Posts Tagged ‘Paolo Pecere’

Tolkien e la destra: una storia italiana

gennaio 23, 2010

Fin dagli anni Settanta è cominciato un processo di sistematica appopriazione dell’universo tolkieniano da parte dei movimenti e partiti di Destra; poiché in questi giorni si è riaperto il dibattito su questo autore e sul suo immaginario, pubblichiamo un estratto da L’anello che non tiene, di Lucio Del Corso e Paolo Pecere, testo da noi pubblicato qualche tempo fa. È una lunga argomentazione, ma avete tutto il weekend per leggerla.

Gianfranco de Turris, scrittore e giornalista Rai (nonché curatore delle opere di Julius Evola) spesso citato come autorità in materia di letteratura fantasy, ha accennato in più di un’occasione a un fenomeno che è, a ben vedere, tipicamente italiano: la relazione tra la letteratura fantasy e la destra, anche estrema. Ecco quello che dichiara in proposito in un’intervista relativamente recente:

«La narrativa di Tolkien e la “heroic fantasy” era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di Destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva. Nel mondo immaginario descritto in quei romanzi, negli eroi e nelle eroine, nei loro modi di essere e di vivere, si speculavano innumerevoli fantasie ideali sorte dall’humus ideale e politico in cui si erano formati personalmente e collettivamente. Non lo si può negare.
Ed ecco perché i Campi Hobbit si chiamarono così, ed ecco perché la Nuova Destra pose molta attenzione prima a Tolkien e poi alla “fantasy” più in generale.
Il “significato” di questo interesse nella Destra, che si è estrinsecato da un lato in una produzione narrativa ed in un approfondimento critico di questa narrativa, ma anche in alcuni tentativi comunitari da un altro, è per me importantissimo, anche se a qualcuno potrà sembrare eccessivo ed esagerato; nei momenti più tragici degli “anni di piombo”, nei momenti più deprimenti degli “anni di latta”, nei momenti più scoraggianti degli “anni di fango”, il ritrovarsi di parecchi giovani di Destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante, nell’attivismo del piccolo cabotaggio delle sezioni e delle federazioni. Invece di disperdersi, invece di annullarsi, invece di chiudersi in se stessi, sono sopravvissuti alla mediocrità, al conformismo, alla massificazione, al politicamente corretto».

Si tratta di dichiarazioni emblematiche, anche solo da un punto di vista linguistico, in cui viene ben sintetizzata la vicenda tolkieniana nella sua duplicità di fenomeno politico e critico-letterario.

Gli anni Settanta

Prima ancora di riflettere sulla natura del legame letteratura fantasy-destra, è opportuno cercare di delineare la storia delle vicende che sono alla base di questo apparentamento. La penetrazione di elementi, simboli, persino espressioni tolkieniane nel linguaggio politico delle destre italiane comincia attraverso la musica. Il 6 dicembre 1976, al Teatro delle Muse a Roma, si esibisce, di fronte a un pubblico tanto folto da non entrare nella sala destinata al concerto, la Compagnia dell’Anello, un gruppo destinato ad avere un certo seguito tra i membri più giovani del partito neofascista di Giorgio Almirante e attivo ancora oggi (anche se con una formazione diversa rispetto agli anni Settanta), al punto che una sua canzone, «Il domani appartiene a noi», è considerata oggi come «l’inno di Azione Giovani». The Fellowship of the Ring, in italiano La Compagnia dell’Anello, è il titolo della prima parte del Signore degli Anelli: la citazione è dunque evidente. Il complesso – in un primo momento con il nome di Gruppo Padovano di Protesta Nazionale – circolava sin dall’autunno del 1974, quando aveva cominciato la sua attività concertistica nei locali del Fronte della Gioventù di Padova. Al di là del nome assunto, tuttavia, di tolkieniano la band ha ben poco. Soprattutto nella sua prima fase, la produzione musicale della Compagnia si riduce essenzialmente a una serie di stornelli o ballate folk per voce e chitarra di contenuto politico, scritte soprattutto per fornire ai militanti più giovani un corpus di canzoni con cui sostituire o integrare i «classici» del fascismo (come «Faccetta nera», per intenderci): tra le prime canzoni composte dal gruppo figurano hit dal titolo eloquente quali «La foiba di San Giuliano», «Storia di una SS» o «La ballata del nero» (destinate a decenni di ininterrotta fruizione underground negli ambienti di destra), per i quali sarebbe difficile trovare punti d’aggancio con elfi, hobbit o Terre di Mezzo di sorta. L’ispirazione tolkieniana si riduce, dunque, a poco più di un pretesto, a un simbolo alternativo a quelli ereditati direttamente dal fascismo, su cui far leva per attirare nuovo consenso.
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I segreti di Twin Peaks (II parte)

settembre 19, 2009

di Paolo Pecere

3. Si tratta di un’ipotesi, forse astrusa. Ma per metterla alla prova, o almeno capirla meglio, si deve almeno mettere a fuoco questo rapporto interno realtà-finzione proprio del cinema di Lynch (che tuttavia, si è visto, pare riflettere, nei suoi termini storicamente contingenti, una più generale caratteristica del rapporto realtà-finzione, dalle pitture murali e i rituali d’iniziazione delle cosiddette civiltà primitive al moderno feticismo dell’opera riproducibile: cioè la tendenza al collasso della distinzione tra attori, personaggi e spettatori). Si è detto che – a prescindere da un diversamente demarcato filtro ironico – un rapporto analogo legherebbe gli spettatori televisivi nel film, che vedono Invito all’amore, e gli spettatori esterni allo stesso film. Si tratta di un compiacimento compulsivo, si direbbe quasi chimico, per il dipanarsi di rapporti inverosimili, ma soprattutto per le loro componenti puramente sensibili, a dispetto del carattere solo abbozzato dei personaggi – come se questi dovessero necessariamente sfumare sullo sfondo, più vistosamente di quanto accada nelle comuni fiction, meno trasparenti o meno consapevoli dei propri meccanismi.
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I segreti di Twin Peaks (I parte)

settembre 18, 2009

Prima di Lost e Six Feet Under, e di Sopranos e Dottor House e degli altri telefilm per i quali sono state scomodate in maniera piuttosto maldestra parentele con Dickens e con Balzac (mentre magari trattasi di epopee audiovisive realizzate finalmente bene, cioè tutta un’altra cosa), alla base dell’ultima rivoluzione del piccolo schermo, dicevamo, c’era stato Twin Peaks di David Lynch. Per molti versi, credo sia ancora un’esperienza insuperata. La serie arrivò in Italia nel 1991, e se la pochezza delle nostre emittenti continua a generare scandalo e frustrazione – di fronte all’ABC di Twin Peaks o alla danese DE che produsse Kingdom di Von Trier o alla tv polacca che fece la stessa cosa per il Decalogo di Kiéslowski, il nanismo creativo di Rai e Mediaset per così dire giganteggia – è forse ancora più eclatante il modo in cui un prodotto televisivo molto più che coraggioso come Twin Peaks (leggi: rivoluzionario) riuscì a catturare un pubblico inaspettatamente vasto. Tanto per dire: nella mia scuola eravamo in pochi a maneggiare un libro di letteratura più di due volte l’anno ed era difficile che andassimo a cinema per vedere qualcosa di diverso da Rocky o Dirty Dancing. Eppure, le ragazze del liceo scientifico in cui passavo le mie giornate a un certo punto erano tutte innamorate dell’agente Cooper, e i maschi già partivano alla ricerca della propria Laura Palmer.
A distanza di vent’anni, il mistero di
Twin Peaks resiste. Così, quando qualche tempo fa mi sono imbattuto su questo bel saggio di Paolo Pecere pubblicato su  Il caffè illustrato, ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto metterlo a disposizione dei lettori a cui fosse sfuggito. Adesso esiste questo blog e dunque provo a farlo, dividendo per comodità di lettura il pezzo di Pecere in due parti.

PRIMA PARTE

Twin_peaks_definit1. È forse una tendenza solo affettiva, legata alle circostanze del particolare ambiente in cui si vive, quella di considerare importanti dei fenomeni culturali del passato, per esempio delle opere, che si considerano d’altra parte scadenti. Si tratta di un attaccamento indiretto a esperienze tipiche di un’età e come tali irripetibili, o anche solo alla possibilità di quelle esperienze, alla loro potenzialità che magari non si è affatto dispiegata. Talvolta, forse, la simpatia amara per certe opere – canzoni, film, statuette di un folklore divenuto patacca – è legata proprio a quel rimpianto per certi versi inevitabile con cui si rievoca il mondo in cui quelle opere si sono incontrate. Come se, riafferrando i versi triviali di un ritornello o la battuta involontariamente comica di un personaggio, si potesse riscattare almeno in parte la potenzialità di quelle ore, la sua apertura indeterminata. Guardando l’opera si mira a tutt’altro, tanto che l’opera risulta al limite superflua, e come l’oggetto di un’ossessione può apparire agli occhi di un terzo privo di connessione alcuna con la passione dell’ossessionato, così si può supporre che quest’esperienza risulti ermeticamente contenuta in un ambiente generazionale, e con essa l’opera sia destinata a cadere come un frutto secco e, quale nastro ammutolito negli archivi, ritornare prossima alla polvere.
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