Posts Tagged ‘Stefano Cucchi’

Morire di stato

aprile 15, 2010

03. 22/10/2009 Decesso di Stefano Cucchi
di Gianluca Cataldo

Panopticon
(confessioni di un luogo di prigionia)

Sono lo specchio architettonico di quella tecnologia politica del corpo che agisce verso la marchiatura e la soggezione dell’ospite.
Un torrione al centro e un anello periferico di celle forate verso l’interno e verso l’esterno. Il sole trapassa e impatta sull’ospite che proietta ombre sulla mia cella nella torre centrale. Sono tutti, ai miei occhi onnivedenti, ridotti a ombre. Si allungano e si contraggono seguendo l’ordine del tempo, un ordine ormai accartocciato, puntiforme. Ogni loro minimo movimento, ogni singolo cedimento nell’impalcatura sociale dentro cui sono destinati a recitare il ruolo imbastito sulla loro ombra, che impercettibilmente si muove, mi si presenta come spostamento di luce. È come un gioco di specchi neri che riflettono il negativo di un’immagine. Sono tutti sfocati e privi di lineamenti, ed è rassicurante avere a che vedere con una proiezione. Vedo gli ospiti privi di storia, un magma da catalogare, oggetti di un’informazione e mai soggetti di una comunicazione.
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Morire, vivere

febbraio 8, 2010

Sempre a proposito di carcerati e carcerieri, eccovi una breve e sensata riflessione di Alessandro Leogrande già apparsa su Innocenti evasioni.

di Alessandro Leogrande

Come in molti, in queste settimane, mi sono trovato a confrontare la morte di Stefano Cucchi con quella di Federico Aldrovandi. Non solo perché erano entrambi giovani, e in fondo a essere stata uccisa è stata innanzitutto la loro giovinezza. Non solo perché sono morti allo stesso modo, e al modo di Franco Serantini, pestati a sangue, massacrati, da uomini in divisa che in quel preciso momento incarnavano e rappresentavano lo Stato. Non solo perché identico è stato, in entrambi i casi, il tentativo di calunniare la vittima dopo l’omicidio, e quello speculare di erigere una coltre di nebbia intorno alla vicenda.
I due casi sono stranamente simili soprattutto per un altro particolare. Entrambe le volte, l’unico testimone che ha ammesso di aver assistito al pestaggio, l’unica persona che ha avuto il coraggio (o la profonda dignità) di dire chiaramente ciò che i suoi occhi avevano visto, non era nata in Italia. In entrambi i casi, erano immigrati. Nel caso di Aldrovandi, ucciso a Ferrara nel 2005, si tratta di Anna Marie Tsangue, una donna camerunese di 35 anni. «Anne Marie Tsague», ha scritto in uno dei suoi articoli dedicati al caso Cinzia Gubbini, «quella mattina alle sei era sul balcone del suo appartamento al primo piano di via dell’Ippodromo. Era stata svegliata da strani rumori, e dai lampeggianti delle volanti. Si è affacciata alla finestra e, sconvolta, ha assistito all’ultima parte di una strana “colluttazione” in cui un ragazzo solo viene manganellato da quattro poliziotti, che lo atterrano con facilità e continuano a prenderlo a calci anche quando ormai è completamente immobilizzato». (Su questa infame pagina della nostra storia recente è importante leggere il graphic novel Zona di silenzio di Checchino Antonini e Alessio Spataro, edito da minimum fax).
Nel caso di Cucchi, quattro anni dopo, si tratta invece di un ragazzo gambiano. Ha udito le urla e poi, dallo spioncino della sua cella, avrebbe assistito al pestaggio di Stefano negli interrati del tribunale. Ora vive sotto protezione, in luogo segreto, perché si teme fortemente che venga costretto a ritrattare. Il suo nome non è stato reso noto. Si sanno solo le iniziali: S.Y.
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