamme non sono potentissime, basta poco per spegnerle. La casa era chiusa dall’interno a doppia mandata e dentro c’era un altro mazzo di chiavi. Sul soppalco un letto e il corpo di Brenda. È seminuda, il volto gonfio per il soffocamento. Le fiamme non hanno toccato il corpo, sulla pelle solo fuliggine. Accanto al letto una bottiglia di whisky. Brenda beveva tanto. In casa le finestre sono chiuse, non ci sono segni di «effrazione», recita il primo verbale della polizia. Il fumo ha potuto lavorare indisturbato. Come è morta Brenda? Incidente o omicidio? Di questo si discute. Perché tutti, i magistrati che hanno aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio volontario, innanzitutto, escludono il suicidio. Le sue amiche ne parlano. Brenda era depressa, voleva fuggire, aveva crisi isteriche. «Ma non si è mai visto un suicidio così. Uccidersi soffocandosi col fumo di un incendio non esiste in natura», spiega un investigatore.
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Morire di stato

aprile 15, 2010

03. 22/10/2009 Decesso di Stefano Cucchi
di Gianluca Cataldo

Panopticon
(confessioni di un luogo di prigionia)

Sono lo specchio architettonico di quella tecnologia politica del corpo che agisce verso la marchiatura e la soggezione dell’ospite.
Un torrione al centro e un anello periferico di celle forate verso l’interno e verso l’esterno. Il sole trapassa e impatta sull’ospite che proietta ombre sulla mia cella nella torre centrale. Sono tutti, ai miei occhi onnivedenti, ridotti a ombre. Si allungano e si contraggono seguendo l’ordine del tempo, un ordine ormai accartocciato, puntiforme. Ogni loro minimo movimento, ogni singolo cedimento nell’impalcatura sociale dentro cui sono destinati a recitare il ruolo imbastito sulla loro ombra, che impercettibilmente si muove, mi si presenta come spostamento di luce. È come un gioco di specchi neri che riflettono il negativo di un’immagine. Sono tutti sfocati e privi di lineamenti, ed è rassicurante avere a che vedere con una proiezione. Vedo gli ospiti privi di storia, un magma da catalogare, oggetti di un’informazione e mai soggetti di una comunicazione.
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Morire di stato

aprile 8, 2010

04/08/2009 Decesso di Francesco Mastrogiovanni

di Gianluca Cataldo

Francesco Mastrogiovanni è morto, secondo quanto riportato nella cartella clinica, alle 7.20 del 4 agosto 2009 all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania durante l’esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O. come da legge Basaglia).
Il caso Mastrogiovanni ha portato alla luce come all’interno dell’ospedale di Vallo della Lucania vigesse un sistema para-detentivo, dove l’aspetto contenitivo della malattia psichiatrica è preminente su quello della cura.
La storia del maestro anarchico la si può leggere sui quotidiani (pochi: Liberazione, Il Fatto Quotidiano e Il Cilento) che si sono occupati della vicenda. Ottanta ore di agonia, «durante le quali i suoi polsi e le sue caviglie sono rimasti costantemente legati, l’alimentazione resa possibile solo attraverso le flebo. Tutto registrato da nastri delle telecamere interne dell’ospedale. […]. Il maestro è morto per edema polmonare».[1]
Nonostante i filmati e l’enorme lasso di tempo contenuto con legacci e malnutrito con la flebo, nessuno tra personale medico, infermieristico né tantomeno il direttore sanitario è intervenuto. L’edema polmonare è conseguenza logica della prolungata e coatta posizione, quasi cristologica, cui Mastrogiovanni è stato costretto per ottanta ore.
I sette medici e i dodici infermieri indagati per omicidio colposo sono lì a testimoniarlo, così come la sospensione del direttore del dipartimento.
Invece che addentrarsi in dettagli di ordine tecnico-legislativi, è bene riportare alla memoria il processo intellettuale che, a partire dal 1961, ha suscitato in Franco Basaglia l’esigenza di un rovesciamento, prima, e una negazione, poi, di quella particolare istituzione totale definita manicomio (legge Giolitti, istitutiva dei manicomi).
Il termine ultimo della negazione dell’Istituzione sarà la chiusura degli ospedali psichiatrici (già sostituitisi ai manicomi). Il punto di partenza si basa su una duplice consapevolezza: della condizione dell’internato e della condizione dello psichiatra.
Il primo, in un manicomio, è posto in una situazione di totale spoliazione di sé in un contesto di violenza ed esclusione, determinate l’una da presunte finalità rieducative, l’altra giustificata sul piano della necessità come conseguenza della malattia. Una malattia che, a ben guardare, sembra elevarsi a passaggio burocratico, un’etichetta che codifica una passività data come irreversibile.
L’approccio esclusivamente organicista alla malattia la identifica in un’alterazione biologica da accettare e arginare in considerazione dell’assenza di una cura effettiva. Il corto circuito è rappresentato dell’oggetto d’indagine medica: un corpo che si presume malato e che in tal modo viene visto da chi quel corpo lo vive.
Paradossalmente finiscono per coincidere le visioni dello psichiatra, dell’istituzione e dell’internato, cosicché l’oggettivazione travalica il corpo per assorbire l’intera persona. La violenza trasla, per così dire, dal corpo-oggetto alla persona-oggetto. E non può essere diversamente dato che il rapporto medico-paziente-istituzione si basa su un’etichetta che definisce il malato come portatore di malattia.
Inoltre, in un’istituzione totale, la malattia sembra guidare qualsiasi atto dell’internato che vive, agli occhi dello psichiatra, sotto la sua continua deviazione.
«[…] C’era una paziente un giorno che era allegra perché le avevano detto che entro poco tempo sarebbe uscita dal manicomio. Quando lo seppe si mise a cantare a squarciagola dalla gioia. La caposala la vide e secondo lei non poteva cantare dalla gioia, poteva cantare solo perché era pazza. Così ci obbligò a prenderla con la forza e a rinchiuderla in un camerino […]».[2]
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