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Seminario suo luoghi comuni

marzo 16, 2010

10. Prima che il gallo canti
mi avrai frainteso tre volte

di Francesco Pacifico

Questo brano su una comparsa che fa saltare i nervi al protagonista come una goccia cinese non ha bisogno di molta introduzione.
Il protagonista del racconto è alle prese con il servizio militare; si ammala; ha paura di questa insolita debolezza fisica, che gli toglie ogni certezza; parla con un prete: il prete lo tormenta con una dispettosa parvenza di saggezza che parrebbe incomprensione; il prete, in sostanza, alla ricerca di un’interpretazione di quel male che possa stimolare il soldato a livello spirituale, si esercita in una delle discipline umane che meglio si può rendere nei romanzi: il gioco di non dar soddisfazione all’interlocutore, di lasciarlo appeso e incapace di spiegarsi e ottenere conforto.
Ѐ notevole la fiducia di Pontiggia negli elementi a sua disposizione. All’astenia acuta del protagonista, alla sua anoressia di origine depressiva, Pontiggia rende onore con altrettanta anoressia e astenia narrativa: il lettore si ritrova lui stesso trattato come un malato: gli si somministra una breve descrizione, lo si trasporta all’Ospedale militare insieme al soldato. Poi: «assunzione lenta e graduale dei cibi, altre istruzioni, fra cui l’invito a parlare col cappellano militare. Qui praticamente ci troviamo a fare anche noi tutto ciò che ci viene ordinato, e sentendoci malati col malato ci avviamo al colloquio col cappellano: Gli confessa che la scoperta dell’imperfezione fisica l’ha gettato nell’angoscia. Una frase cui non manca nulla, il distillato di tutto ciò che ha pensato e provato il soldato mentre deperiva, mentre lo curavano – per giunta espresso con dignità.
Qui comincia il fraintendimento sistematico da parte del cappellano, che rifiuta di accettare l’ordinata lamentela del protagonista. (Una volta confessai a un gesuita che desideravo la ragazza di un mio caro amico; mi rispose: «Eee, che sarà mai, ci siamo passati tutti… Per caso le dici le preghiere?» Questo si chiama ascoltare.) Per tre volte il cappellano rigira le frasi del malato in cerca di uno spiraglio da cui quello intraveda l’amore di Dio: per tre volte di fatto non gli dà veramente retta. Alla terza, il soldato si stufa e smette di incontrarsi col prete.
Il ritmo di questi pochi paragrafi sulla malattia tradisce non una tecnica ma una comprensione del ritmo della malattia. Sono paragrafi che si leggono con la lentezza del malato che non può far niente di corsa. Prima Pontiggia formula frasi che si mangiano come pastina in brodo, poi una volta arrivati dal prete ci dà il ritmo di una parabola religiosa, quelle tre risposte, il botta e risposta da storiella ebraica. Il suo stile molto personale non gli impedisce di concedersi completamente alla natura di ciò che racconta, e cambiare accento con il ruotare dei temi intorno al protagonista.
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Seminario sui luoghi comuni

febbraio 16, 2010

6. Culto della personalità

di Francesco Pacifico

Quanto si può concedere a un personaggio? Quanto gli si può consentire che inventi o che travisi i fatti, che per darsi arie si ingigantisca a parole rompendo le proporzioni della storia? Cosa fa sì che un autore abbia talmente chiare dentro di sé, emotivamente, le proporzioni del mondo che sta riproducendo e creando perché possa su questi assi certi disporre normalità ed eccessi in modo che il lettore ne percepisca la relazione come qualcosa di tridimensionale (intendo per tridimensionale vero in modo fisico)?
Nel brano che segue, troviamo Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany di Truman Capote, intenta a raccontare al suo vicino di casa scrittore, che è poi il narratore della storia, un proprio viaggio in Sudamerica. Nel riferire il viaggio e gli incontri fatti e le scoperte e i flirt, Holly fa una specie di doppio gioco: da un lato ciò che racconta è leggermente eccessivo e Holly sembra mentire al narratore senza ammetterlo; dall’altro, spiegandogli come ha convinto una sua amica di non essere andata al letto con un uomo, ammette di averle detto di essere lesbica, di aver perfino arredato casa per essere una lesbica credibile, quindi ammette di essere bugiarda. Leggendo e rileggendo il racconto del suo viaggio si capisce che c’è qualcosa di improbabile ma non si riesce a decidere cosa. Le troppe visite all’ospedale? «Una guida irresistibile, quasi tutto negro e per il resto cinese», che poi ritrovano attore sullo schermo del cinema?
A legare tutto non c’è la verità del racconto ma la verità dell’effetto che Holly vuole ottenere: impressionare gli altri, e che riesce a ottenere mescolando parti della propria vera vita, già interessante di per sé, con altre (a meno che, certo, non sia tutto tutto vero, ma ciò che stupisce è proprio come al mondo vi siano persone molto affascinanti che hanno bisogno di mentire per dare un tono più rotondo alla propria rappresentazione sociale).
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