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In memoria di Ciprì e Maresco

febbraio 3, 2010

Questo pezzo è apparso nel numero di febbraio della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Memorabile apparizione

Agli inizi degli anni Novanta, quando la televisione pubblica italiana non era irreversibilmente comatosa come oggi, sugli schermi di una Rai Tre allora diretta da Angelo Guglielmi iniziarono a comparire degli strani frammenti filmati. Si trattava di brevi scenette in bianco e nero che – ad avere un occhio allenato – sembravano una summa perfetta del cinema di Pasolini e di quello di Buñuel, dell’inquietante bellezza dell’epoca del muto (da Buster Keaton in giù) e dell’umanità stremata del Beckett della Trilogia. Erano immagini che avevano attraversato indenni la carnalità morente della Grande bouffe di Ferreri e i silenzi di Antonioni (ritenevano cioè la «crisi della borghesia» un problema già digerito e espulso da molto e molto tempo), avevano sostato dubbiose nel deserto del Simon di Buñuel e nell’atroce spazio concentrazionario del Salò pasoliniano. Poi, però, si erano spinte avanti – e il luogo da cui parlarono ad alcuni milioni di telespettatori narcotizzati dalla tv commerciale italiana che all’epoca era già l’unica tv italiana possibile, era un posto in cui nessuno era mai ancora stato. Era successo in passato, sugli schermi televisivi della penisola (Hommelette for Hamlet di Carmelo Bene per esempio, mandato in onda su Rai 3 nel 1987), e sarebbe accaduto sempre più di rado.
Nonostante i debiti quasi dichiarati con le proprie ascendenze artistiche, le sequenze di «Cinico tv» – questo il nome del programma – rivendicavano un’autorialità assolutamente matura e inconfondibile, identica solo a se stessa. Ciò che secondo Harold Bloom è per la letteratura «l’ansia dell’influenza», cioè la prova che gli artisti devono sostenere per liberarsi dei Padri e diventare grandi, Daniele Ciprì e Franco Maresco – questo il nome degli autori del programma – l’avevano superata già brillantemente.
Le scene di «Cinico tv» mostravano una Sicilia da Wasteland se T.S. Eliot si fosse fatto le ossa nello Zen di Palermo, periferie urbane desolate e degradate, ricolme di macerie e scarti industriali eppure anche toccate da una grazia ruvida e irriducibile: uno scenario da dopobomba e preistorico al tempo stesso, dove mura diroccate, strade dissestate, pratoni fotografati con l’orrendo skyline dei palazzi popolari riuscivano a saldare la fine della Storia con l’intestimoniabile atmosfera che si sarebbe potuta respirare a Uruk, il primo insediamento umano di cui si abbia notizia. Addentrandosi senza movimento in questo paesaggio impossibile (cioè abituando l’occhio ai quadri immobili disegnati da Ciprì e Maresco), ci si rendeva presto conto che Pasolini e Buñuel e lo stesso Pirandello – quest’ultimo spesso citato dai due autori come punto di riferimento – in quel Sud, in quell’Italia, in quel mondo non ci avevano mai messo piede. O, forse, lo avevano fatto in maniera diversa. Il problema era che (volendo trovare per forza un nume tutelare) a un certo punto sembrava che quelle immagini le avesse girate Qohèlet in persona. Ma che ci faceva lo spirito dell’Ecclesiaste a Palermo, negli anni Novanta del XX secolo, e per di più testimoniato dalla televisione nazionale?
Ai margini di quei margini della civiltà, c’erano poi delle figure umane. Anche in questo caso, si trattava di «tipi» del tutto sconosciuti al pubblico televisivo. I protagonisti di «Cinico tv» erano freaks, scarti, rottami di forma antropomorfa capaci di nobilitare i disperati delle più affollate e malsane metropoli del Terzo e Quarto mondo. Una schiera indimenticabile di obesi in mutande, balbuzienti, schizofrenici, alienati mentali, tutti affetti da disturbi che andavano dal meteorismo alla satiriasi depressiva, tutti rigorosamente maschi – quasi a lasciar intendere l’impossibilità in un simile contesto di una grazia femminile, o anche solo di una compagnia domestica, di una consolazione sessuale – e tutti stretti in una solitudine invincibile che però, ancora una volta, non aveva a che fare con i rovelli dei vari Roquentin e Dino di sartriana o moraviana memoria. Non era cioè una solitudine (o peggio ancora un’alienazione) borghese, non era crepuscolare o malinconica e non generava nevrosi da affidare all’impotenza di un analista, ma era stremata e folle e insondabilmente allegra al tempo stesso. In una parola: comica. Niente a che fare quindi con l’umorismo, ma comicità allo stato puro – e dunque ferocia e grazia allucinata –, come quella che possiedono i personaggi di Kafka e alimenta i balletti infernali di Céline. Cugino germano di quei personaggi era l’esaltato profeta Iokanaan, che nella Salomè di Carmelo Bene insulta Erode e famiglia in dialetto siciliano farfugliando degli sgangheratissimi «figghia di buttana! figghia di Babilonia!», per di più vestito con la maglia della nazionale italiana di calcio sulle note di una canzone da telefoni bianchi: «se vuoi vivere senza pensieri / dalle donne ti devi guardar» (così come del resto era vestito da ciclista postatomico il compianto Francesco Tirone, uno dei personaggi di «Cinico Tv», e non è raro, nelle opere di Ciprì e Maresco, che un momento drammatico venga esaltato da un sottofondo di musica neomelodica o dagli scarti di magazzino dei musicarelli anni Sessanta). Meglio ancora, però, quei personaggi ricordavano i Murphy e i Molloy beckettiani, e la voce dell’Innominabile quando (parafrasando) dice: «non posso continuare, continuerò». Con l’ulteriore differenza che mentre le creature di Beckett sono giacomettiane – tanto estreme quanto più ridotte a un fil di ferro –, la radicalità dei personaggi di Ciprì e Maresco è tale proprio perché non divorzia (mai!) da una carnalità in disfacimento ma prepotentemente viva nonostante tutto. Né Kafka né Beckett avevano ritenuto di poter bussare alla Porta della Legge in maniera così palpitante. E a dire il vero, i vari Paviglianiti, Tirone, Giordano, Cirrincione, Roccocane (questi, i nomi di alcuni degli abitanti della wasteland palermitana) non bussavano ma inciampavano rovinosamente in quell’ultima soglia di significato che è la vera mistica dell’arte del Novecento e, proprio per questo, rischiavano di meritarsi uno straccio di risposta (sia pure incomprensibile) che era invece temporaneamente (cioè perpetuamente) negata ai vari K, Murphy, Molloy e compagnia bella. È in questa prospettiva forse – dalla contrada del Caos di inizio Novecento al caos senza più assilli di fine secolo – che il cerchio tracciato dall’amato Pirandello viene chiuso dai due autori cinematografici proprio attraverso un’apertura spiazzante: non semplicemente verso l’uomo post-novecentesco, ma verso quello catastroficamente post-rinascimentale. Meglio ancora, l’oltreuomo nietzschiano che Nietszche non avrebbe mai immaginato (non super- ma sub-), un uomo che, pur facendo a meno di un oramai inservibile cogito cartesiano, mantiene intatta la sua forza e il suo mistero. Anzi – incredibilmente – li libera.
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Vent’anni fa

novembre 20, 2009

Vi proponiamo una selezione di articoli apparsi sulla stampa italiana nei giorni del 1989 immediatamente successivi alla morte di Leonardo Sciascia, il 20 novembre di quell’anno. Una piccola raccolta di parole d’addio di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere questo scrittore dal carattere serioso e insondabile. A vent’anni dalla sua scomparsa, noi di minima&moralia volevamo ricordare con voi un protagonista della letteratura italiana, e anche, come ci racconta Alessandro Leogrande nell’articolo che segue, della nostra vita civile.

La morte di Leonardo Sciascia ci coglie del tutto impreparati sia perché vorremmo che le persone a cui siamo affezionati fossero in un certo modo immortali, sia perché la sua letteratura pareva promettere ancora lunghi e nuovi sviluppi, ma pur nella fretta imposta dalla notizia luttuosa vorremmo fare una riflessione su questo scrittore così importante e così singolare.
Quello che vorremmo dire è che in Sciascia erano presenti due tendenze frequenti agli scrittori italiani: l’ispirazione regionale, provinciale e municipale locale legata al luogo d’origine; e la necessità molto sentita di collegare questa ispirazione con la cultura nazionale e, nel caso di Sciascia, anche europea.
Sulla Sicilia e sulla «sicilianità» di Leonardo Sciascia ho scritto più volte. Ma oggi mi limiterò a dire che Sciascia era altrettanto siciliano che Gadda milanese, Bilenchi toscano, Svevo triestino. Quella che chiamo «sicilianità» era la singolare attitudine molto diffusa in Sicilia di fronte a tutto ciò che è inspiegabile, insolubile, incomprensibile e, insomma, in una parola, misterioso. Molte cose per i siciliani sono misteriose; per Sciascia lo erano tutte. Ma, curiosamente, il mistero non appariva a Sciascia nel primo momento del suo rapporto con la realtà. Tutto all’inizio era invece chiaro razionale e sicuro. Poi, però, via via che lo scrittore procedeva nella sua implacabile analisi, il rapporto col reale diventava sempre più oscuro, dubbioso, enigmatico e finalmente, al posto della certezza originaria, subentrava appunto l’oscurità del mistero. A dirlo in breve, Sciascia procedeva con il metodo opposto a quello dei suoi amati illuministi: questi andavano dal mistero alla verità e alla razionalità; Sciascia andava invece dalla verità e dalla razionalità al mistero. Sciascia era dunque un illuminista per così dire paradossale anche se il suo illuminismo consisteva nel bilanciare la «sicilianità» con l’influenza e l’assistenza di scrittori come Voltaire e Manzoni, forse più il secondo che aveva un vivo senso del mistero che il primo. Così quando Sciascia fermava la sua attenzione sulla realtà della Sicilia, si potrebbe dire che all’inizio era un volterriano e un manzoniano per poi diventare alla fine, nella conclusione, nessun altro che se stesso, tutto solo con la sua ambiguità imprevedibile e ir-resistibile.
Si potrebbe vedere in questo capovolgimento del metodo illuminista un segno del pessimismo siciliano, quel pessimismo fatto di strenua volontà di razionalità e chiarificazione, seguito però immancabilmente da una regolare e inevitabile caduta nella confusione e nell’incertezza. Si potrebbe anche dedurne un pirandellismo di Sciascia. Ma noi preferiamo dire che Sciascia era un certo tipo di scrittore di piglio classico, cioè non decadente, né prezioso, né formale, ma, sia pure attraverso una scrittura essenzialmente letteraria, era legato quasi suo malgrado al reale.
(Alberto Moravia – Corriere della Sera, 21 novembre 1989)
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L’Italia è un paese antigravitazionale

novembre 4, 2009

Questo testo è uscito sul numero 7 della rivista Mono, edita da Tunué, ed è stato trasformato in un’istallazione durante il Festival di Arte e Cultura Contemporanea tenutosi a Prato dall’1 al 4 ottobre. Qui i dettagli.

di Giorgio Vasta

vauroLa scorsa estate, in giro per i quartieri di Palermo, mi sono imbattuto in una festa di piazza. Una specie di processione che mobilitava tanta gente. Tra i penitenti, il carro con il Cristo, i dolci e le famiglie ho notato un bambino di tre quattro anni che stringeva nel pugno un filo di nylon semi-invisibile. Ho seguito il filo con lo sguardo e in cima, barcollante sopra le teste della folla, c’era Berlusconi. Un palloncino a forma di Berlusconi. Il suo viso, il suo sorriso, la stempiatura, il naso a patata un po’ pronunciato, un rosso clownesco intorno alle labbra. Gli occhi neri con un lampo bianco al centro della pupilla. Ce n’era solo uno, di questi palloncini, ed è stato sufficiente perché nel giro di qualche minuto, continuando a vagare per la festa senza mai perdere d’occhio Berlusconi gonfio d’elio – il suo impulso verso l’alto contrastato dalla presa ferrea del bambino che stringeva il filo – mi sono reso conto di qualcosa.
Mi sono reso conto che l’Italia è un paese antigravitazionale. Una capsula spaziale all’interno della quale nulla, mai, mai più, ha facoltà di cadere. Di ac-cadere.
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