Posts Tagged ‘musica’

L’arte di scrivere canzoni: Bob Dylan in pillole

febbraio 25, 2010

Qui sotto un collage di pensieri sparsi di Bob Dylan raccolti dal cantautore e critico musicale statunitense Paul Zollo in un’intervista del 1991 contenuta nella raccolta Songwriters.

I have made shoes for everyone,
even you, while I still go barefoot
Bob Dylan

«Songwriting? Che ne so io di songwriting?», mi chiede Bob Dylan, poi scoppia a ridere. Porta un paio di jeans, una canotta bianca, beve caffè da un bicchiere di vetro. «Nel bicchiere di vetro è più buono», mi dice con un sorrisone. La sua chitarra acustica di legno chiaro è appoggiata su un divano accanto a dove siamo seduti. La chitarra di Bob Dylan. La sua influenza è talmente enorme che tutto ciò che lo circonda si carica di significato: I mocassini di Bob Dylan. La giacca di Bob Dylan.

Pete Seeger una volta ha detto: «Tutti i songwriter sono anelli di una catena», eppure in questo arco evolutivo sono pochissimi gli artisti che hanno lasciato un’influenza profonda come quella di Bob Dylan. È difficile immaginarsi l’arte di scrivere canzoni così come la conosciamo prescindendo da lui. Nell’intervista ripete che «l’avrebbe fatto qualcun altro», ma in verità è stato lui l’istigatore, quello che sapeva che le canzoni potevano fare di più, che potevano sobbarcarsi un compito più importante. Sapeva che la forma canzone poteva contenere una ricchezza lirica e un significato che andassero molto oltre il raggio d’azione delle canzonette pop, che le canzoni potevano avere la stessa bellezza, la stessa forza della più grande poesia, e che per il fatto di essere scritte con un loro ritmo e in rima potevano parlare alle nostre anime.
Partito dai modelli dei suoi predecessori, il talking blues imparato dai pezzi di Pete Seeger e Woody Guthrie, Dylan scartò presto le vecchie forme per modellarne di nuove. Infranse tutte le regole del songwriting senza abbandonare il mestiere e la cura necessari per creare canzoni che durano. Alla poesia folk di Woody Guthrie e Hank Williams aggiunse la bellezza della lingua di Shakespeare, Byron, Dylan Thomas e l’apertura e la sperimentazione beat di Ginsberg, Kerouac e Ferlinghetti. E mentre il mondo si stava appena abituando a questa nuova forma, portò la sua musica in una direzione ancora diversa, fondendola con l’elettricità del rock’n’roll. «È troppo e non è ancora abbastanza», dice riferendosi alla natura aperta di molte delle sue canzoni.
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Questo decennio

febbraio 12, 2010

Questo articolo è stato pubblicato a gennaio sul Riformista ed è un’interessante riflessione di Nicola Lagioia da inserire nell’archivio di questi anni Zero appena conclusi.

di Nicola Lagioia

Se dal punto di vista sociopolitico i cosiddetti anni Zero hanno infranto ogni residua certezza su tante pie illusioni in voga nei Novanta – quali l’Età dell’Acquario o la Fine della Storia – c’è da capire cos’ha rappresentato il decennio appena archiviato dal punto di vista culturale. Sotto Capodanno, molti giornali si sono scatenati a tirare le somme con il più divertente e inutile degli strumenti a ciò preposto: le classifiche. Sulle terze pagine di quotidiani e riviste ci siamo trovati a interrogarci su problemi del tipo: «è stato il decennio di David Lynch o di Miyazaki?», «più bravo McCarthy o Philip Roth?», e ancora «ha saputo rappresentare meglio il nostro tempo Gomorra o Romanzo criminale?» Un gioco divertente, gradito a chi volesse recuperare qualche perla smarrita. E tuttavia, soprattutto in Italia, dove pure hanno visto la luce saltuariamente ottimi film e romanzi e dischi, se si isola il meglio della nostra produzione dal contesto in cui è nata (o, miracolosamente, sopravvissuta) non si capisce che territori ci stiamo lasciando alle spalle. Cosa sono stati dunque gli anni Zero per la musica, il cinema, la televisione, la letteratura?
Non credo sia esagerato considerare l’ultimo decennio (quello iniziato con l’assurda mattanza cilena al G8 di Genova e concluso con l’aggressione al premier e la rivolta di Rosarno) come tra i più difficili della nostra storia repubblicana, anche dal punto di vista culturale.
Prendiamo la televisione, e ricordiamo cosa ne è stato del medium che in passato era sì il megafono della DC, ma dava spazio poi a Carmelo Bene, a Pasolini, a Dario Fo, persino a Ezra Pound. Ebbene, in Italia gli anni Zero si sono aperti televisivamente nel 2002 con l’editto bulgaro che fece fuori Biagi, Luttazzi e Santoro. Dei tre, è rimasto oggi in tv solo Santoro. Non ci sarebbe neanche da lamentarsene, se nel frattempo fossero sorte trasmissioni dello stesso livello di Satyricon. Ma se si guarda a cosa è stata in questo decennio la televisione generalista, si scopre il deserto. Negli anni Zero non è nata (non è potuta nascere produttivamente) una sola trasmissione che fosse innovativa come Blob (nata nell’89), divertente come Tunnel (1994), cupamente coraggiosa come Pippo Kennedy Show (1997), spregiudicata come appunto il Satyricon di Luttazzi e Freccero (a sua volta mandato a svernare su Rai Sat). Per quanto riguarda le serie, se si pensa a cosa è accaduto negli Stati Uniti coi vari Lost, Sopranos o Mad Men, e lo si mette a confronto con Un posto al sole o anche con la pur dignitosa Meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, il confronto non regge, tanto che per trovare un (almeno uno!) prodotto televisivo italiano al passo coi tempi, gli happy few si rifugiano in Boris, che difatti non è prodotto né da Rai né da Mediaset ma dal distaccamento nostrano della statunitense Fox.
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Diaframma e ciò che resta del rock

dicembre 31, 2009

Pubblicato qualche giorno fa sul Riformista
di Nicola Lagioia

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di condividere lo stesso palco con Federico Fiumani, cantante, chitarrista e anima dei Diaframma, uno dei pochi gruppi rock degni di questo nome nati in Italia negli ultimi trent’anni. Il luogo era il torinese Circolo dei Lettori, e l’occasione una rassegna ideata per far convivere letteratura e musica tra gli stucchi dell’austero palazzo Granieri della Roccia. Un contesto lontano da teatritenda, centri sociali e altri spazi d’elezione per la musica alternativa. E tuttavia, quando ho visto Fiumani imbracciare la chitarra e poi lanciarsi nei classici del repertorio come Verde, Siberia, Caldo, L’Amore segue i passi di un cane vagabondo davanti a un pubblico che più eterogeneo non poteva essere (tra fan accorsi dai paesi circostanti, studenti di creative writing nati dopo la new wave, signore impellicciate che ignoravano anche il nome di Ian Curtis), suscitando tra gli astanti non l’entusiastica e in fn dei conti vuota compiacenza che circonda i Dinosauri della musica leggera ma sentimenti più difficilmente gestibili quali stupore, perplessità, fastidio, commozione, spiazzamento, amore… è stato allora che ho pensato: «ecco, dov’era andata a nascondersi per tutto questo tempo…» Mi riferivo alla musica rock.
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