Posts Tagged ‘Poesia’

Bukowski, Epimeteo postmoderno

marzo 18, 2010

Questo articolo è apparso sul Riformista il 6 marzo.
di Marco Pacioni


Se non ci si lascia subito sedurre dal rituale della lettura maledetta della prosa di Charles Bukowski e si prendono in mano le sue poesie si ha la possibilità di sondare quanto più in profondità riesca ad andare la maniera pulp della sua scrittura. Del resto quanto più ricco della retorica splatter può essere il pulp lo ha mostrato anche Quentin Tarantino, l’altro grande autore che ha determinato il successo del genere.
L’indecenza di mettersi a distanza di sicurezza, cioè la presunzione di ergere tra sé e gli altri la scrittura, pone Bukowski nella posizione di esibire continuamente la sua partecipazione alla vita e di rimarcarne gli aspetti più laidi. Ma come rivela la raccolta di componimenti postumi Cena a sbafo, curata da Simona Viciani (Guanda, «poeti della fenice», pp. 325, € 18), l’impulso fondamentale di Bukowski non è l’estetizzazione di questi aspetti. Come in parte avviene anche nelle poesie di Raymond Carver, il suo afflato è fondamentalmente morale. Ma mentre Carver nelle sue situazioni di scrittura raggiunge una sospensione indecidibile tra il surreale e l’iperreale, Bukowski tende a chiudere con una nettezza di sapore stoico: «ci saranno […] le solite malattie / seguite da una malaccetta / morte. / ma la maggior parte di noi è distrutta molto / prima / com’è giusto che / sia». Il compiacimento o il disgusto che la poesia esprime, concerne la composizione e decomposizione dei corpi, gli squilibri e le stabilizzazioni parziali delle pulsioni. Anche se messo su carta però, il personaggio Bukowski si lascia sempre spiare on stage. La sua autobiografia va oltre la confessione e l’autodenuncia. Compie una performance continua che raggiunge, senza trasformarlo in astrazione, anche il momento dell’intuizione poetica. È per questo che molte sue poesie si costruiscono su se stesse corrodendo la loro aulicità lirica per lasciare balenare a volte un’umoristica pietas.
(more…)

Intervista a Wislawa Szymborska

gennaio 8, 2010

Su Babelia inserto culturale de El Pais è uscita il 5 dicembre scorso questa intervista di Javier Rodrìguez Marcos alla grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996.

di Linnio Accorroni

Wislawa Szymborska è a casa sua, ma ci domanda ugualmente il permesso di fumare. «Una volta –racconta – ho ricevuto una lettera molto lunga nella quale una donna mi implorava di smettere di fumare. Mi sarebbe piaciuto risponderle: sono stata a tanti funerali di gente che mai aveva fumato e che era molto più giovane di me… Mi limitai comunque a dirle che la ringraziavo per essersi tanto preoccupata per me».
La Szymborska è nata 86 anni fa in Kornik, vicino a Poznan, nella parte occidentale della Polonia. Adesso vive in un appartamento dimesso senza ascensore alla periferia di Cracovia, città dalla quale non si è più mossa da quando la sua famiglia vi emigrò quando lei aveva appena 8 anni, nel 1931.
Il tema della memoria, in effetti, è molto presente nel suo ultimo libro di poesia, Qui pubblicato in Polonia proprio questo anno. La sua pubblicazione in Spagna coincide con la prima traduzione delle sue prose intitolate Letture facoltative, una selezione di vivaci ‘recensioni’ pubblicate, durante gli anni, sui quotidiani in una apposita sezione. Lì, in un paio di pagine, la Szymborska commentava Jung e Montaigne, ma anche testi sul giardinaggio, sull’ornitologia e sulle decorazioni. Il risultato è incanto allo stato puro. Per esempio, a proposito del Poema del Cid scrive: «Fu scritto da un Balzac medievale. La guerra è per lui, prima di tutto, una impresa finanziaria. Dato che la guerra è costosa, deve essere anche redditizia. La testa del cavaliere, anche se qualcuno la tagliava, era sempre piena di calcoli». Recensendo un manuale di ideogrammi cinesi invece annota: «C’è un segno, è naturale, per Sposa e un altro per Amante. Sposa è donna più scopa; Amante donna più flauto. Non so se esiste un segno per esprimere l’ideale che ci inculcano tutte le riviste femminili europee: una sintesi di scopa e di flauto».

Quando la Szymborska vinse il Premio Nobel nel 1996, c’era appena un piccolo gruppo di sue poesie tradotte dallo spagnolo e presenti in una antologia collettiva. Oggi la sua opera poetica è stata tradotta integralmente.
(more…)

Impegno in doppiopetto

dicembre 30, 2009

Questo articolo di Gianluigi Ricuperati è stato pubblicato qualche domenica fa sul Sole 24 Ore e racconta la persona e il lavoro di Frederick Seidel, poeta inedito in Italia considerato però un maestro nel suo paese. Data la recente apertura di minima&moralia alla poesia ve lo riproponiamo.

di Gianluigi Ricuperati

Signore, voglio sentire le tue mammelle. / Voglio far partire le cellule staminali. / La Casa Bianca è preparata / A farmi volare a velocità Mach 3 verso una località sicura segreta. Frederick Seidel ha 73 anni e abita in un appartamento dell’Upper West Side con vista da falco su Broadway, veste in doppiopetto italiano e possiede almeno cinque motociclette Ducati di cui una fatta apposta per lui. Ha pubblicato Final Solutions (lui, ebreo) nel 1963, sotto l’egida di Robert Lowell, il padre della confessional poetry che di lì a poco avrebbe intervistato per la Paris Review. Poi niente, per trent’anni circa: infine, uno dopo l’altro, volumi sempre più originali e potenti: è l’ennesimo caso di artista che trova la propria corda in tarda età, e quando la trova non sbaglia un colpo e d’incanto se ne accorgono tutti – anche il Paris Review, che lo intervista a sua volta sul penultimo numero. Nelle fotografie ha lo sguardo di chi si presenta all’ennesima cena in un ristorante stellato Michelin e vede, intorno, commensali, poi cannibali, poi ancora commensali, e infine ancora cannibali. Vede se stesso. Vede te e vede me. Io vorrei raccontare chi è Frederick Seidel; cos’hanno di unico ed esemplare i versi raccolti per la prima volta in Complete Poems 1959-2009, un volume antologico uscito in primavera da Farrar Straus & Giroux, raccogliendo recensioni entusiastiche da parte di critici, di poeti come Charles Simic e soprattutto una vasta ed eterodossa compagine di giovani narratori sparsi in giro per il mondo; vorrei raccontare perché all’improvviso mi è successo di riconoscere in un uomo nato nel 1936 un esempio d’impegno pressoché assoluto – sì, impegno: ho usato proprio quella parola, per uno che ha passato tutta la vita a collezionare amanti bellissime, beni di lusso, e tonnellate di sprezzatura. Passo la gran parte del mio tempo a non morire. / È a questo che serve vivere. / Mi arrampico su una moto. / Mi arrampico sulle nuvole e sulla pioggia. / Mi arrampico su una donna che amo. / Ripeto i miei temi.
(more…)