Posts Tagged ‘regista’

A lezione di cinema da François Truffaut

febbraio 18, 2010

Pubblichiamo un estratto da Il piacere degli occhi di François Truffaut

Sono l’uomo più felice del mondo, ecco perché: cammino per strada e vedo una donna, non alta ma ben proporzionata, molto scura di capelli, molto decisa nell’abbigliamento, con una gonna scura ad ampie pieghe che si muovono al ritmo del suo passo piuttosto rapido; le calze scure sono di certo ben agganciate al reggicalze perché sono tese in maniera impeccabile; il viso non è sorridente, questa donna cammina per strada senza cercare di piacere, come se fosse inconsapevole di ciò che rappresenta: una bella immagine carnale della donna, un’immagine fisica, meglio di un’immagine sexy, un’immagine sessuale. Un passante che la incrocia sul marciapiede non si lascia ingannare: lo vedo che si volta a guardarla, fa un mezzo giro e la segue. Osservo la scena. Ora l’uomo è arrivato all’altezza della donna, le cammina a fianco e le mormora qualcosa, sicuramente le solite banalità: beviamo qualcosa, eccetera. Lei comunque gira la testa dall’altra parte, accelera il passo, attraversa la strada e scompare dietro il primo angolo mentre l’uomo va a tentare la fortuna da qualche altra parte.
A questo punto salgo su un taxi e medito un po’ su quella scena così quotidiana nelle grandi città e non solo a Parigi. Istintivamente solidarizzo con la donna contro l’uomo e modifico la scena in base a quello che sto pensando in quel momento; mi dico che sarebbe fantastico se, per una volta, l’umiliazione la subisse un altro. Scrivo un appunto sull’agenda e quattro mesi dopo mi ritrovo in una strada dietro al Trocadéro, con una macchina da presa, una squadra tecnica di venticinque persone e due attori scelti per l’occasione, un uomo biondo e abbastanza alto, piuttosto bello e robusto, e una donna che – avrete già indovinato – è bruna, ben proporzionata e con una gonna ad ampie pieghe. E mi trovo lì, nell’esercizio del mio mestiere, che a nessuno permetterò di definire inutile o privo di interesse, e dirigo la scena. Chiedo all’attore biondo di camminare, incrociare la donna bruna, voltarsi a guardarla, tornare indietro, raggiungerla e parlarle all’orecchio. Non ho scritto delle battute per l’uomo perché non si sentiranno, se ne indovinerà solo il senso. A questo punto i due attori si avvicinano alla macchina da presa che li precede e l’attrice bruna afferra bruscamente l’importuno per il bavero del cappotto come per impedirgli di scappare e, indifferente a quello che possono pensare i passanti, aggredisce l’uomo con delle frasi che ho in mente da quattro mesi e che ieri sera ho consegnato all’attrice:
(more…)

Intervista con Eric Rohmer: Il vecchio e il nuovo

gennaio 13, 2010

L’11 gennaio è morto a Parigi uno dei maestri della Nouvelle Vague, fra gli autori francesi più amati dal pubblico internazionale, Eric Rohmer. Abbiamo deciso di ricordarlo qui su minima&moralia pubblicando una parte dell’intervista da lui rilasciata nel 1965 per la rivista cinematografica Les Cahiers du Cinéma e pubblicata per intero da minimum fax.

È un cineasta, Eric Rohmer, con cui volevamo conversare già da molto tempo. Ma per noi, ai Cahiers, si tratta solo di restituirgli la parola che, per quanto abbia taciuto in occasione dell’abbandono di una forma di scrittura a vantaggio di un’altra, non ha mai smesso di guidarci. Infatti, una volta abbandonati i tipi dei Cahiers, non ci ha forse regalato i suoi saggi critici più belli sotto forma di celluloide? Inoltre, dopo la precedente tavola rotonda e l’intervista del mese scorso a Jean-Luc Godard, quello che segue deve essere letto nello stesso senso, come un chiarimento delle nostre stesse posizioni critiche, che mettono l’accento sulla continuità di una linea dei Cahiers di cui Eric Rohmer e Jacques Rivette hanno assicurato (nel modo migliore) l’orientamento deciso e al tempo stesso la flessibilità (maggiore di quanto a volte ci sia piaciuto credere). Il titolo che abbiamo dato all’intervista fa eco a questo pensiero, e, a ben interpretare l’accostamento – più esplicativo che aggiuntivo – vorrebbe anche suggerire che il cinema moderno, nella figura di uno dei suoi migliori rappresentanti, si attribuisce un posto nell’ambito definito da Griffith, così come la critica non potrebbe essere veramente nuova senza avere in Maurice Schérer il segreto della sua novità. E, a partire dal testo di Pier Paolo Pasolini («Il cinema di poesia»), questa intervista con il campione del cinema di prosa è iniziata subito con un taglio teorico.
Ammiro Pasolini che riesce a scrivere questo genere di cose pur continuando a girare film. La questione del linguaggio cinematografico mi interessa molto, anche se non so se si tratta di un vero o un falso problema, e anche se rischia di distogliere dal lavoro stesso di creazione. Dato che la questione è estremamente astratta, richiede di adottare un atteggiamento nei confronti del cinema che non è né quello dell’autore né quello dello spettatore, il che ci impedisce di gustare il piacere che ci procura la visione del film. Detto questo, sono d’accordo con Pasolini sul fatto che il linguaggio cinematografico è in realtà uno stile. Non c’è una grammatica cinematografica, ma piuttosto una retorica che, comunque, da una parte è estremamente povera, dall’altra estremamente flessibile.
(more…)