Posts Tagged ‘Thomas Bernhard’

Seminario sui luoghi comuni

aprile 13, 2010

13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscire sconfitto

di Francesco Pacifico

Wertheimer, «il soccombente», è il protagonista defilato de Il soccombente di Thomas Bernhard, libro in cui deve dividersi la scena con due amici: l’ingombrante narratore, e l’ancora più ingombrante figura del genio del pianoforte Glenn Gould. Wertheimer è un catino di ossessioni, e in cima alla sua lista figurano i suoi due grandi fallimenti: non essere un genio come Glenn Gould, e saperlo con certezza per aver dovuto studiare pianoforte insieme al più grande pianista del Novecento; e aver perso il sostegno di sua sorella, che contava di utilizzare come bastone della vecchiaia anche ben prima della vecchiaia: la sorella, a quarantasei anni, sfugge finalmente alla prigionia ufficiosa del fratello, per sposarsi con un ricco svizzero.
Nel brano che segue, il narratore riferisce le speranze malriposte di Wertheimer. La questione, presentata in maniera ingannevolmente caricaturale, è in realtà molto fondata, e vale come esempio di un problema generale che l’aspirante scrittore scorda spesso di affrontare: i parenti, per noi, sono delle risorse materiali. Sono materie prime da sfruttare. Che lo sappiamo o meno, che ci venga più o meno facile e naturale, non importa: i nostri affetti, le persone con cui dividiamo il letto o la cucina o un’eredità, sono risorse che in un modo o nell’altro, più o meno consapevolmente, trattiamo come cose a prescindere dalla qualità dell’affetto che ci lega a loro.
Per estendere il discorso si può pensare ai soldi o la casa di proprietà dei nostri genitori; alle abilità di cuoca di nostra sorella o della nostra compagna/fidanzata/moglie; alla casa al mare di nostro cognato, da farci prestare l’estate prossima.
Scrivendo della sorella di Wertheimer, Bernhard individua alla perfezione una delle più perspicue manifestazioni di questo sfruttamento da parte del Soccombente: negli anni è riuscito a fare della sorella una perfetta voltapagine, ossia una persona che diventa congegno per servire lo scopo di voltare le pagine dello spartito mentre Wertheimer suona il piano.
Sappiamo che l’essere umano va sempre trattato come fine e non come mezzo, e certamente Wertheimer ha fatto male a investire tanto nella trasformazione della propria sorella in uno strumento di propria proprietà, sempre a disposizione. Così il momento peggiore della vita di Wertheimer, che lo porterà a volersi suicidare, è quello in cui la sorella, alla non più verde età di quarantasei anni, si libera finalmente di lui, si emancipa per sposare uno svizzero.
Sono cose imbarazzanti. E non è detto che abbiamo tutti la visione del mondo senza speranza di Bernhard. Ma non considerare, quando si scrive, gli Altri come risorse produce una narrazione irreale. Gli altri sono risorse: c’è l’amico che sa dove portarci a ballare: non possiamo litigare con lui o non sapremo più dove andare a ballare e conoscere ragazze; c’è il cugino che sa organizzare le vacanze; c’è quello che ci presta i dischi; c’è quello che ci presenta persone cui chiedere lavoro.
Questa dimensione della vita è centrale per tutti noi, ma siccome è un po’ difficile ammetterlo finisce che nel parlare di rapporti umani rimaniamo sull’astratto dei sentimenti senza portare allo scoperto la quantità di interessi pratici – che poi siano gretti o meno dipende da molti fattori – che ci fanno rimanere attaccati alla società, alla comunità, alla famiglia, anche nei momenti in cui vorremmo non aver niente a che spartire con la gente.
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Non posso smettere di continuare, continuerò

aprile 2, 2010

Questo pezzo è apparso nel numero di marzo dello Straniero.

di Nicola Lagioia

Coltivare l’idea che il sistema culturale di un paese del primo mondo possa stringere rapporti puerili con il mondo del potere è una pia illusione o – al massimo – il rifugio degli ipocriti. Competizione, prevaricazione e narcisismo ci inchiodano sempre più spietatamente alla croce della rispettabilità sociale, e dunque perché mai il mondo delle lettere, del teatro, del cinema, dell’arte dovrebbe esserne immune? Accertata la pervasività crescente di questo tipo di clima (ansia da successo rincorso, logoramento da successo ottenuto, frustrazione da successo perduto o mai avuto, in ogni caso trionfo delle benzodiazepine), in attesa di una bonifica su larga scala la differenza come al solito si gioca sulla vita e sulle opere dei singoli, a seconda che si lascino contagiare e poi travolgere dalla forza distruttiva dell’ordine sociale appena descritto o, al contrario, escogitino stratagemmi per sfuggirvi o meglio ancora educhino il proprio nucleo indistruttibile a non farsene nemmeno contagiare.
A tal proposito, sono almeno tre i libri usciti in Italia negli ultimi tempi che affrontano la questione. Si tratta di piccoli libri a firma di tre scrittori (Juan Rodolfo Wilcock, Aldo Busi, Thomas Bernhard), e si possono intendere come altrettanti specchi della loro vita davanti al problema del rapporto col potere.

Il reato di scrivere di Juan Rodolfo Wilcock, ben curato da Edoardo Camurri che ne scrive anche la postfazione, è una silloge degli interventi dello scrittore argentino che adottò il nostro paese e ancor di più la nostra lingua: rapide riflessioni e più distesi ragionamenti sul piccolo mondo delle lettere nostrane scritti e pubblicati negli anni Sessanta e Settanta per La voce repubblicana, Tempo presente e Il Mondo di Pannunzio. Sia che si occupi di premi letterari, sia che analizzi vizi velleità e legittime aspirazioni dell’intellettuale italiano da dopo-boom, sia che provi a ragionare di morte del romanzo (che Wilcock trova impossibile – e dunque ridicoli i de profundis dei critici – almeno fino a quando il bisogno di raccontare non sarà estirpato dalle radici dell’umano a quel punto già diversamente umano), o di morte della poesia (che invece trova più plausibile, in corrispondenza della morte di Dio, finch’essa dura e sempre che sia definitiva), Rodolfo Wilcock non veste i panni del furibondo fustigatore di costumi ma avanza tra la mediocrità e i poveri veleni e la crescente stupidità dei colleghi armato solo di un acume ben temperato, di una cultura eurocentrica tanto più amata quanto più data per spacciata, e di un’intelligenza tiepidamente dolente e troppo delicata per far sorgere il sospetto di una qualche strumentalità. Insomma, Wilcock incarna molto bene una delle due declinazioni (la più moderata) di una specie intellettuale rara e a quasi esclusivo appannaggio di chi vanta natali entro i confini del nostro paese: l’antitaliano. Leggendolo a trenta e più anni di distanza, se ne esce costernati e consolati allo stesso tempo: da una parte, la conferma di quanto sia profondo il sonno della ragione (e dell’onestà, e della vera sensibilità) da cui è affetto il sistema culturale del nostro paese, dall’altra la consapevolezza che in passato non si stava tanto meglio.
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