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Persone/Nessuno

febbraio 5, 2010

Riprendiamo un post apparso la settimana scorsa sul blog di Linnio Accorroni, Un cuore intelligente; la sua associazione delle opere di Christian Boltanski, nella mostra recentemente allestita dall’artista al Grand Palais di Parigi, con le immagini che ci sono arrivate nelle utlime settimane dal terremoto di Haiti o dai dormitori-lager in cui vivono i nuovi schiavi di Rosarno, ci è sembrata particolarmente interessante e per questo ve la riproponiamo.

di Linnio Accorroni

Only connect, come al solito. Così, quasi inavvertitamente, per una suggestione sensoriale e cromatica prima ancora che concettuale e cronologica – quei vestiti colorati, quei panni smessi e/o indossati – viene quasi naturale sovrapporre in questi giorni immagini che provengono da contesti (Haiti, Parigi, Rosarno) e da ambiti (la realtà e la sua rappresentazione figurale) profondamente diversi. Le prime, quelle più tragiche e sconvolgenti – anche se ben presto placate dalla serialità anestetizzante della televisiva morte in diretta – erano quelle provenienti da Haiti. Ciò che accadeva nell’isola dopo il terremoto del 12 gennaio: le immagini delle centinaia di cadaveri abbandonati, le strade di Porte au Prince trasformate in una enorme morgue a cielo aperto. E la possanza / Qui con giusta misura / Anco estimar potrà dell’uman seme, / Cui la dura nutrice, ov’ei men teme, / Con lieve moto in un momento annulla / In parte, e può con moti / Poco men lievi ancor subitamente / Annichilare in tutto.
Persone certamente, quelle di Haiti, ma anche tanti Nessuno. Personnes: si chiama così anche l’esposizione di Boltanski inaugurata, proprio il giorno dopo il terremoto haitiano, al Grand Palais di Parigi fino all’11 febbraio: Personnes è lemma volutamente ambiguo che rimanda a più registri semantici: Personnes, cioè persone, certo, ma al singolare, in francese, questa parola significa Nessuno. E questa mostra di Boltanski è un trasparente omaggio alle tante Persone, ai tanti Nessuno che hanno lasciato, lasciano e lasceranno tracce effimere del loro involontario passaggio sulla terra. Un’installazione questa di Boltanski dove lo sgomento si fa plurisensoriale, dove il freddo glaciale («Lo spettatore – dice l’artista – non deve essere davanti, ma dentro l’opera, che deve avvolgerlo completamente: Personnes è stata concepita per essere un’esperienza dura»), il rumore infernale, assordante (che altro non è se non il battito amplificato di tanti cuori), la vista (un’enorme distesa di vestiti multicolori accatastati per terra, inquadrati in una meticolosa scansione per settori di uguale misura, recintati da pali di ferro ed illuminati da pallide, gelide luci al neon da obitorio) concorrono a sollecitare senza sosta una desolante meditazione sulla condizione umana: «Al visitatore non viene chiesto di dire se l’opera è bella o brutta, ma deve sentirsi all’interno della tragedia. I vestiti sono rappresentazioni di corpi umani:ci sono migliaia di persone, ma in realtà non c’è nessuno, perché sono tutti morti».
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