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Pelle

dicembre 12, 2009

di Giorgio Vasta

Se dovessi scegliere un verbo per descrivere quello che la pelle fa sempre, da sempre, sceglierei il verbo accadere. La pelle accade. Questo suo elementare superficialissimo abissale accadere è intrinsecamente un trauma con il quale ognuno di noi cerca di convivere. La pelle è un trauma perché nel confinare subito oltre la propria pellicola tutto il resto del mondo è anche l’organo dello sconfinamento, lo strumento attraverso il quale imploriamo il mondo di invaderci. Dunque, in quanto strutturalmente lamina che distingue e separa, crinale tra il nostro organismo e tutto ciò che nostro organismo non è, la pelle è crisi, è critica sensoriale, è scudo e preghiera, una membrana sulla quale concentriamo percezione conoscenza e affettività.
La pelle, poi, è la mia biografia.
Quando mi annuso l’incavo del braccio ascolto con il naso il racconto della mia storia, una storia agrammaticale, molecolare, dunque perfettamente autentica e inattingibile (solo trasformando la percezione in linguaggio potrò decidere cosa ho annusato e comincerò, con le parole, a condividere).
La pelle del palmo di mio padre – quando mi pettinava tenendomi fermo il mento e lavorando di balistica, gomito in alto e spazzola tra le dita per dare forma all’informe – sapeva di mattone rosso.
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