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Suttree

gennaio 14, 2010

Questo articolo è uscito sul Riformista il 7 gennaio.

di Nicola Lagioia

Tra i recenti e prevedibili exploit letterari ai botteghini delle librerie – targati, in ordine decrescente di copie vendute: Fabio Volo, Dan Brown, Niccolò Ammaniti, Alessandro Baricco – c’è un romanzo che nessuno, dopo averlo letto, avrebbe mai potuto immaginare tra i piani medio-alti delle classifiche, e che invece rappresenta la più bella notizia con cui la repubblica dei lettori può tagliare speranzosa il nastro che divide l’anno vecchio da questo inizio di 2010. Il suo autore è Cormac McCarthy e il romanzo in questione si intitola Suttree. Il quale (prima ancora dell’impennata natalizia) già veleggiava sulla stupefacente cresta delle 2000/2500 copie polverizzate ogni settimana.
Stupefacente perché a questo libro manca tutto ciò che (come hanno provato a insegnarci non solo i sedicenti esperti di marketing, ma anche le cassandre della critica militante) un’opera letteraria dovrebbe avere per sfondare a suon di tirature gli steccati degli addetti ai lavori e consegnarsi ai puri e semplici lettori: non è cioè scopertamente divertente come il libro di Ammaniti o pruriginoso come quello di Baricco, non punta ogni risorsa su plot e documentazione come Il simbolo perduto e non nutre il profondo disprezzo per ogni forma di intelligenza messa per iscritto grazie a cui Fabio Volo è la gioia finanziaria del suo editore. Tutt’altro. Suttree è il più letterario dei libri in circolazione, uno di quei testi nei quali, al pari di ciò che vibra tra le pagine di giganti come Proust o Faulkner, succede tutto anche quando (e capita spesso) non succede proprio niente di speciale: nei momenti di pausa tra avvenimento e avvenimento si rivela vale a dire l’uomo, l’enigma del suo destino, la tragicommedia del suo essere nel mondo.
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