Posts Tagged ‘Nessuno’

seminario sui luoghi comuni

marzo 30, 2010

12. Se la montagna non va a Maometto

di Francesco Pacifico

In Uno, nessuno e centomila, Vitangelo Moscarda, erede benestante di un banchiere siciliano, precipita in una brutta crisi d’identità dopo essersi tagliato i baffi. Un’indagine furiosa su cosa pensano di lui i suoi conoscenti lo porta in territori insalubri per un borghese: a mettere in discussione se stesso, a sentirsi sparpagliato nei tanti sé rifratti negli occhi degli altri.
A un certo punto, a caccia di metafore, Vitangelo Moscarda ne trova una preziosa: un essere umano è come una montagna: la montagna ci dà la roccia e il legno per fare le case; sempre montagna rimane, ma di essa vengono asportate molte parti, con cui gli umani fanno ciò che vogliono. La montagna non perde la propria identità di montagna ma intanto… «quello che era un pezzo di montagna è diventato una casa».
Ma prima di aver spiegato la metafora, che equipara l’uomo a una montagna, Moscarda pare smarrire il filo del discorso: è rimasto affascinato non dalla montagna come simbolo dell’uomo, ma dall’uomo ingegnoso e fattivo che va alla montagna per scomporla in parti e farne ciò che vuole. Così improvvisamente non vediamo più la montagna come una gigantografia di uomo con riferimento al proprio illusorio senso di interezza, ma come campo d’azione in cui viene alla luce un’altra caratteristica interessante dell’uomo: la voglia di modificare, di rifare, e la tendenza all’insoddisfazione che sta alla base.
Il cortocircuito fa sì che il narratore si dimentichi e prosegua rapidissimo, dopo aver fatto fare ancora un giro su se stesso alla propria metafora, dandole una terza valenza: siccome in sostanza la montagna si trasforma in case e mobili dentro le case, si rende conto di star parlando di case, e dice ai suoi lettori: vedo che non capite di cosa sto parlando, «no, via, non abbiate paura che vi guasti i mobili, la pace, l’amore della casa». E con questo cambia discorso. Cambia discorso usando come pretesto questi mobili e ciò che rappresentano: la sicurezza di ciò che si ha e pertanto si è.
Come si può usare un’immagine in tre modi alternativi gli uni agli altri, modi che costringono a salti gestaltici per l’impossibilità di pensare le tre interpretazioni contemporaneamente, senza risultare inconmprensibili e ridicoli?
Secondo me in questo capitolo Pirandello ci riesce perché costruisce, mmm, la sua casa sulla roccia. La montagna di cui si sta servendo per la sua ennesima giravolta filosofico-narrativa è vivissima. Con un rapprto dettaglio-visione d’insieme degno dei fumetti di Chris Ware, Pirandello regala un mondo in una pagina, in cui c’è la montagna mutilata, le pietre scavate e disposte, la montagna che protesta e dice «non mi muove», mentre i carri tirati dai buoi la trasportano via da sé pezzo a pezzo. E poi i faggi, i noci, gli abeti, che diventano sedie, armadi, scaffali. E infine il miracolo descrittivo che fa entrare tutto in risonanza: con l’avvicinarsi della primavera, forse l’amico ramo del noce da cui fu tratta lamia seggiola comincia ad accorgersi del canto del cardellino, e all’unisono scricchiola.
Ho portato questo brano perché se letto e riletto può darci una grande lezione su cos’è l’astrazione e cosa sono le idee quando entrano in un romanzo. L’intuizione di Pirandello è profonda, e l’autore si abbandona a essa con tale fiducia che quella, ossia la montagna, decide di ricompensarlo con altri doni. Ѐ l’aver pensato fino in fondo al concetto di montagna che perde i pezzi ad offrire a Pirandello la possibilità di contemplare il mistero dell’homo faber nei paragrafi successivi. E le due idee, alternative una all’altra come dicevo prima, risuonano però di uno stesso senso: si capisce che una creatura che va fuori di testa per il fatto di chiedersi «chi sono», o «essere o non essere», è quella stessa che passa le giornate a ingegnarsi per trasformare la natura in utensili: il massimo dell’impratico e il massimo del pratico dicono insieme Ecce homo, in una maniera che l’età moderna occidentale ci dà sempre insieme: Compagnia delle Indie Occidentali e Shakespeare, DeLillo e Steve Jobs.
Se Pirandello non avesse pensato in maniera così dettagliata quella montagna non gli avrebbe parlato.
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Persone/Nessuno

febbraio 5, 2010

Riprendiamo un post apparso la settimana scorsa sul blog di Linnio Accorroni, Un cuore intelligente; la sua associazione delle opere di Christian Boltanski, nella mostra recentemente allestita dall’artista al Grand Palais di Parigi, con le immagini che ci sono arrivate nelle utlime settimane dal terremoto di Haiti o dai dormitori-lager in cui vivono i nuovi schiavi di Rosarno, ci è sembrata particolarmente interessante e per questo ve la riproponiamo.

di Linnio Accorroni

Only connect, come al solito. Così, quasi inavvertitamente, per una suggestione sensoriale e cromatica prima ancora che concettuale e cronologica – quei vestiti colorati, quei panni smessi e/o indossati – viene quasi naturale sovrapporre in questi giorni immagini che provengono da contesti (Haiti, Parigi, Rosarno) e da ambiti (la realtà e la sua rappresentazione figurale) profondamente diversi. Le prime, quelle più tragiche e sconvolgenti – anche se ben presto placate dalla serialità anestetizzante della televisiva morte in diretta – erano quelle provenienti da Haiti. Ciò che accadeva nell’isola dopo il terremoto del 12 gennaio: le immagini delle centinaia di cadaveri abbandonati, le strade di Porte au Prince trasformate in una enorme morgue a cielo aperto. E la possanza / Qui con giusta misura / Anco estimar potrà dell’uman seme, / Cui la dura nutrice, ov’ei men teme, / Con lieve moto in un momento annulla / In parte, e può con moti / Poco men lievi ancor subitamente / Annichilare in tutto.
Persone certamente, quelle di Haiti, ma anche tanti Nessuno. Personnes: si chiama così anche l’esposizione di Boltanski inaugurata, proprio il giorno dopo il terremoto haitiano, al Grand Palais di Parigi fino all’11 febbraio: Personnes è lemma volutamente ambiguo che rimanda a più registri semantici: Personnes, cioè persone, certo, ma al singolare, in francese, questa parola significa Nessuno. E questa mostra di Boltanski è un trasparente omaggio alle tante Persone, ai tanti Nessuno che hanno lasciato, lasciano e lasceranno tracce effimere del loro involontario passaggio sulla terra. Un’installazione questa di Boltanski dove lo sgomento si fa plurisensoriale, dove il freddo glaciale («Lo spettatore – dice l’artista – non deve essere davanti, ma dentro l’opera, che deve avvolgerlo completamente: Personnes è stata concepita per essere un’esperienza dura»), il rumore infernale, assordante (che altro non è se non il battito amplificato di tanti cuori), la vista (un’enorme distesa di vestiti multicolori accatastati per terra, inquadrati in una meticolosa scansione per settori di uguale misura, recintati da pali di ferro ed illuminati da pallide, gelide luci al neon da obitorio) concorrono a sollecitare senza sosta una desolante meditazione sulla condizione umana: «Al visitatore non viene chiesto di dire se l’opera è bella o brutta, ma deve sentirsi all’interno della tragedia. I vestiti sono rappresentazioni di corpi umani:ci sono migliaia di persone, ma in realtà non c’è nessuno, perché sono tutti morti».
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