Posts Tagged ‘Non è un paese per vecchi’

Se i Coen avessero preso le distanze dai Coen

maggio 8, 2010

di Giuseppe Zucco

Alla letteratura secca e tagliente di Cormac McCarthy, una tra le migliori penne americane, i fratelli Coen hanno sostituito un cinema altrettanto misurato e levigato. Al posto di frasi chirurgiche, di un altissimo senso del ritmo, di un uso della punteggiatura che corteggia le pause di respiro del lettore, di un linguaggio che rasenta l’oralità e la nitidezza delle descrizioni – una scrittura così raffinata che si fa immagine e apre alla visione della storia e alla comprensione dei motivi che la fondano – ora si trovano delle immagini nette ma non ugualmente necessarie.

L’operazione dei fratelli Coen è stata semplice, apparentemente. Libro alla mano, lo hanno letto da cima a fondo, ne hanno selezionato le parti adatte per una trasposizione cinematografica, e infine hanno sfilato via lo scheletro narrativo dalla carne viva del romanzo. Inseguimenti, sparatorie e fiumi di sangue: quella era la cosa più facile da mettere in scena. Molto più complesso tratteggiare i personaggi, scolpire con la luce i protagonisti, mettergli tra le pieghe del viso un’espressione esatta che raccontasse un passato, un futuro, il guado del proprio presente.

E ci sono riusciti con Llewelyn Moss, l’uomo che trova una valigia ripiena di dollari e fugge via. Ci sono riusciti con Anton Chigurh, rendendo quasi umana l’incarnazione paranoica del Male, che non ha storia né tempo, che sparisce così come arriva, che ritornerà di sicuro – un Javier Bardem senza eguali, perfettamente in parte, spietato sotto un caschetto buffissimo, talmente buffo da restituire il Male per quello che è: ridicolo e noioso, ripetitivo nella morte che si trascina dietro.
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Postmoderni narratori apocalittici

novembre 25, 2009

Questo articolo è apparso sul Manifesto.

di Luca Briasco

Finzioni DOPO LA FINE
Una messa a fuoco delle espressioni più recenti che la letteratura ha dato alle nostre paure, tra fantascienza e nostalgie del presente. Fredric Jameson ha parlato di «un millenarismo invertito» e James Berger ha osservato come alla fine del XX secolo alcuni romanzi ci abbiano fornito «una retrospettiva prospettica».
«Sono finito, pensa Bunny Munro in quell’attimo improvviso di consapevolezza riservato a chi ha i giorni contati. Ha la sensazione di aver commesso un grave errore, ma è una sensazione che passa in un lampo terribile e sparisce, lasciandolo in una stanza del Grenville Hotel in mutande, solo con se stesso e la sua fame». In questo incipit c’è già tutta la strana grandezza che fa di La morte di Bunny Munro, secondo romanzo del musicista e compositore rock Nick Cave, forse l’opera narrativa più importante del 2009. L’inconsapevolezza e il senso della fine, una fine in qualche modo sempre già avvenuta, sono i due perni intorno ai quali Cave allestisce una sorta di Everyman postmoderno, molto più vicino allo spirito del morality play medievale di quanto non abbia saputo o voluto esserlo il romanzo di Philip Roth che ne mutuava il nome. Ed è probabilmente nel quadro di una letteratura ossessionata dalla fine come dato di fatto epocale e già compiuto che il romanzo di Cave va misurato, per scoprirne l’originalità e la capacità di tracciare scenari nuovi e inediti.
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